Nel 2050 l’Italia avrà otto milioni di persone in età da lavoro in meno rispetto a oggi. Le ripercussioni sul mercato di questo fenomeno saranno devastanti: sia sotto il profilo della sostenibilità della spesa pubblica, sia dal punto di vista della competitività del nostro sistema produttivo. Gli italiani appaiono come una massa di sonnambuli: insipienti e rassegnati ad aspirazioni minori. Conversazione con il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii

Impauriti, rassegnati, indolenti. Il popolo italiano si presenta come una grande massa di sonnambuli. È questo l’aggettivo che il Censis ha scelto per sintetizzare i contenuti dell’ultimo rapporto annuale. La mole di dati è poderosa, ma ciò che del rapporto balza immediatamente all’occhio è il dato legato alla demografia: nel 2050 l’Italia perderà qualcosa come otto milioni di persone in età da lavoro. “E le prime avvisaglie di questo fenomeno le stiamo registrando già adesso”. L’analisi è del direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii.

Direttore Valerii, si riferisce alla grande carenza di manodopera denunciate dalle imprese ormai da diversi mesi?

Sicuramente quello è un primo segnale significativo del fenomeno demografico e dei suoi impatti devastanti sul tessuto produttivo. Questo dato è da leggersi assieme a quello legato al picco occupazionale registrato nel corso degli ultimi due anni in particolare. I pochi giovani in età da lavoro, sul mercato, hanno un potere contrattuale elevatissimo. Tant’è che le imprese tendono a prospettare quasi da subito contratti stabili e a tempo indeterminato.

Perché avete scelto il termine “sonnambuli” come sintesi del rapporto?

Direi che è un’immagine che restituisce molto bene lo stato “mentale” in cui si trovano gli italiani in questo periodo. Apparentemente vigili, ma incapaci di vedere i grandi cambiamenti a cui stiamo andando incontro. Una sorta di insipienza diffusa.

È una critica alla classe politica e, più in generale, alle classi dirigenti?

In realtà è qualcosa di più profondo, che va al di là di politica e classi dirigenti. Si tratta piuttosto di un atteggiamento diffuso. Stiamo vivendo il tempo dei “desideri minori”. Le aspirazioni degli italiani si sono appiattite verso il basso. Questo ha come riflesso immediato una contrazione dei consumi, una scarsa propensione al miglioramento della propria condizione di partenza e dunque ha un forte impatto economico. Il sonnambulismo riguarda la maggioranza silenziosa degli italiani.

Torniamo al dato demografico. Nello studio emerge un problema legato più all’emigrazione, piuttosto che all’immigrazione. Un tema non propriamente immediato per l’immaginario collettivo. 

E invece è proprio l’emigrazione il grosso problema del nostro Paese. Un’emigrazione che, spesso, riguarda in particolare i ragazzi tra i 18 e i 34 anni. Basta pensare che quest’anno sono stati ben 36mila i giovani compresi in questa fascia d’età che, percependo il meccanismo di ascensore sociale bloccato nel nostro Paese, hanno scelto di espatriare. E questo, per l’Italia che è in pieno inverno demografico, è ancora più impattante. I giovani vivono sempre di più una dimensione da esuli.

Clima, conflitti e ambiente. Come sono cambiate le “paure” degli italiani?

Rispetto ai timori “tradizionali” un quadro internazionale che presenta i due scenari di conflitto – Ucraina e Medio Oriente – è fortemente impattante sulla percezione anche degli italiani. A maggior ragione tra coloro che ritengono molto probabile che questi conflitti possano deflagrare. Sei italiani su dieci temono possa scoppiare una guerra mondiale. E la metà degli italiani teme che, in caso di conflitto, l’Italia non sarebbe in grado di difendersi.

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