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Cina, ricerca e sicurezza. La mossa canadese che deve ispirare l’Italia

Il governo di Ottawa ha pubblicato una lista di oltre 100 istituti legati agli eserciti di Mosca, Teheran e Pechino in linea con la nuova politica sulla tecnologia. Un modello che può portare a maggiore consapevolezza nei settori a rischio e la società intera. Il commento di Laura Harth, campaign director di Safeguard Defenders

Il Canada ha pubblicato una lista di oltre 100 istituti di ricerca legati a entità militari, di difesa nazionale o di sicurezza statale di Cina, Russia e Iran. Non sorprende che la Cina occupi il primo posto nella lista: su 103 istituti di ricerca ed università elencati, ben 86 rispondono alle autorità di Pechino. In Italia dal 2019 sono almeno gli 17 accordi interuniversitari con enti cinesi nella lista.

La lista è stata annunciata il 16 gennaio con una dichiarazione congiunta del ministro per l’Innovazione François-Philippe Champagne, il ministro per la Sicurezza pubblica Dominic LeBlanc e il ministro per la Sanità Mark Holland. Rientra nell’ambito della Politica sulla ricerca tecnologica sensibile e sulle affiliazioni preoccupanti secondo la quale “borse di ricerca e domande di finanziamento presentate da un’università o da un istituto di ricerca affiliato ai consigli federali di concessione e alla Canada Foundation for Innovation che coinvolgono ricerche che promuovono un’area di ricerca tecnologica sensibile non saranno finanziate se uno qualsiasi dei ricercatori coinvolti in attività sostenute dalla sovvenzione è affiliato o riceve finanziamenti o qualsiasi forma di sostegno da un’università, istituto di ricerca o laboratorio collegato a entità militari, di difesa nazionale o di sicurezza statale che potrebbero rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale del Canada”.

Sono due i principi attivi della nuova politica.

La prima componente è la lista che include a oggi 103 istituti di ricerca e università ritenuti una minaccia alla sicurezza nazionale, e la quale sarà oggetto di revisione (e potenziale espansione) regolare “per far fronte alle minacce in evoluzione, che possono provenire da qualsiasi parte del mondo”. Inoltre, secondo la stampa canadese i funzionari del governo federale hanno sottolineato di non avere ancora un quadro completo della portata del problema.

A completare il quadro è la lista dei settori di ricerca tecnologica sensibile compongono la seconda metà della strategia. Di particolare interesse è il progresso di una tecnologia nel corso della ricerca negli ambiti di tecnologia avanzata delle infrastrutture digitali; tecnologia energetica avanzata; materiali e manifattura avanzati; materiali avanzati; manifattura avanzata; rilevamento e sorveglianza avanzati; armi avanzate; tecnologia aerospaziale, spaziale e satellitare; intelligenza artificiale e tecnologia big data, human-machine integration; biotecnologie, tecnologie mediche e sanitarie; scienze e tecnologie quantistiche; robotica e sistemi autonomi. Tutti settori di tecnologie avanzate ed emergenti che secondo le autorità canadesi “sono importanti per la ricerca e lo sviluppo canadese, ma che potrebbero interessare anche attori statali e non-statali stranieri che cercano di appropriarsi indebitamente dei vantaggi tecnologici del Canada a nostro danno”.

Una questione quanto mai rilevante anche per l’Italia. Un veloce riferimento incrociato con gli accordi di collaborazione interuniversitario dal 2019 a oggi (disponibili su Cineca) rileva almeno 17 collaborazioni attivi tra atenei italiani ed enti cinesi presenti nell’elenco canadese, la maggior parte dei quali in settori a potenziale rischio. E nonostante le parole politiche sul derisking come già sollevato alcune settimane fa, alcuni dei settori coperti dal rinnovato protocollo esecutivo in materia di ricerca congiunta tra l’Italia e la Cina, annunciato il 29 novembre scorso, sono proprio tra quelli ritenuti ad alto rischio da parte dell’alleato canadese.

Inoltre, sebbene la nuova politica canadese si applica solo alle richieste di sovvenzione ai consigli federali di concessione, la speranza delle autorità è che la pubblicazione delle liste congiunte possa meglio informare ricercatori così come i governi provinciali al fine di scoraggiare eventuali collaborazioni con tali enti, in particolare nei settori ritenuti a rischio.

Punto da sottolineare alla luce di alcuni viaggi ed accordi realizzati di recente a livello di città e regioni italiane in settori come quello del settore a rischio della sanità (ricordiamo ad esempio l’accordo torinese del 2018 con l’ospedale dell’Esercito di Liberazione popolare).

Visto che le autorità italiane – il ministero dell’Università e della Ricerca in particolare – in passato hanno citato varie autonomie come impedimento per affrontare determinate questioni, l’approccio canadese potrebbe fare da guida. Dal coordinamento tra vari dicasteri governativi, l’utilizzo dei poteri federali legati ai finanziamenti, e la pubblicità che fa – si spera – da linea guida e monito per enti indipendenti e subnazionali.

Sebbene sia chiaro che la nuova politica canadese non copre tutte le questioni legati alle collaborazioni scientifiche ed universitarie (pensiamo, per esempio, agli Istituti Confucio, al controllo e la censura esercitata tramite organizzazioni come l’Unione degli studenti e studiosi cinesi, o alle potenziali infiltrazioni sotto copertura), essa presenta indubbiamente un modello che possa portare a maggiore consapevolezza nei settori a rischio e la società intera.

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