È nel pieno interesse del governo dotarsi finalmente di un’agenda e poterne dettare una politica, magari presentandosi in Parlamento e facendosi avallare tale agenda dallo stesso. L’opinione di Luigi Tivelli

E così a dettare l’agenda per la soluzione dei problemi più concreti sollevati dalla rivolta dei trattori dell’agricoltura italiana sono stati Amadeus, Fiorello e il Festival di Sanremo.

D’altronde meglio che sia Sanremo in qualche modo l’autobiografia della Nazione piuttosto che il fascismo, che tale era secondo Pietro Gobetti. La questione è più rilevante e significativa di quanto possa sembrare. Non tanto per il merito dei problemi più o meno accettabile posto dal mondo agricolo in rivolta, ma perché tante volte non si capisce chi e come detti l’agenda politica in questo Paese. Eppure i più avvertiti politologi sostengono che in politica vince chi detta l’agenda.

L’agenda politica italiana, però, non è come uno di quei bei libricini in sequenza che si vendono nelle buone cartolerie. Sembra, invece, un insieme di fogli sparsi, che man mano a volte volano via, spesso cangianti nel gioco delle priorità, che sembra somigliare di più a quel fare “ammuina” (chi sta sotto sale di sopra, e chi sta sopra scende di sotto…) tipico della vita in certe navi che ad un metodo di razionale programmazione. Onestamente poi non è facile individuare una vera agenda di governo, rispetto all’attuale esecutivo.

Eppure non è che il Parlamento possa interferire più di tanto, visto che siamo in una delle fasi politico-istituzionali in cui meno contano e pesano le Camere. Sale alla memoria quel modello adottato nel 1981 dal presidente del Consiglio Spadolini, che fu il primo a prevedere una “mozione motivata di fiducia” da parte delle Camere sin dall’atto del suo insediamento. In quella mozione c’era un percorso programmatico per il governo, concordato il Parlamento. Molti si chiedono oggi qual è il programma a medio o a lungo termine del Governo Meloni. Che sembra un po’ un’araba fenice: “Dove sia nessun lo sa, cosa fa nessun lo dice”.

L’italico giornalismo non aiuta più di tanto perché pure quando la presidente del Consiglio fa una conferenza stampa annuale istituzionale, i giornalisti di tutto le chiedono tranne quali siano i suoi obiettivi e strumenti programmatici. E credo che questo favorisca un modo di governare in cui l’agenda è molto ballerina, si inseguono man mano i tormentoni che nascono di volta in volta, c’è il problema di coprirsi le spalle rispetto alle fughe in avanti di Salvini. Il rapporto tra il Governo e l’Unione europea è, a volte, non poco frastagliato e ondivago, e così prevalgono le emergenze che scoppiano più o meno per caso man mano.

Per non pochi aspetti si tende ad oscillare tra “emergenziocrazia”, farsi dettare l’agenda dalle emergenze senza forme né di prevenzione né di risposte razionali o coerenti, e “rinviocrazia”, rinviando man mano la soluzione dei problemi (vedi il caso Mes).

D’altronde questo è l’unico Paese al mondo in cui tutti gli anni c’è tra dicembre e gennaio un lungo decreto milleproroghe.

Io ho tutto il rispetto per il Governo e il presidente del Consiglio del mio Paese e devo man mano seguire, studiare, da analista, la politica. Ma se qualcuno mi chiede qual è il vero programma a medio e lungo termine del Governo Meloni, non sono in grado di dirlo. Certo so che è in corso un lavoro, che sarà lungo e faticoso, per dare corpo e dimensione normativa ai due idola fori di fondo che caratterizzano il Governo Meloni: l’elezione diretta del premier e l’autonomia differenziata, figli di una sorta di “contratto di scambio” tra le due maggiori forze della coalizione. Ma quanto a impostazione globale della politica economica, quanto a politica industriale, quanto ad altre importanti policies pubbliche, l’agenda di governo sembra molto ballerina e fatta di fogli sparsi. E così, ad esempio, c’è il rischio che a dettare l’agenda sia John Elkann di turno, che viene a Roma, da presidente Stellantis e, beato lui nello stesso giorno (economizzando così nella sua agenda), riesce ad incontrare tutte le più importanti autorità istituzionali, però, guarda caso, esclusa la presidente del Consiglio Meloni. Credo che questo nasca anche dal fatto che nell’agenda di governo non c’è chiarezza sulla questione dell’attrazione degli investimenti esteri, delle linee di politica industriale, del “prima l’Italia o prima l’Europa”.

La conclusione è che sembra nel pieno interesse del Governo dotarsi finalmente di un’agenda, per poter dettare davvero in questo modo l’agenda politica, magari presentandosi in Parlamento e facendosi avallare questa agenda dallo stesso. Perché credo, alla fin fine, che gli italiani siano, come diceva Prezzolini, “apoti” e non la bevono facilmente in quanto toccano con mano i loro veri problemi reali: quando vedono che i loro stipendi sono fermi in media da trent’anni, quando vanno al supermercato e vedono l’effettiva inflazione, ecc. Quelli la cui soluzione dovrebbe entrare per prima nell’agenda politica e di governo. Oppure vogliamo continuare a restare in piena “sanremocrazia”?

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