Difficile che escano risultati dal faccia a faccia tra i leader europei e cinesi. Sicurezza, commercio e clima sono sempre più intrecciati, Bruxelles e Pechino sempre più consapevoli delle differenze e pronte a consolidare le rispettive posizioni, ossia de-risking e assertività. Le scosse di assestamento viste dagli esperti dell’European Council on Foreign Relations

A meno di un mese dal summit tra Cina e Stati Uniti è tempo di quello tra Cina e Unione europea. Giovedì i presidenti di Commissione e Consiglio Ursula von der Leyen e Charles Michel (più il capo della diplomazia Ue Josep Borrell) sono attesi a Pechino per una visita ufficiale dal presidente cinese Xi Jinping (più il premier cinese Li Qiang). I dossier sul tavolo sono tanti, da Gaza all’Ucraina, passando per Taiwan, nonché clima e commercio. Ma le aspettative di sviluppi concreti sono decisamente basse.

Per cominciare, da parte cinese non è arrivata una bozza di dichiarazione congiunta. E nemmeno le capitali europee hanno fatto una richiesta in tal senso ai piani alti di Bruxelles. “Dobbiamo essere un po’ realistici sul fatto che non ci sarà un solo risultato importante a coronamento del vertice”, ha detto un alto funzionario europeo a Politico. Alla base c’è l’irrigidimento di entrambi: da una parte la spinta europea al de-risking, dall’altra il rifiuto delle preoccupazioni che la alimentano, sintomo di un’assertività più marcata.

Insomma, il summit di giovedì rischia di fare da contraltare a quello Usa-Cina, dove le due superpotenze si sono accordate in maniera da fermare il deterioramento delle relazioni: un netto miglioramento dopo anni ai minimi termini. Anche Ue e Cina si sono accordate negli ultimi mesi per aumentare il livello di dialogo su materie delicate come commercio e clima. La differenza è che i loro rapporti sono in declino dopo un periodo di stretta cooperazione, che tuttora si traduce in 600 miliardi di euro di interscambio commerciale annuale – di cui due terzi sono a favore della Cina, a dimostrazione dello squilibrio commerciale che preoccupa Bruxelles.

Nel mentre, la distanza politica rimane tanto grande quanto il disappunto europeo nel vedere la seconda economia del globo rifuggire l’idea di comportarsi da potenza responsabile. Lunedì Xi ha ricevuto il presidente bielorusso e suo “grande amico” Alexander Lukashenko per la seconda volta quest’anno dicendosi disposto a “rafforzare la cooperazione strategica [e] approfondire le relazioni bilaterali”, scrive Xinhua. Intanto la Cina continua imperterrita a sostenere la Russia di Vladimir Putin attraverso la vicinanza politica e il flusso continuo di materiale dual-use (una questione che gli europei vogliono sollevare).

Come spiega Janka Oertel (direttrice del programma Asia e Senior Policy Fellow dell’European Council on Foreign Relations), le posizioni politiche e la sfida posta dalla sovraccapacità industriale cinese sono i punti fondamentali. La difficoltà economica nazionale può portare i produttori cinesi a inondare il mercato globale con prodotti (come auto elettriche e acciaio) sottocosto. Il riflesso è che Pechino intende migliorare le relazioni con l’Europa per alimentare la propria economia, ma senza fare concessioni imbarazzanti. Dunque “sono possibili aggiustamenti tattici sul commercio e sulla diplomazia, ma è improbabile che si verifichino veri e propri cambiamenti di strategia”.

“Allo tempo stesso, l’Ue si è stancata del fatto che la Cina non prenda sul serio le sue preoccupazioni economiche e di sicurezza. Di conseguenza, questo vertice può rivelarsi il più conflittuale in termini di retorica”, aggiunge la collega Alicja Bachulska (Policy Fellow dell’Ecfr). Bruxelles quindi punterà a trasmettere chiaramente un messaggio-chiave: la cooperazione Cina-Russia, e il suo impatto sulla guerra in Ucraina, rimangono l’elemento determinante del futuro delle relazioni Cina-Ue. Difficile che Pechino cambi la sua “neutralità filorussa”, ma “dovrebbe capire che per l’Europa si tratta di una questione di interessi di sicurezza fondamentali e non di una funzione delle relazioni transatlantiche”.

Nel mentre, come evidenzia Oertel, l’ambiguità cinese inizia a pesare anche in altri consessi. Come la Cop28, dove la seconda economia mondiale continua a definirsi un Paese in via di sviluppo e non contribuisce ai fondi per quelli realmente emergenti. “L’approccio della Cina, che consiste nel rafforzare l’influenza evitando al contempo le responsabilità, sta diventando sempre più difficile da sostenere”, e “cresce la pressione su Pechino affinché assuma impegni finanziari sostanziali e mostri progressi reali nella limitazione delle emissioni”. Non è impossibile uno sviluppo positivo alla Cop – cosa che avrebbe immediate ripercussioni sulla postura europea.

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