Il presidente egiziano ha anticipato le elezioni per consolidare la presa sul potere quando dovrà varare le dure riforme per salvare l’economia del Paese. Ma non era prevedibile che tra i problemi attorno al voto ci sarebbe stata l’enorme crisi regionale innescata dalla guerra di Gaza

Nel corso di tre giorni, dal 10 al 12 dicembre, gli egiziani sceglieranno il prossimo presidente del Paese, ma poche sorprese sono attese: Abdel Fattah al Sisi, autocrate attualmente al potere, sembra destinato a un terzo mandato. Tuttavia, sotto la superficie di controllo totale emerge timidamente una situazione molto più complessa, con al Sisi che ha perso la gran parte del consenso reale, malcontento diffuso, economia disastrata e potenziali tensioni future. Anche considerando il caos prodotto dalla guerra nella Striscia di Gaza.

La situazione al valico di Rafah è esplosiva, il passaggio egiziano-israeliano è l’unico accesso consentito all’area – assediata dalle forze armate d’Israele. Ci sono ammassate centinaia di migliaia di persone, seguendo le direttive di evacuazione dell’esercito israeliano, molti si trovano ora senza cibo, acqua e adeguati rifugi. In tanti sono costretti a dormire per strada, affrontando una situazione critica.

Domenica, il segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha avvertito che la situazione in Medio Oriente potrebbe aggravarsi se Israele e Hamas non raggiungono un accordo per un cessate il fuoco subito. Guterres ha espressamente dichiarato che prevede un deterioramento rapido dell’ordine pubblico nella Striscia, poiché le condizioni disperate rendono estremamente difficile fornire anche un minimo di assistenza umanitaria. Senza una sospensione delle ostilità, c’è il rischio imminente di assistere a un “collasso” dell’intero sistema umanitario nella Striscia di Gaza.

Il piano interno

Nel frattempo, appena oltre confine si vota. Sis ha anticipato le elezioni, originariamente previste per aprile, al fine di ottenere legittimazione politica prima di attuare necessarie, ma impopolari, misure di austerità e svalutazione della moneta. La crisi militare a Gaza non era prevista. Ma aggrava un interrogativo: cosa succederà quando, dopo una nuova elezione (certamente contestata da opposizioni e organizzazioni internazionali sui diritti), le misure di austerity (per quanto questo termine abbia senso in contesti come quello egiziano, dove i sussidi statali sono ampi) inizieranno a colpire le collettività? Resta che un possibile indicatore di un consenso traballante è il costante calo dell’affluenza alle urne. Dal 47% degli egiziani che votò nel 2014 si è sceso al 28% nel 2020. Questo declino, in un Paese teoricamente obbligato al voto, suggerisce un nemmeno troppo silenzioso dissenso.

Al Sisi, ex generale al potere con la forza dal 2013, ha governato con metodi autoritari, trasformando l’Egitto in una sorta di dittatura militare. La stampa libera è molto molto limitata, e l’opposizione è repressa costantemente. Ma la sua leadership di dieci anni è stata segnata da una crescente crisi economica, con il 33% della popolazione ormai in condizioni di povertà.

Nonostante l’immagine di un Egitto in crescita attraverso progetti infrastrutturali, la realtà economica è più articolata, con inflazione record e una moneta in caduta libera. Come spesso accade in certi contesti, tra narrazione e progettazione strategica le condizioni della cittadinanza comune sono spesso lontane dai riflettori. Per far fronte a questa crisi, il governo potrebbe ricorrere a pesanti prestiti internazionali (sono già arrivati aiuti negli anni scorsi dal Golfo) e svalutare la sterlina, con impatti significativi sulla popolazione.

Al Sisi, che ha già raggiunto il limite costituzionale di due mandati, ha esteso il proprio potere fino al 2030 tramite un referendum nel 2019. Alle elezioni di quest’anno, gli altri candidati sembrano avere un sostegno solo apparente, con alcuni visti come concorrenti di facciata ma in realtà alleati di Al Sisi.

L’ex giornalista Ahmed Tantawi, unico candidato che avrebbe potuto minacciare il sistema-Sisi, è stato inoltre trattato duramente. Arresti ingiustificati e intimidazioni, tattiche repressive (dall’interruzione dei comizi alle accuse infondate), hanno impedito la sua partecipazione alle elezioni, evidenziando le sfide impossibili per chi osa contrapporsi al potere consolidato.

Il peso della crisi di Gaza

Come accennato, al di là dei problemi che affliggono l’Egitto da tempo, alle presidenziali di quest’anno si aggiunge quell’ulteriore problematica della situazione a Gaza. Il Cairo storicamente è un attore attivo all’interno delle dinamiche palestinesi, e già questo ha portato Sisi a cercare spazi diplomatici, partecipando a vari tavoli negoziali. Gli egiziani hanno dialogato con gli americani e con gli israeliani per risolvere la tragica questione degli ostaggi rapiti da Hamas durante l’attacco del 7 ottobre, ma anche per evitare l’esplosione regionale delle ostilità. Hanno preso parte ai lavori in ambito onusiano per fornire assistenza base alla popolazione martellata pesantemente nella Striscia (l’assistenza umanitaria passa tutta da Rafah). Hanno inoltre dialogato con gli attori regionali arabo-islamici, cercando di comprendere come gestire la reazione di Israele, misurare la relazione con Hamas, controllare la risposta delle folle locali alle immagini dei gazawi sotto i bombardamenti.

