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Le privatizzazioni? Bene per ridurre il debito. E sull’Ilva… Scrive Cazzola

In questi giorni si rincorrono le notizie circa la possibilità di una vendita da parte dello Stato del 5% delle azioni di Eni. Il ministro Giorgetti a Davos esplicita la linea sulla privatizzazioni che vuole assumere il governo. Ebbene, queste risorse dovranno servire per calare il debito pubblico non per alimentare la spesa corrente. E sulla gestione dell’Ilva serve una commissione d’indagine. Scrive Cazzola

Giancarlo Giorgetti – a Davos – ha cercato di entrare in sintonia con quell’ambiente che gli era nuovo e che forse lo intimidiva, ricordando che il governo intende realizzare in un triennio privatizzazioni per 20 miliardi (1 punto di Pil). Benché sia di indole prudente il ministro ha gettato il cuore oltre l’ostacolo; e non è detto che riesca ad andarlo a riprendere. In Italia, infatti, questo progetto  ha sollevato autorevoli dubbi fin da quando  è stato annunciato nella Nadef.

“Vi è incertezza sull’effettiva realizzazione del programma di dimissioni mobiliari annunciato nella Nadef – aveva commentato  l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), dal quale dovrebbero derivare proventi per almeno l’1% del Pil entro il 2026. Si tratta di importi  rilevanti se si osservano i dati sulle privatizzazioni degli anni immediatamente precedenti la crisi pandemica”.

Circola la voce che il governo abbia in mente di vendere il 5% delle azioni dell’Eni per un corrispettivo di 2 miliardi. La notizia non è confermata e neppure smentita. In queste ore i giornali pubblicano tabelle con tutte le partecipazioni dello Stato nell’economia e indicano quali aziende potrebbero essere coinvolte per prime nelle dismissioni (come le Poste, per esempio). Restano da risolvere alcune questioni cruciali: premesso che è sempre preferibile che ognuno faccia il suo mestiere e che siano i privati a gestire imprese che fanno profitto, le privatizzazioni devono servire per ridurre il debito e non per implementare la spesa corrente.

È un criterio questo che vale anche per una qualsiasi famiglia: è un conto se si priva dei gioielli ereditati dalla nonna per estinguere un debito; è invece una mossa disperata se queste risorse finiscono in tasca ai bookmakers degli ippodromi. A dire il vero parlare di privatizzazioni in queste settimane, in cui è esploso il caso ex Ilva è come parlare di corda in casa dell’impiccato.

Perché lo Stato – a conclusione di una congiura ordita da associazioni ambientaliste fanatiche, da politici opportunisti disposti ad ammazzare la madre per seguire un’ideologia delirante e da magistrati che si sono prestati ad abusare del loro potere pur di favorire quei propositi – ha deciso di prendersi in carico, attraverso il commissariamento straordinario, lo stabilimento di Taranto in attesa di trovare un partner privato che subentri ad Arcelor Mittal il gruppo franco indiano che nel frattempo si consolerà a Dunkerque delle delusioni pugliesi. Ci auguriamo che siano credibili le voci che danno per interessati importanti gruppi siderurgici.

Ma quando lo Stato si accolla una fabbrica moribonda con 20 mila famiglie da mantenere e con tutto l’indotto di una regione dovrebbe scrivere sul portone di ingresso “Lasciate ogni speranza o voi che entrate’’. Il fatto che i sindacati – dopo aver assistito impotenti e complici al massacro dell’ex Ilva mostrando un’enorme coda di paglia nei confronti dei circoli ambientalisti e della magistratura – oggi insistano per una nazionalizzazione è la dimostrazione che da lì non si tornerà più indietro perché – come si diceva un tempo – al riparo dello Stato non piove mai.

È ancora fresca la memoria del caso Alitalia e ci stiamo ancora meravigliando di un governo, come l’attuale, che ha osato tagliare dopo anni il cordone ombelicale che teneva in vita un’azienda che sarebbe fallita almeno dieci volte. A conti fatti, però, quando lo Stato nel 1995 cedette l’Ilva alla famiglia Riva, lo stabilimento perdeva 4 miliardi di lire.

