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L’Africa è solo l’inizio. Pelanda spiega l’opportunità di un’Italia globale con il Piano Mattei

“L’Italia sta facendo un esperimento di cui vedremo i risultati e in futuro dovrà continuare a fare questi tentativi. Per rimetterla in un vettore di ricchezza, deve diventare un esportatore di sicurezza. E può farlo solo con capacità di presidio”. Conversazione con il docente e analista Carlo Pelanda

Per evitare il declino economico l’Italia deve necessariamente tentare una proiezione globale, così come si prescrive di fare il Piano Mattei, osserva a Formiche.net il prof. Carlo Pelanda, economista, accademico e uno degli analisti più attenti delle relazioni internazionali. Alla vigilia dell’uscita del suo pamphlet “L’Italia globale” per Rubbettino, riflette che senza dubbio la proiezione globale dell’Italia si dovrà esercitare con una capacità di presidio non necessariamente di forza armata, se non in casi particolari, ma di presidio molto forte sui traffici di alcune nazioni. E l’obiettivo-Africa è centrale per tutte le partite ad essa connesse.

“Al momento non possiamo accusare il governo di possibili errori o ritardi sulle attese, perché invece bisogna mettere in luce il coraggio del governo italiano di fare una cosa così asimmetrica”.

Si avvicina il vertice Italia-Africa: quale l’obiettivo di una progettazione di medio lungo periodo nelle relazioni tra le due aree?

I lavori di preparazione di questo summit sono stati tenuti parecchio riservati, però si può intuire che l’obiettivo sia a due livelli. In primo luogo una presa di posizione dell’Italia per affermarsi il più possibile verso le nazioni africane: un approccio che viene chiamato Piano Mattei, offrendo vantaggi di reciproca utilità. Accanto a questo quadro generale occorre, in un secondo momento, selezionare gli obiettivi, perché l’Africa presenta un’altissima varietà di punti cardine. Si tratta di un aspetto su cui sono personalmente molto curioso, perché non solo non è un ambito facile ma vi è lì l’attivismo cinese.

In che misura rispetto al recente passato?

La Cina sta spostando il suo asse strategico di interesse dall’Africa orientale a quella occidentale anche per un motivo legato ai prestiti e alla consistenza stessa della zona. Inoltre il secondo obiettivo di Pechino è quello di mettere una qualche base militare sull’Atlantico, al fine di muoversi anche per fare una selezione più attenta alle aree che possono produrre risorse: uno spazio di manovra in cui, fisiologicamente, c’è possibilità di penetrazione per l’India e anche per l’Italia, pur restando in piedi il conflitto crescente tra Etiopia, Sudan ed Egitto per la questione della diga in Etiopia, tra l’altro costruita da un’azienda italiana. Ciò pone da anni una tensione per la quantità d’acqua che viene lasciata andar giù dal Nilo blu fino alla foce.

In Africa vi è la proiezione di altre sfide globali. Come l’Italia può recitare un ruolo?

America e Cina non vogliono avere un confronto diretto, ma sono aperte al confronto per la conquista del sud globale, dove l’Italia può giocare un ruolo importante tramite questo approccio che non viene percepito come troppo filo americano. Il governo italiano sta cercando di mantenere questo profilo, ovvero parlare con tutti e avere relazioni multilaterali, mantenendo un rapporto molto affidabile con gli Stati Uniti.

La Turchia ha impostato una relazione con l’Africa molto intensa, fatta per esempio di sedi diplomatiche, di camere di commercio, di continui viaggi: è un approccio giusto?

Sì. La Turchia in realtà non è un vero competitore, è un qualcosa a cui dare attenzione. Diversamente dalla Francia, l’Italia non ha interesse ad un rapporto troppo duro con la Turchia anche se la sua leadership è problematica. Ritengo che fondamentalmente la proiezione globale dell’Italia debba esercitarsi con una capacità di presidio non necessariamente di forza armata, se non in casi particolari, ma di presidio molto forte sui traffici di alcune nazioni, in modo tale da poter scambiare con gli alleati questa posizione per ottenere vantaggi economici nell’Unione europea. Intendo, quindi, una posizione e un’affidabilità maggiore per l’alleato americano che forse non vorrà più procedere in maniera così estensiva in caso di elezione di Trump, anche se essa sarà meno drammatica di quello che i media stanno pensando. Per cui il punto del cosiddetto Piano Mattei è ancora un po’ chiuso nei suoi dettagli semplicemente perché Roma sta imparando a farlo: quindi è inutile criticare un qualcosa che è ancora in costruzione. L’Italia sta facendo un esperimento di cui vedremo i risultati.

Con quali vantaggi, anche dinanzi agli alleati?

A noi è utile per prendere una posizione, in secondo luogo vi sono i sottoprodotti cruciali per l’Italia come la scelta di alcune nazioni per il contenimento delle migrazioni e per la sicurezza dei flussi energetici. Sicuramente in occasione del vertice ci sarà un bilaterale con l’Egitto più forte di quello che si immagini, perché si tratta di una nazione chiave. Vi è un interesse italiano ad avere una posizione di fiducia con le nazioni arabe sunnite, il che spiega anche una certa posizione nei confronti di Israele, che però è stata concordata con gli americani. La decisione di offrire per esempio truppe di interposizione fa parte dello status di presidio. Ciò, rispetto al G7, alla Nato e per la futura alleanza nel Pacifico è una posizione che l’Italia può assumere.

Inoltre penso che qualcosa sul Mar Rosso l’Italia dovrà fare, ma la domanda è: potrebbe farlo da sola? Sicuramente la Francia non ha rinunciato a un’influenza africana per una proiezione globale. Però non sta ancora mostrando la sua strategia, la sta studiando e probabilmente studierà quello che farà l’Italia. Certo la Francia non ha mollato, la Germania non può mollare anche se ha la sua massima priorità sul fronte est.

Il vertice rappresenta una mossa utile nel provare ad essere parte attiva? E in che modo offrire una continuità nel tempo rispetto a questo strumento?

Il tentativo è perfetto, nel senso che se l’Italia non tenta di fare una proiezione globale difficilmente riuscirà a invertire il suo declino economico. E come si inverte un declino economico se non ottenendo una posizione più importante in tutte le sue relazioni? L’Italia secondo me deve fare questi tentativi e, se non andranno bene la prima volta pazienza, si imparerà dagli errori e si proverà ancora. Sarà fondamentale continuare con iniziative di questo tenore, ma non solo con l’Africa anche col Sud America, col Giappone, con l’Australia. L’Africa evidentemente è una priorità per molti motivi come il rifornimento energetico, il fronte sud, il Mediterraneo: il presidio di quest’area tra l’altro farebbe comodo a parecchie potenze e certamente rappresenta una priorità. Al momento non possiamo accusare il governo di possibili errori o ritardi sulle attese, perché invece bisogna mettere in luce il coraggio del governo italiano di fare una cosa così asimmetrica. Ma non è tutto.

Ovvero?

Tutte le nazioni europee sono in concorrenza per avere una proiezione globale e quindi è bene che l’Italia lo faccia ed è bene che il governo tenti questa strada. In assenza di tali tentativi sarà un’area economica declinante. Per rimettere l’Italia in un vettore di ricchezza, deve diventare un esportatore di sicurezza. E può farlo appunto solo con capacità di presidio.

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