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L’Italia nel cuore dello spazio Usa. Dal Lago spiega la strategia di Officina Stellare

Il cuore del mercato aerospaziale del futuro si trova a pochi passi da Washington D.C., a Crystal City, dove l’azienda italiana Officina Stellare ha appena aperto una sua sede. L’obiettivo, intercettare i trend in crescita della Space economy a stelle e strisce. Ma per sfruttarne appieno i vantaggi, l’Italia deve investire sul capitale umano. L’intervista al ceo di Officina Stellare, Giovanni Dal Lago

Il settore spaziale è in crescita in tutti i settori, e l’Italia può davvero fare la sua parte. Ma accanto alle eccellenze tecnologiche, c’è bisogno di attrarre talenti, sia con il rientro dei cervelli, sia con incentivi affinché il nostro Paese diventi competitivo anche per le competenze estere. Airpress ne ha parlato con Giovanni Dal Lago, amministratore delegato di Officina Stellare, da poco di ritorno dagli Stati Uniti dove la sua azienda ha aperto una rappresentanza nel cuore dell’industria aerospaziale a stelle e strisce.

Dottor Dal Lago, la sua azienda ha pochi giorni fa aperto una filiale a Washington D.C. Cosa significa per Officina Stellare questa espansione degli States, e quali sono gli obiettivi che vi prefissate?

Come primo step, noi avevamo già una nostra corporation, una società americana controllata da quella italiana, con sede legale nel Delaware e sede operativa in Virginia. Abbiamo deciso, come passaggio successivo, di aprire quindi dei nuovi uffici, cioè una nostra rappresentanza, a Crystal City, nella contea di Arlington, in Virginia vicino Washington, in modo da avere un presidio in quello che è il crocevia dello spazio e della difesa statunitensi e internazionali. A Crystal City, infatti, si trovano tutte le major companies aerospaziali e della difesa, oltre a essere molto vicino alla sede del Pentagono. L’obiettivo della nostra presenza è quindi quelli di spingere su quello che sarà uno dei driver principali del business nei prossimi anni, il settore aerospaziale e della difesa americano.

La notizia è arrivata in concomitanza con la Giornata nazionale dello Spazio italiana, che è stata celebrata con successo anche a Washington. Nell’occasione si sono ribaditi i profondi legami tra Italia e Usa nello spazio. Che bilancio si può trarre da questa partnership transatlantica?

Ora più che mai c’è un legame molto forte tra i nostri due Paesi, con una forte attenzione proprio a quelli che sono i settori legati allo sviluppo di tecnologie, un ambito sempre più strategico per le relazioni transatlantiche. In questo contesto, le realtà italiane come la nostra vogliono presentarsi quali partner sempre più robusti per il mercato americano e per dialogare con i grandi player Usa. In questo senso il ruolo della nostra ambasciata a Washington è fondamentale, e il successo che ha avuto la Giornata nazionale dello spazio anche negli Usa è emblematico. L’esempio della missione di Axiom Space, sulla quale tra l’altro salirà anche la nostra Aeronautica militare con il colonnello Walter Villadei, dimostra la connessione molto forte che c’è anche a livello governativo tra Italia e Stati Uniti.

Lei ha citato la missione Axiom-3, e naturalmente sono diversi i programmi a cui partecipa il nostro Paese in collaborazione con gli Usa, uno su tutti, il progetto Artemis per tornare sulla Luna. Quanta Italia c’è in queste missioni?

Dipende un po’ dal contesto. Per esempio, nelle missioni di Axiom vengono coinvolte anche società che non hanno il focus nello spazio. Pensiamo per esempio a Barilla o Rana, che sono state coinvolte proprio su Ax-3. Dipende molto anche dal supporto delle regioni nelle quali si muovono queste realtà e, per esempio, l’Emilia-Romagna si è molto concentrata su questa dinamica. Anche noi, attraverso la nostra controllata Dynamic optics, avevamo proposto – ed era stato accettato – un progetto per degli occhiali speciali con lenti deformabili per gli astronauti. Il progetto era stato validato, ma i tempi della missione erano troppo stretti per completare tutte le qualifiche particolari che un prodotto del genere deve ricevere. A livello, invece, di applicazioni tecnologiche e di sistema, sicuramente nel medio-lungo termine ci saranno diverse possibilità per le nostre applicazioni, a partire da tutti i sistemi di supporto, come per esempio quello della comunicazione laser.

