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Perché dico no alla “scuola lavatrice” della coscienza. Scrive il preside Ciccotti

Non appena la cronaca nera diventa un problema sociale, giornalisti, scrittori, esperti, politici, attraverso i vari media, chiamano in soccorso il ruolo educativo della scuola. Basta la scuola per educare gli adulti del futuro? O bisogna educare anche gli adulti di adesso? È urgente un corso obbligatorio di Etica sul posto di lavoro. Questo il parere e la proposta del comparatista e preside Eusebio Ciccotti

Nell’istituto di cui sono responsabile da quattordici anni, un grosso polo liceale e tecnico (2112 alunni), grazie a dei docenti veramente preparati e attenti, si tengono da anni incontri su diversi delicati temi di attualità, come del resto in tutte le scuole del nostro Paese. Mafia, terrorismo, bullismo, uso delle droghe e dell’alcol, guida corretta di motoveicoli e auto, eco-sostenibilità e ambiente, rispetto del genere. Le nostre ragazze e ragazzi hanno avuto la fortuna di discutere con giuristi, forze dell’ordine, sociologi, psicologi, psicoterapeuti, pedagogisti, scrittori, registi di cinema e attori. Tutti hanno fornito preziosi contributi.

Educare con il cinema

Sovente il tema è introdotto da un classico del cinema o da un buon film in programmazione. Il 6 novembre scorso, nei giorni in cui era scomparsa la cara Giulia Cecchettin, il caso ha voluto che Paola Cortellesi scegliesse la nostra scuola nel suo tour di presentazione di C’è ancora domani. La regista e attrice parlando a più di duemila studenti, spostandosi di sala in sala, allo Space di Guidonia, si era soffermata sulla violenza degli uomini nei riguardi delle donne e su come avesse scelto lo stile filmico per tradurre in immagini una storia, purtroppo, ancora attuale.

Nel mese di settembre 2023 con il film Mia, di Ivano Di Matteo, presente il regista ed Edoardo Leo, i ragazzi avevano affrontato il tema della violenza, psicologica e fisica, di un uomo nei confronti di una donna (qui, come ricorderete, sono due ragazzi, lui ventenne lei quindicenne). Il film rimanda, purtroppo, alla tragica storia di Giulia Cecchettin e di tante donne e ragazze vittime della follia possessiva del maschio cresciuto culturalmente con l’idea di essere il “proprietario” della propria fidanzata, moglie, compagna.

Questi due recenti esempi vissuti dai ragazzi di un grande liceo mi consentono di ribadire con forza che la scuola è il luogo deputato per iniziare, sin dalla primaria, a insegnare il rispetto da parte dei bambini nei confronti delle bambine. Dalla mia esperienza di preside anche di un istituto comprensivo, posso affermare che per tutto il ciclo della primaria e sino ai primi due anni della secondaria di primo grado, quasi mai si verificano atti di bullismo psicologico o verbale né azioni violente di bambini nei riguardi delle bambine.

I primi atteggiamenti di prepotenza dei ragazzi verso le ragazze affiorano in terza media. È, poi, nel ciclo delle “superioriori” che il bullo o la bulla manifestano il loro presunto stato di “superiorità”: piccole prese in giro; sfottò sempre più offensivi per far ridere i compagni (“Ma dai, fatti la barba!” rivolto a una ragazza); messaggi via telefono; sguardi e gesti volgari o allusivi alla sfera sessuale.

Nei casi di fidanzamento tra adolescenti, il maschio insicuro, per nascondere i propri problemi (incertezze, insuccessi, inferiorità intellettuale rispetto alla partner femminile, un passato di complessi non risolti, eventuali violenze a sua volta subìte) scatena pian piano un desiderio di comando immediatamente sconfinante con il dominio psicologico della ragazza che diviene sopraffazione. Il ragazzo-padrone ha bisogno di dominare la ragazza, “comandarla”, farla sua proprietà, usando vigliaccamente il vincolo affettivo di cui gode in quel momento.

Un caso accaduto

Ricordo di un caso. Lei acquistava il panino per lui ogni giorno, durante la ricreazione. Non osava toccarlo, pur avendo fame, se non lo portava prima al suo ragazzo, aspettando che lui finisse di ridere e scherzare con i suoi compagni, nei corridoi o in classe. Seppi, dalle compagne di classe, che lei, al pomeriggio, doveva attenderlo in auto per due ore, durante gli allenamenti che il ragazzo faceva nel campo sportivo. La ragazza perdeva peso a vista d’occhio, mi dissero le docenti, che la vedevano sempre più remissiva, spenta, silenziosa. Anche i genitori ci chiesero aiuto. Organizzai, con il dovuto tatto, un incontro con i genitori, la ragazza, un paio di docenti. Lei, ormai diciottenne, sosteneva che era felice così. Ribadendo, “lui mi ama e stiamo bene insieme”. Rifiutò l’incontro con la psicologa d’istituto. Il ragazzo, saputo della nostra conversazione, minacciò i docenti e il sottoscritto: “Fatevi i cavoli vostri, noi siamo maggiorenni!”. Si diplomarono.

Spezzaje ‘e gambe!”

Se andate ad assistere a una partita di pallone di bambini o ragazzi, frequentanti le “scuole di calcio”, sentirete i genitori incitare i loro pargoli, futuri campioni, dagli spalti (talvolta sono a bordo campo se il campetto non ha gli spalti), con epiteti horror: “Spezzaje ‘e gambe!”, “ Daje sotto! Tajaje ‘e gambe!” “Reagisci!”. “Distruggilo!”. Anche le consorti danno man forte, ciancicando una gomma americana.

