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Lasciapassare per i leader di Hamas. Perché per Israele è una proposta complicata

L’ipotesi di far uscire i leader di Hamas dalla Striscia di Gaza e aprire da qui un percorso negoziale è uno stress test di realismo messo davanti a Israele. Ci sono problemi tecnici, sfiducia, ma anche complessità nel raggiungere obiettivi concreti

La CNN ha riportato per prima informazioni su quella che definisce una “proposta straordinaria” di Israele per negoziare la fine dell’invasione di Gaza: gli alti leader di Hamas potrebbero lasciare Gaza come parte di un più ampio accordo di cessate il fuoco.

Il tema è determinante, perché è il punto di rottura tra Israele e Stati Uniti (con il principale alleato che chiede a Benajamin Netanyahu di accelerare sul futuro della Striscia e lui che risponde picche). Ma anche perché si porta dietro il grande argomento del rilascio degli ostaggi rapiti nell’attentato del 7 ottobre dal gruppo terroristico, su cui il governo Netanyahu subisce pesanti pressioni dall’opinione pubblica. E gli osservatori internazionali esprimono preoccupazione per l’inasprimento del sentimento globale nei confronti di Israele, a causa degli intensi bombardamenti su Gaza che hanno causato oltre 25.000 vittime palestinesi.

Attorno a Israele si materializzano l’indebolimento della rappresentanza politica del governo (che all’inizio era forte, perché come accade nelle emergenze ci si stringe attorno al leader, anche se non è il più amato dalla popolazione), le tensioni con Washington (che ormai non sono più nell’ombra), il pantano militare (i dati dicono che nonostante la guerra di quasi quattro mesi a Gaza, Israele non è riuscito a catturare o uccidere nessuno dei leader più importanti di Hamas a Gaza e ha lasciato intatto circa il 70% delle forze combattenti di Hamas, secondo le stime di Israele stesso).

Secondo fonti israeliane che parlano informalmente per fornire quelle che vengono chiamate “informazioni di background”, indettagli della CNN, così come le voci su una trattativa per una tregua prolungata di due mesi diffuse da Axios, vanno soppesate attentamente. “Tutte le notizie sulle transazioni dei rapiti sono il più delle volte parte della guerra psicologica, exeperimental balloons o speculazioni: in breve, in questo contesto nulla è veramente assoluto finché non accade”. Pare che Netanyahu abbia parlato della tregua prolungata in un incontro con le famiglie d egli ostaggi.

Lasciapassare o caccia globale a Hamas?

Si sa che alti funzionari di Hamas vivono principalmente a Doha, in Qatar, e nella capitale libanese Beirut, tra le varie località al di fuori dei territori palestinesi (all’inizio del mese, un attacco aereo israeliano ha ucciso un alto comandante di Hamas, Saleh al Arouri, a Beirut). Dunque l’idea è credibile, anche se si darebbe un passaggio sicuro fuori da Gaza ai principali leader di Hamas che hanno orchestrato il massacro del 7 ottobre. Ma svuotare Gaza dei suoi leader potrebbe indebolire la presa di Hamas sul territorio devastato dalla guerra, consentendo di avviare la ricostruzione (anche politico-amministrativa, che è l’interesse internazionale adesso), mentre per Israele ci sarebbe la possibilità di continuare a rintracciare obiettivi di alto valore al di fuori della Striscia.

Sì potrebbe aprire una stagione di attacchi mirati e sofisticati simile a quella che seguì l’assalto di Monaco nel 1972, ipotesi già ventilata tempo fa su cui i leader palestinesi cercano chiarezza (che difficilmente troveranno). E questo è un primo problema di sfiducia: figure come Yahya Sinwar, il massimo funzionario di Hamas a Gaza che Netanyahu definisce “un uomo morto che cammina”, oppure Mohammed Deif, il leader dell’ala armata di Hamas, e il suo vice Marwan Issa, non potranno mai essere al sicuro. Ronen Bar, direttore dell’agenzia di sicurezza interna israeliana Shabak, ha giurato di “eliminare Hamas” in tutto il mondo, anche se ci vorranno anni. Inoltre, accettare un’uscita rischierebbe di macchiare l’immagine dei leader, dunque dell’organizzazione, come se avessero accettato una resa. Per questo è altamente improbabile che Sinwar e coloro che lo circondano accettino di lasciare Gaza, preferendo invece morire combattendo il loro nemico giurato.

Sul lato opposto, chi garantisce che clandestinamente i leader non ricostruiscano un’entità armata strisciante da fuori la Striscia pronta a colpire Israele? L’idea ha enormi limiti, ma è stata discussa come parte dei più ampi negoziati per il cessate il fuoco almeno due volte nelle ultime settimane, una volta il mese scorso a Varsavia dal capo dell’intelligence israeliana, il direttore del Mossad David Barnea, durante l’incontro con il direttore della CIA Bill Burns e con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani. Poi di nuovo questo mese a Doha con il segretario di Stato americano, Antony Blinken, almeno stando a quanto riferito alla CNN da un funzionario che ha familiarità con le discussioni.

Negli ultimi due mesi, l’amministrazione Biden — che continua il sostegno al suo principale alleato mediorientale — ha chiesto apertamente a Israele di passare a una fase di minore intensità del conflitto, cosa che, secondo i funzionari statunitensi, ha iniziato a verificarsi, anche se le operazioni intense continuano nel sud di Gaza. Qui c’è un secondo elemento problematico per l’ipotesi negoziale sul tavolo: la sfiducia di Hamas nel fatto che Israele avrebbe effettivamente terminato le operazioni contro Hamas a Gaza anche dopo la partenza della sua leadership. Dubbio sollevato anche dai qatarini, che sono principali mediatori sulla scena.

Spinta diplomatica e nervosismo

C’è però un nuovo rush di attività diplomatiche per cercare di ottenere una pausa prolungata nei combattimenti e liberare gli ostaggi che si ritiene siano ancora vivi a Gaza. La ragione è evidente: più si combatte, più aumenta il rischio di un’espansione regionale del conflitto; più si combatte e più aumenta il rischio che gli ostaggi muoiano o vengano uccisi. L’alto funzionario della Casa Bianca per il Medio Oriente, Brett McGurk, si recherà in Egitto e in Qatar questa settimana per ulteriori colloqui. La consapevolezza statunitense è che un accordo non è così vicino, ma la messa sul tavolo di certe ipotesi davanti a Barnea è importante per continuare le relazioni.

Israele non sta raggiungendo i suoi obiettivi militari, d’altronde, e gli apparati del Paese hanno chiaro il quadro. La totale vittoria su Hamas promessa da Netanyahu potrebbe non arrivare mai, le pressioni sul governo aumentano e uno stress test di realismo sta arrivando anche connesso al sentimento internazionale (per esempio, recentemente l’Hr/Vp dell’Unione Europea, Josep Borrell, è stato molto pesante contro il governo israeliano).

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