Guardando al futuro, il 2024 si configura per il nostro Paese come un anno spaziale di portata internazionale, dal Congresso astronautico a Milano, al G7 a guida italiana sulle nuove tecnologie, e quindi lo spazio, fino al summit bilaterale Italia Usa sullo spazio, annunciato proprio a Washington il 15 dicembre. Quali prospettive vede per il comparto nazionale?

Le prospettive del settore in generale sono di crescita, e lo vediamo non solo dalle previsioni per l’anno 2024, per i prossimi anni. Sono sempre in crescita verso l’alto. Questo perché, evidentemente, il mercato spaziale sarà sempre più importante: noi conosciamo tutto quello che è il business della superficie terrestre, però adesso ci stiamo veramente spostando verso l’orbita bassa come sviluppo commerciale. Questo coinvolge sia la parte upstream, e quindi l’infrastruttura, che ci vede coinvolti nella creazione di sistemi in orbita, sia per la parte downstream, di ritorno dei servizi a terra. Quest’ultima è molto più importante di quanto si possa pensare, e abbraccia settori che vanno dalla business intelligence, all’analisi delle informazioni, fino all’agricoltura intelligente. Mi aspetto in questo senso che le previsioni siano molto positive. Questo trend è dimostrato anche dall’effervescenza che si registra oggi nel settore. Quando noi ci siamo quotati in borsa nel 2019 si parlava poco di Space economy; noi avevamo le nostre idee, come le comunicazioni laser, ma quando poi spiegavi alla gente cosa volevi fare poteva essere affascinata ma aveva difficoltà a capire quale potevano essere realmente le applicazioni di queste tecnologie. Oggi invece sta diventando un tema quotidiano.

Importante per il settore è anche il supporto istituzionale, dal ministero delle Imprese, fino ai fondi per il settore del Pnrr. Quali ritiene dovrebbero essere i passi ulteriori da parte dei decisori politici per supportare la crescita dello spazio italiano?

Quanto previsto dal Pnrr per lo spazio ha avuto una ricaduta su tantissime realtà nazionali. Noi, per esempio, siamo stati coinvolti sul progetto Iride, e su diversi altri. Questo è stato un grosso boost per tutte le aziende. In generale, vedo molta sensibilità, anche da parte del ministero, nel finanziare programmi di sviluppo tecnologici. Anche qui, siamo stati coinvolti in un progetto per sviluppare una produzione di mezzi spaziali simile a quanto succede per il comparto automotive, o in un altro relativo alle comunicazioni laser. C’è, quindi, un interesse reale, effettivo. Lo step successivo, secondo me importante, è dare ancora più consistenza alle risorse umane, e quindi alle iniziative per il rientro dei cervelli. Questo sforzo è stato consistente fino a quest’anno, per il 2024 sembra essere stato leggermente ridimensionato. Invece, avere una visione a largo spettro, che tra l’altro non preveda solo il rientro dei nostri cervelli (e fortunatamente ne abbiamo tanti), ma che attiri anche cervelli stranieri. Nel nostro Paese abbiamo delle difficoltà in questo senso, perché si fa fatica a competere sulle retribuzioni con altri Paesi come Germania, Francia o Paesi Bassi. Quindi, abbiamo da una parte gli asset tecnologici produttivi, e dall’alta il tema delle risorse umane necessaire a sostenere la crescita. Anche perché i dati sulla Space economy ci dicono che il livello di crescita è più basso di quello che potrebbe essere proprio per la limitazione nel personale qualificato. E questo dovrebbe farci riflettere.

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