Il campionario dell’incoerenza è ampio e distribuito in tutto il panorama politico. Dal governo all’opposizione. Una distinzione che negli ultimi anni si è fatta labile e intercambiabile, per quasi tutte le forze politiche. Come si può pretendere che i giovani (per i meno giovani a volte gioca l’abitudine o qualche riflesso pavloviano) vadano alle urne?

Il 2024 sarà il grande anno elettorale: dalla Vecchia Europa agli Stati Uniti, passando per Taiwan e Bangladesh (per fare solo altri due esempi planetari), si stima che saranno circa un miliardo i cittadini del mondo chiamati alle urne. Ma per restare con i piedi per terra, nel nostro perimetro domestico, il 2024 sarà soprattutto l’anno del rinnovo del Parlamento europeo. Era inevitabile un pensiero del nostro Presidente della Repubblica sull’astensionismo. Alla vigilia di Natale Sergio Mattarella ha esternato: “Non possiamo trascurare l’attuale preoccupante flessione della partecipazione al voto, essenziale per la legittimazione delle istituzioni. Fiducia, partecipazione, democrazia sono anelli inseparabili di un’unica catena. Sottolineano il valore dell’attivo coinvolgimento nella vita della Repubblica in tutti i suoi aspetti. Da qui l’appello alla responsabilità di ognuno: tutti siamo chiamati a fare la nostra parte. E dunque è questa la base della nostra comune speranza”.

Eppure, il voto si è fatto merce rara. Le elezioni del 25 settembre 2022 hanno presentato un dato molto grave nel panorama politico sia italiano che europeo. L’affluenza alle urne ha subito un calo a livello nazionale di 9 punti percentuali, attestandosi al 63,9% degli aventi diritto. Il dato rappresenta il maggior crollo di partecipazione nella storia repubblicana. E rientra tra i dieci maggiori cali di affluenza nella storia europea dal 1945 a oggi.

C’è forse da preoccuparsi. Ma c’è anche di che stupirsi? Non credo. Se il 50% dei giovani italiani non vota forse è solo normale. Sarebbe più interessante indagare come mai metà va ancora a votare. Un paradosso? Solo in parte. Che motivo di partecipazione elettorale viene coltivata da un’offerta politica dove la coerenza è meno di un optional?

Il campionario dell’incoerenza è ampio e distribuito in tutto il panorama politico. Dal governo all’opposizione. Una distinzione che negli ultimi anni si è fatta labile e intercambiabile, per quasi tutte le forze politiche. Dall’alleanza Lega-M5S di cinque anni fa, al governo Conte 2 dove il posto delle Lega venne preso senza traumi apparenti dal Pd. Quello stesso partito che per M5S sarebbe stato impraticabile dopo i fatti di Bibbiano (il caso dei bambini “strappati” alle famiglie, vero o falso che fosse): “Mai con il partito di Bibbiano”, cioè mai più con il Pd. E invece…

Ma anche dalle vicende del governo Draghi, quello dei “migliori”, non si collezionano prove di coerenza capaci di motivare indecisi e accidiosi. Il Governo della super maggioranza confermò tutte le grandi trovate dei grillini – dal reddito di cittadinanza all’aborrito bonus 110% (Draghi contro il 110% ebbe un soprassalto un po’ tardivo) – con il voto anche di Lega e Forza Italia, che poi invece le condannarono (con qualche distinguo di Forza Italia sul 110%, sempre per confondersi nel ginepraio delle giravolte) una volta confezionata la nuova maggioranza per il Governo Meloni, che ha cancellato l’uno e l’altro.

Il trasformismo è stato un “vizio” della politica italiana dalla fine dell’Ottocento. Negli ultimi anni però si è persino banalizzato, reso quotidiano strumento rivolto alla conservazione del potere. Giuseppe Conte in questo non è un innovatore, ma disturba un po’ il ruolo di predicatore che ama assumere. Parliamo di Mes? L’attuale leader del M5S mentre rivendica la modifica del Mes durante il governo da lui presieduto, poi in aula vota contro la ratifica. Corrado Formigli ha chiosato: “Continuiamo a vivere in un Paese in cui la coerenza di chi ha governato e di chi sta governando viene continuamente messa dietro alle logiche più immediate, proprio di piccola convenienza”. Trasformismo, opportunismo, senza coerenza.

Anche il cambio di casacca degli eletti ha il suo peso. Ed è una pratica diffusa da sempre e sempre rinverdita: in questa legislatura, quindi in circa un anno, sono già 39 (circa il 10% degli eletti) ad aver mutato parte o partito. Questa disillusione potrebbe essere ulteriormente alimentata dalle numerose alleanze (coinvolgenti in varie forme il 90% dei deputati e l’86% dei senatori nell’ultima legislatura) che si sono susseguite nelle ultime legislature, anche tra partiti opposti ideologicamente. Lo abbiamo fatto notare: la partecipazione non è aiutata dall’intercambiabilità dei ruoli e dei posti di potere.

Qualche raffinato osservatore spiega il calo della partecipazione a causa della “crescente somiglianza dell’offerta politica tra i partiti dell’arco parlamentare”. Ne sarebbe “conseguita una diminuzione del beneficio che gli elettori si aspettano di ottenere con la vittoria del partito politico di cui sono sostenitori, vista la minore differenziazione rispetto alle proposte politiche avversarie”.

Tra la prima e la seconda Repubblica un vecchio autorevole rappresentante del Psi, Rino Formica, sosteneva che la politica è “sangue e merda”, senza rivelare la proporzione dei due ingredienti per le ricette di successo. In qualche modo metafore di coerenza e incoerenza, sangue e merda oggi sembrano sbilanciate verso la seconda, che si traduce anche in opportunismo sfacciato e maleodorante.

Per Giuseppe Prezzolini la coerenza era la virtù degli imbecilli. Eppure, la coerenza continua ad affascinare i semplici e a costituire un obiettivo per i più ragionevoli. Coerenza è premessa della motivazione. Senza coerenza riconoscibile come si può pretendere che i giovani (per i meno giovani a volte gioca l’abitudine o qualche riflesso pavloviano) vadano alle urne?

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