Il voto arriva in un momento delicatissimo del conflitto: mentre si torna a parlare di potenziale esplosione regionale, pesano 17mila vittima prodotte dall’invasione della Striscia, non c’è all’orizzonte una pausa tattica e la liberazione di altri gruppi di ostaggi in mano ai terroristi. Mentre i vertici militari israeliani fanno sapere che la guerra durerà “ancora per un po’ di tempo” — e intendono non qualche settimana ma qualche mese — l’insofferenza tra le popolazioni locali cresce e con essa le difficoltà di controllo delle leadership. E tra tutte, Il Cairo è la capitale che soffre maggiormente la crisi, non solo per quelle vicinanze citate, ma anche perché la situazione esplosiva al sud della Striscia, dove le operazioni israeliane si stanno diffondendo tra gli sfollati dal nord, potrebbe creare una crisi migratoria che ha come base potenziale oltre due milioni di persone.

Tant’è che nei giorni scorsi, l’Egitto ha lanciato un avvertimento agli Stati Uniti e a Israele, affermando che se i rifugiati palestinesi dovessero fuggire nel Sinai a causa dell’azione militare israeliana nel sud della Striscia di Gaza, ciò potrebbe portare a una significativa tensione nelle relazioni Egitto-Israele. Questa preoccupazione ruota attorno al fatto che l’Egitto considera il conflitto di Gaza come una minaccia alla propria sicurezza nazionale e il potenziale spostamento di palestinesi nel proprio territorio è un problema per Sisi, che non ha risorse, né economiche né politiche, per governare la situazione.

L’Egitto, la Giordania e l’Autorità palestinese sono preoccupati fin dai primi giorni della guerra che Israele avrebbe spinto i palestinesi da Gaza all’Egitto e non avrebbe permesso loro di tornare dopo la guerra. I funzionari israeliani lo hanno negato sia in privato che in pubblico e hanno assicurato all’Egitto che a qualsiasi palestinese ferito autorizzato a lasciare Gaza per cure mediche sarebbe stato permesso di tornare nell’enclave. Ma il punto è che nelle ultime settimane si stanno muovendo voci (e azioni preliminari) che lasciano intendere che l’occupazione israeliana della Striscia sarà più strutturata. Questo mette Sisi sotto un’ulteriore pressione, perché accogliere i rifugiati – oltre ai problemi noti con la gestione dell’immigrazione – potrebbe rappresentare agli occhi degli egiziani l’accettazione dei piani di dislocamento etnico del governo Netanyahu.

Parlando nei giorni scorsi all’Aspen Security Forum, a Washington, il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, ha detto che sarebbe “inappropriato e in contraddizione del diritto internazionale” se i civili palestinesi di Gaza fossero sfollati in Egitto. “Non è il modo di affrontare il conflitto. I civili palestinesi non dovrebbero essere penalizzati e non dovrebbero lasciare il loro territorio”. Shoukry è stato a Washington insieme a diversi altri ministri degli Esteri arabi per incontrare nuovamente il Segretario di Stato Antony Blinken e parlare della guerra a Gaza. Diaa Rashwan, capo del servizio di informazione statale egiziano, ha detto giovedì che lo spostamento dei palestinesi da Gaza al Sinai “è una linea rossa” per l’Egitto e non lo permetterà, indipendentemente dalle implicazioni. A maggior ragione se Sisi dovrà difendere una rivelazione forzata davanti ai suoi cittadini.

In relazione alla difficile situazione dei civili palestinesi, sabato il capo dell’Unrwa, Philippe Lazzarini, ha pubblicato un op-ed molto critico su Israele pubblicato sul Los Angeles Times. Lazzarini ha accusato il governo israeliano di tentare di spostare con la forza i palestinesi verso l’Egitto contro la loro volontà. Secondo Lazzarini, se questa situazione perdura, si prospetta “una seconda Nakba”, indicando che Gaza potrebbe non essere più un luogo per i palestinesi.

Il termine “Nakba” in arabo si riferisce alla “catastrofe” vissuta dai palestinesi durante e dopo la guerra del 1948, quando centinaia di migliaia di persone furono costrette a le abbandonare le proprie case a causa del conflitto, che alla fine fu vinto da Israele. Sisi non vuole essere uno dei protagonisti negativi di qualcosa di assimilabile a quel triste momento storico che non solo i palestinesi, ma l’intero mondo arabo ricorda ogni 15 giugno (giorno dopo dell’anniversario di fondazione dello stato di Israele). La tenuta interna in Egitto sarebbe a rischio anche senza voto.

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