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Hong Kong, il processo a Jimmy Lai ci riguarda. Il commento di Harth

Quattro anni fa, dall’opposizione, l’attuale premier Meloni condannava le ingerenze dell’ambasciata cinese nelle prerogative dei parlamentari italiani per il sostegno ai movimenti pro-democrazia di Hong Kong. Oggi che le autorità dell’isola utilizzano la cosiddetta Legge sulla sicurezza nazionale per reprimere il dissenso la risposta deve essere altrettanto forte e decisa. Il commento di Laura Harth, campaign director di Safeguard Defenders e membro del segretariato dell’Alleanza interparlamentare sulla Cina (Ipac)

Ci siamo. Circa tre anni dopo l’imposizione da parte delle autorità cinesi della cosiddetta Legge sulla sicurezza nazionale su Hong Kong, in barba agli accordi internazionali e la mini-costituzione della stessa isola, si sta avverando quanto denunciato al Senato italiano nel novembre 2020 dal giovane attivista Joshua Wong. “Indubbiamente vi sarà un prezzo terribile da pagare per la nostra opposizione ai governi di Pechino e di Hong Kong.

Wong pronunciò le parole durante la lezione sulla libertà tenuta dalla Fondazione Fare Futuro presieduto da Adolfo Urso, attuale ministro per lo Sviluppo economico, sotto lo slogan “Hong Kong oggi come Berlino ieri: Difendere la libertà di Hong Kong equivale a difendere la libertà di tutti noi”. Sei giorni dopo Joshua quel prezzo lo pagò. Fu di nuovo arrestato e oggi rischia l’ergastolo dopo la condanna per “sovversione” e le accuse pendenti di “collusione con forze straniere”.

Quest’ultime sono le stesse esatte accuse per cui questa settimana è in corso il processo contro Jimmy Lai, cittadino britannico ed ex proprietario del quotidiano Apple Daily. Un procedimento politicamente motivato, condito dalla testimonianza forzata, sotto tortura, durante la testimonianza solitaria a Shenzhen nella Cina continentale di Andy Li, anch’esso attivista pro-democrazia e già webmaster dell’Alleanza interparlamentare sulla Cina (Ipac), una rete transpartitica di oltre 350 parlamentari in 33 Paesi del mondo. Un procedimento durante il quale, esattamente come avvertito da Wong al Senato tre anni fa, la procura cerca di sfruttare al massimo le disposizioni di extraterritorialità previsti nella cosiddetta Legge sulla sicurezza nazionale imposta nell’estate del 2020.

Sono stati indicati come “co-cospiratori” di Lai almeno quattro cittadini stranieri (due cittadini britannici, una cittadina giapponese e un cittadino statunitense) per il semplice fatto di aver esercitato i loro diritti in quanto liberi cittadini di Stati democratici, ovvero di essersi parlati e organizzati tra di loro in difesa dello Stato di diritto e dei diritti umani. Tra essi due membri del segretariato Ipac: Luke de Pulford e Shiori Kanno, che era deputata ai tempi dei fatti. Alla nota dell’Ipac, il portavoce del ministero degli Esteri cinese a Hong Kong ha espresso “forte insoddisfazione e ferma opposizione, sottolineando che tali politici stanno tentando di proteggere degli elementi anticinesi a Hong Kong, interferendo grossolanamente negli affari di Hong Kong e negli affari interni della Cina, calpestando sfacciatamente i fondamentali principi delle relazioni internazionali, e che essi sono destinati a fallire”.

Parole che probabilmente ricorderanno diversi membri del governo italiano di oggi, in quanto simili alle dichiarazioni di “insoddisfazione” da parte dell’ambasciata cinese a Roma quando accusò i parlamentari di (quasi) tutti i gruppi politici di “grave errore” per aver partecipato a una conferenza al Senato della Repubblica con Wong su iniziativa di Urso nel novembre 2019. Una ingerenza nelle normali prerogative parlamentari che portò a condanna immediata degli stessi componenti dell’attuale maggioranza. In particolare, Giorgia Meloni, oggi presidente del Consiglio, definì “intollerabili” le dichiarazioni del portavoce dell’ambasciata cinese in Italia. “Siamo allibiti dall’arroganza e dalla sfrontatezza con le quali la rappresentanza diplomatica di Pechino si è permessa di censurare l’iniziativa di alcuni parlamentari italiani definendola ‘irresponsabile’”, disse. E chiese anche al governo italiano di convocare immediatamente l’ambasciatore cinese “per ricordare che l’Italia è uno Stato democratico, a differenza del regime liberticida cinese”.

Oggi che le autorità di Hong Kong utilizzano la cosiddetta Legge sulla sicurezza nazionale dichiarando dei cittadini di Paesi alleati come “co-cospiratori” in processi politicamente motivati, non possiamo che chiedere una risposta altrettanto determinata dal governo italiano, in coordinamento con i Paesi partner.

È quanto chiedono oggi in una lettera i senatori Giulio Terzi di Sant’Agata ed Enrico Borghi, e i deputati Paolo Formentini e Lia Quartapelle al vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri Antonio Tajani: “Il tentativo di implicare cittadini stranieri in un procedimento giudiziario politicamente motivato è un atto straordinario di estensione territoriale e di violazione inaccettabile dei diritti dei cittadini stranieri. Sono le conseguenze delle disposizioni di extra-territorialità nella illegittima Legge sulla sicurezza nazionale come condannate dalle Istituzioni europei, a partire dal Parlamento europeo”, si legge. Ricordando la Dichiarazione dei Leader del G7 di Hiroshima, in cui anche l’Italia ha invitato la Cina a “non condurre attività di interferenza volte a minare la sicurezza e l’incolumità delle nostre comunità, l’integrità delle nostre istituzioni democratiche e la nostra prosperità economica”, i parlamentari chiedono di unità e fermezza “nel dimostrare che non tollereremo l’esportazione dell’oppressione di Pechino, o il prendere di mira dei nostri stessi cittadini, e che dobbiamo farlo in un linguaggio che il Partito comunista cinese capisca. Se vogliamo fermare l’escalation delle ingerenze di Pechino dobbiamo agire, insieme ai nostri alleati, e agire ora”, concludono.

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