Se invece il babbo è allo stadio con il/la piccolo/a, di otto anni, vestito/a con sciarpa e berretto della squadra, l’erede scopre come suo papà, che è un mito, un modello da seguire, usi un vocabolario strano, arrabbiandosi, alzandosi e minacciando contro la squadra avversaria, con frasi del tipo: “Fiji de ‘na mi…” “A fro…”. Con l’immancabile partecipazione al coro “Dovete morì’!/Dovete morì’!”. Oppure contro l’arbitro salutato con altri epiteti tra i quali non manca quello relativo alla sfera sessuale. E siccome papà non può sbagliare, ossia ha sempre ragione, l’erede osserva e impara. La mattina dopo è in classe, quarta elementare.

Alla posta

Talvolta alcune mamme rimangono troppo ragazze pur avendo figli e figlie adolescenti. Alla posta (fatto vero) ecco la mamma con il top, pancia e ombelico a bella vista. L’immancabile gomma americana. Accanto la figlia al primo anno delle superiori. Abiti, postura e movimento della mandibola: identici. La sociologa Marina D’Amato parla di “adulti-adolescenti”.

Mio figlio è bravo a prescindere

“Mio figlio non capisce come spiega la professoressa. Lo dicono anche le altre mamme. La prof. non sa comunicare la matematica. Ce l’ha con mio figlio”. Faccio le mie accurate indagini, durate dei giorni, sento i ragazzi, senza docenti in classe. Alla fine sono tre i ragazzi che vanno male su venticinque. Non hanno voglia di studiare, il calcio prende loro tempo e non sanno organizzarsi tra sport e studio. Sono un po’ bulli e si tirano dietro altri cinque o sei ragazzi che viaggiano tra il quattro e il cinque. Il resto della classe ha buoni voti. Persino due dieci.

Ebbene, abbiamo mamme e padri che non mettono in discussione lo scarso impegno scolastico dei propri figli. O la non attitudine a quel tipo di studi. Tali genitori alzano la voce, valutano i docenti, si rivolgono ad avvocati, minacciano, alzano le mani, insomma portano a scuola l’aggressività.

L’aggressività nei media

Vi sono giornalisti della carta stampata e dell’audiovisivo che sanno essere subdolamente aggressivi, camuffando tale aggressività con il diritto alla critica, alla democrazia, ad esprimere “il proprio punto di vista”. Se tu, giornalista-conduttore televisivo sei sempre, “a prescindere”, contro il governo di turno o quei parlamentari perché non sono della tua idea, e fai passare – per esempio in Tv –  sorrisetti, ironia, battute allusive, non stai educando gli adolescenti e i giovani che ti guardano a un dibattito pulito, obiettivo, trasparente, sereno. Hai dato una interpretazione preventiva: hai soddisfatto chi la pensa come te. Al contempo hai innescato la reazione di chi non condivide la tua lettura di parte. Lascia, come un giudice imparziale, che le due idee si confrontino, senza che tu, conduttore, usi il tuo finto fair play per parteggiare con chi è della tua opinione, interrompendo l’ospite “non allineato”, condizionando il dibattito.

Hate speech sul web

Un altro fenomeno oggetto di studi sociologici è quello dello hate speech o “incitamento all’odio” che attecchisce sul web come la gramigna. Nato come fenomeno di massa nella stampa, nei comizi e negli interventi radiofonici durante dittature degli anni Venti e Trenta (sovietica, fascista e nazista), sarà poi capillare attraverso le reti televisive negli anni Sessanta, si pensi agli attacchi in Usa a danno delle comunità di colore e/o degli immigrati, e per la prima volta normato con sanzioni in quel Paese. Oggi, purtroppo, grazie all’accesso libero e generalizzato sulla rete, soprattutto tramite i social, si presenta come massivo e devastante, sempre più difficile da arginare.

Serie tv e giochi

Quante fiction e videogiochi mostrano la violenza? Anche se nel finale il cattivo è sconfitto, il messaggio su come usare la violenza è chiaro e si deposita nelle menti dei bambini e degli adolescenti. Le scene violente si fissano nella memoria, estrapolate dal finale consolatorio che nessuno ricorda. Chiediamoci se diverse tecniche di assassinio e occultamento di cadavere, tentativi di cancellazione delle prove relativi a tristi fatti di cronaca, non fanno pensare a film tv o video-giochi di taglio horror.

Che fare?

Desiderio forsennato di far emergere i figli nello spettacolo e nello sport da parte dei genitori; aggressività nei gruppi amicali, vuoto formativo nei “genitori-adolescenti”; aggressività e violenze nella fiction, hate speech sulla rete, aggressività da parte di intellettuali durante i programmi tv. Ecco, ci accorgiamo che la scuola, con cinque ore al giorno, non può compiere miracoli se il tessuto sociale è in tale stato di inquinamento educativo. Come intervenire?

Educazione sul posto di lavoro

Accanto alla educazione scolastica andrebbe introdotta l’educazione degli adulti obbligatoria. Tutti gli adulti, sul loro posto di lavoro, dovrebbero frequentare “corsi di educazione permanente” indirizzati al rispetto delle opinioni dell’altro e delle diverse scelte di vita. Chiamatelo corso di “Etica” o come si preferisce. Tale corso sarebbe tenuto da psicologi, psicoterapeuti, sociologi, pedagogisti, storici delle diverse arti. È anche attraverso lo studio serio dell’opera d’arte che impariamo ad amare il nostro simile. Senza possederlo. Senza violentarlo.

La scuola non può farcela da sola. La “scuola lavatrice” della nostra sporca coscienza non può funzionare.

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