La nuova proprietà dal 1995 al 2012 effettuò investimenti per 4,5 miliardi di euro di cui 1,2 per misure di carattere ambientale. Queste operazioni sono state confermate da una sentenza del 2019 del Tribunale di Milano, in primo grado e in appello, nel procedimento per il reato di bancarotta fraudolenta nei confronti dei fratelli Riva (assolvendo il fratello che non aveva patteggiato). Nelle motivazioni della  citata sentenza di assoluzione di primo grado di Fabio Riva emessa nel luglio 2019 il Gup Lidia Castellucci del Tribunale di Milano scrisse che la società Riva Fire (controllata dalla famiglia Riva) aveva  investito “in materia di ambiente” risorse finanziarie nella gestione dell’Ilva di Taranto nel periodo intercorrente tra il 1995 e il 2012, per “oltre un miliardo di euro” ed “oltre tre miliardi di euro per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti” e pertanto non vi era stato il “contestato depauperamento generale della struttura”.

La Corte d’Assise di Taranto si rifiutò di accettare questa logica. Il pm lo disse  esplicitamente: ‘’Ma come facciamo a rispondere alla mamma che ha perso il bambino che i limiti erano in regola?’’.  Lo smantellamento per via giudiziaria iniziò nel 2012, con una serie di incursioni della procura tarantina che – paradossalmente – in nome del risanamento ambientale, e di intesa con le autorità politiche, ha fatto di tutto – dopo il sequestro dello stabilimento e dei prodotti ritenuti (sic!) prova del reato – per impedire anche la realizzazione delle misure di volta in volta adottate per rendere più sostenibile la produzione (come nel caso della copertura dei parchi minerali e fossili). Oggi lo Stato rientra all’Ilva in una condizione peggiore di quella del 1995.

Come ha ammesso il ministro Adolfo Urso : “L’impianto è in una situazione di grave crisi. Nel 2023 la produzione si attesterà a meno di 3 milioni di tonnellate, come nel 2022, ben sotto l’obiettivo minimo che avrebbe dovuto essere di 4 milioni, per poi quest’anno risalire a 5 milioni’’.

La verità è che l’Arcelor Mittal non si rivelò inadempiente, ma le fu impedito di adempiere quanto previsto dall’accordo. Con le prescrizioni, spesso contraddittorie,  delle procure sull’utilizzo degli impianti (si pensi al blocco dell’altoforno) era impossibile realizzare gli obiettivi che erano previsti nell’accordo. Poi senza lo scudo penale per il management  gestire l’Ilva significava alloggiare nelle galere pugliesi.

Poi l’assedio delle toghe e degli ambientalisti non verrà meno quando l’azienda sarà commissariata. Nelle stesse ore in cui si discuteva alla Camera del futuro dell’economia tarantina i carabinieri hanno eseguito un blitz nella fabbrica dell’ex Ilva, per acquisire la documentazione necessaria alla Procura in relazione all’inchiesta su possibili emissioni inquinanti. Negli ultimi mesi, infatti, sono stati registrati diversi picchi periodici di benzene, segnalati da Arpa Puglia, anche se non è stato superato (sic!) il valore soglia fissato dalla norma. Questo è il punto.

Nessuno è mai stato in grado di provare che l’ex Ilva abbia violato le leggi  sulla tutela ambientale all’epoca vigenti. Che fare adesso? Mentre il governo si appresta a prendersi cura con un massiccio impiego di risorse per gli ammortizzatori sociali di 20 mila famiglie; a trovare risorse per tacitare i fornitori a prova del disastro economico che si è prodotto; a fare promesse sul versante dell’occupazione che non riuscirà a mantenere se non in misura limitata, l’attuale maggioranza dovrebbe fare chiarezza sulle responsabilità dell’assassinio premeditato di una grande acciaieria produttiva e rispettosa delle regole ambientali, ma pregiudizialmente condannata allo sfascio.

Anziché perdere tempo con una Commissione d’indagine sulla gestione del Covid-19 (che è strumentale a fini politici) se ne costituisca una per andare a fondo sul caso ex Ilva. Se vogliamo dare un nome a quella vicenda potremmo coniare anche una nuova fattispecie di reato: procurato disastro industriale. Potremmo persino spingerci, seguendo la moda, nella creazione di un neologismo: “Opificidio”.

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