È proprio sulla generazione di un triangolo virtuoso tra meritocrazia, produttività e formazione che si gioca il presente e il futuro della nostra Pa, che può così tornare ad essere un’infrastruttura chiave per il Paese. Forse sarebbe il caso, in questo quadro, che si accendessero di più i fari dell’opinione pubblica su questo processo di rinnovamento, di fatto avviato e in corso, che può offrire nuove chance all’intero Paese. Il commento di Luigi Tivelli

Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, senza concessioni a quella sorta di clamore e di troppo “dichiarazionismo” diffuso nella classe politica e anche tra qualche esponente di governo, sta lavorando progressivamente a sciogliere man mano nodi da troppo tempo accumulati nella Pubblica amministrazione.

Se si vuole offrire una rappresentazione di sintesi del tentativo basato su una seria di piccoli e medi passi riformatori del ministro, va evidenziato che essi incidono sulle due palle al piede fondamentali che hanno sin qui, da troppo tempo, caratterizzato la Pa italiana: la quasi assenza di meritocrazia e il nodo della produttività.

Introdurre, man mano, più elementi di sana meritocrazia nella selezione dei nuovi apporti di personale alla Pa, vuoi dei concorsi legati al Pnrr, vuoi degli altri, è un’azione indubbiamente meritoria che il ministro sta compiendo. Una sorta di strategia dei piccoli passi, per l’appunto senza troppi clamori, ma con operoso spirito riformatore.

Lo stesso sta avvenendo per quanto riguarda il nodo della produttività, che da troppo tempo incide sul funzionamento della Pa italiana e che fa sì che la stessa si configuri un po’ come palla al piede della produttività del sistema.

Va evidenziato che, molto probabilmente, questo può avvenire perché il ministro Zangrillo è uno dei pochissimi casi di ministri della Pubblica amministrazione che viene da un’esperienza di top manager del settore privato. E, diversamente da quanto pensavano troppi suoi predecessori, sa bene che questioni come quelle della meritocrazia e della produttività si pongono in termini non molto diversi nel settore pubblico e nel settore privato. E che vale la pena attingere alle tante best practice diffuse nel settore privato per aggredire i nodi non risolti del settore pubblico.

Abbiamo bisogno da troppo tempo di una Pubblica amministrazione che “costi meno e funzioni meglio” (come era il progetto avanzato al suo tempo da Bill Clinton e Al Gore) e la via dei piccoli progressivi passi riformatori sembra la più adatta per procedere in questo cammino di recupero e rilancio della Pa. D’altronde si è aperta, e si aprirà sempre più, nei prossimi anni, una grande opportunità, non solo per il forte turnover che dovrà caratterizzare la nostra Pa. La progressiva immissione di energie giovani, basate non solo sulla solita competenza giuridica tradizionale, su cui si basano i tanti funzionari e dirigenti oggi in atto nella Pubblica amministrazione, ma anche su competenze in materia economica, informatica, di capacità di comunicazione, di team building, ecc., possono contribuire ad una tendenziale modernizzazione delle nostre amministrazioni. La Pa è l’infrastruttura fondamentale per un Paese, e se l’infrastruttura è appesantita e ipotecata dai limiti che tutti ben conosciamo, gli effetti sia sulla produttività del sistema, sia sul funzionamento di aree e snodi fondamentali per la vita economica e sociale sono non poco negativi.

A differenza di quanto avviene in Francia, il nostro settore pubblico vive da troppo tempo una sorta di separazione rispetto al settore privato, mentre una democrazia moderna ha bisogno di diverse nuove forme di sinergia e osmosi tra pubblico e privato. Anche per questo sembra risulti sin qui felice la scelta di affidare i destini della nostra Pa a un manager del settore privato.

D’altronde è quanto sta avvenendo anche in un’altra area cruciale specifica del settore pubblico, quello della formazione, non solo per l’aumento progressivo del numero di ore di formazione riservate ai dipendenti pubblici, favorito – man mano – da misure assunte dal ministro della Pa, ma anche in relazione al cruciale funzionamento della Scuola Nazionale di Amministrazione (Sna).

Guarda caso, la Sna è stata giustamente affidata ad una personalità molto autorevole, come la prof.ssa Paola Severino, da lungo tempo vice-presidente della Luiss, una delle maggiori università private, in cui ha contribuito, tra l’altro, ad introdurre tante iniziative di formazione post-laurea, tanti master, recuperando i ritardi in questo ambito propri del sistema formativo italiano. Anche la Sna è oggi impegnata nella modernizzazione della nostra amministrazione, grazie tra l’altro al recupero e rilancio in chiave innovativa di un modello, quale quello del corso-concorso per l’assunzione di dirigenti pubblici, che favorisce, per un verso, il progressivo ringiovanimento della nostra dirigenza pubblica, grazie all’immissione di giovani formati con gli strumenti e i metodi più moderni e innovativi, per altro verso l’immissione del sistema di competenze ben più moderne ed evolute rispetto alla tradizionale formazione dell’attuale dirigenza pubblica.

Tutto ciò può contribuire anche a rendere la Pa più attraente per i giovani, perché ad esempio l’opportunità di assumere sin da giovane età le funzioni di dirigente pubblico è cosa di non poco conto. È proprio sulla generazione di un triangolo virtuoso tra meritocrazia, produttività e formazione che si gioca il presente e il futuro della nostra Pa, che può così tornare ad essere un’infrastruttura chiave per il Paese, come già avviene per settori di eccellenza come la carriera diplomatica, la carriera prefettizia, le burocrazie delle due Camere. Forse sarebbe il caso, in questo quadro, che si accendessero di più i fari dell’opinione pubblica su questo processo di rinnovamento, di fatto avviato e in corso, che può offrire nuove chance non solo alla Pa, ma all’intero Paese.

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