Gli Stati Uniti sembrano essere riusciti in un’impresa quanto mai difficile, ovvero coniugare il rientro dall’alta inflazione con la crescita dell’economia. Cosa può insegnare all’Unione europea? Lo spiega l’economista Salvatore Zecchini

A giudicare dai dati, gli Stati Uniti sembrano essere riusciti in un’impresa quanto mai difficile e raramente portata a termine negli ultimi venti anni, ovvero coniugare il rientro dall’alta inflazione con la crescita dell’economia. Soltanto durante l’amministrazione Clinton al volgere del secolo, tra il 1996 e il 2001, si era riusciti a tenere l’inflazione bassa, aumentare il Pil, riportare in equilibrio il bilancio federale ed abbassare la disoccupazione su tassi minimi. Ma questo successo era propiziato dall’accelerazione nella diffusione delle nuove tecnologie dell’Ict e da incrementi dei prelievi fiscali e diverse riforme di struttura. Il contesto economico internazionale era altresì diverso e la situazione politica meno tesa dell’attuale.

Attualmente il contesto è più arduo sotto molti profili, condizione che rende ancor più straordinari i risultati che ci presentano i numeri dell’economia. Tra i più recenti spicca l’exploit della crescita su base annua nel quarto trimestre, che attesta un progresso del 3,3% in stridente contrasto con le previsioni degli analisti che si fermavano al 2%. Considerando l’intero anno, il Pil reale nei dodici mesi del 2023 è aumentato del 3,1%, che porta la media annua al 2,5%. Un gran risultato se confrontato con gli anni pre-pandemia e con il modesto 0,6% che si è ottenuto nell’eurozona. Alla crescita si sono accompagnati un tasso di disoccupazione tra i più bassi (3,7%), una partecipazione alle forze di lavoro attorno al 78% della popolazione in età di lavoro e una percentuale di occupati al 72%. Altrettanto straordinario è aver piegato nello stesso periodo la dinamica dei prezzi al consumo dal 6,4% (annuo) di gennaio 2023 al 3,4% del dicembre scorso, l’inflazione di fondo al 2,9% e quella per i consumi delle persone (PCE) al 2,6%. Quindi attualmente si può parlare finora di un “atterraggio morbido” da una fase congiunturale di alte tensioni sui prezzi, senza penalizzare né la crescita, né l’occupazione.

A confronto, l’andamento dell’economia dell’euro non è così favorevole: l’inflazione annua è stata abbassata al 2,8% a gennaio scorso, un traguardo prossimo a quello americano, ma al costo di un forte rallentamento dell’attività economica come effetto principalmente della stretta monetaria della Bce. L’espansione economica si è fermata allo 0,1% nel quarto trimestre rispetto al corrispondente del 2022 e per l’anno in corso l’attesa è per un modesto 1,2%. È andata meglio per il tasso di disoccupazione che in contrasto con l’afflosciarsi dell’attività ha segnato una lieve discesa al 6,4% insieme a un rialzo del tasso di partecipazione alla forza lavoro. Più occupazione con meno produzione è un binomio difficile da razionalizzare, se non richiamandosi a ipotesi di accumulo di lavoratori nelle fasi basse del ciclo economico.

L’anno scorso l’occupazione è salita in entrambe le aree, americana e dell’euro, ma sullo sfondo di una differente dinamica del costo del lavoro e della produttività. Negli Usa il rialzo del costo del lavoro (4,2% nell’anno) a seguito della richiesta di maggiori salari è stato in parte compensato dall’avanzare della produttività (1.2% in media annua) con un’impennata nell’ultimo trimestre (2,7%). La domanda interna tira e le imprese, malgrado l’aumento dei salari e la restrizione del credito, possono mantenere i ritmi produttivi e i livelli occupazionali, contando anche su incrementi di produttività. Nell’area dell’euro, invece, il rincaro del costo del lavoro è risultato comparativamente superiore (4,5%) e l’andamento della produttività, in mancanza di dati aggiornati, si può ritenere meno favorevole, in quanto la crescita della produzione si è mantenuta su livelli molto bassi e inferiori a quelli americani.

Naturalmente le prospettive economiche nell’anno in corso possono mutare in meglio, ma i segnali da inizio d’anno confermano un’economia americana che mostra resilienza nella produzione e nell’occupazione, seppure con minore vigore rispetto all’anno passato, e un’economia europea che stenta a riprendersi. Il calo della produzione industriale in Germania nello scorso dicembre (-3%) dopo mesi in arretramento molto oltre le attese, insieme agli scioperi recenti nei trasporti e in altri settori, non promettono una rapida inversione di tendenza, neanche nel complesso dell’area euro.

L’Italia non fa eccezione a queste prospettive europee, pur potendo contare sullo stimolo della realizzazione delle opere e delle riforme previste nel Pnrr, nonché dei nuovi finanziamenti ad esso collegati. Le ragioni vanno ricercate nella debolezza dei consumi, nelle difficoltà di portare a termine i progetti d’investimento programmati, nello scarso peso delle riforme nell’espandere le opportunità d’investimento e nel ristretto margine di manovra esistente in una finanza pubblica vincolata a correggere i suoi grandi squilibri. L’andamento della produttività negli ultimi anni non aiuta a migliorare il quadro prospettico: nel 2022 quella del lavoro è diminuita dello 0,7% e quella multifattoriale, che riflette l’efficienza complessiva nell’impiego dei fattori produttivi, non è andata oltre un modesto 0,4%. Da anni il Paese accumula ritardi nel far avanzare la produttività complessiva con un divario sempre più ampio rispetto all’Europa. Dall’inizio del secolo fino al 2022 quella italiana è progredita in media annua dello 0,4%, ovvero un quarto di quella europea (1,6%) ed inferiore a quelle della Germania (1,3%), della Francia (1%) e anche della Spagna (0,6%).

Di fronte alla divergenza di prospettive tra America ed Europa è naturale chiedersi quali fattori possono spiegarla. Qui giocano la diversità di contesto e i ruoli di entrambe le leve di politica, quella macroeconomica per la gestione del ciclo congiunturale, e quella di sistema, oppure strutturale, che condiziona il potenziale di sviluppo nel medio periodo. Il contesto in cui l’economia europea si è trovata a operare è tuttora peggiore di quello per gli americani. Le guerre scoppiate nei quadranti europeo e medio orientale hanno una risonanza particolarmente negativa per gli europei, soprattutto perché li ha privati di importanti mercati nell’Europa orientale e di cruciali fonti di materie prime, prodotti intermedi ed energia a costi competitivi. In poco tempo le imprese europee hanno dovuto riconfigurare le loro catene di approvvigionamento e sostenere rialzi di costo a condizioni più sfavorevoli di quelle oltreatlantico. Ad esempio, i costi energetici e la continuità degli approvvigionamenti in America non hanno conosciuto tensioni con la stessa intensità vista in Europa. In generale, la deglobalizzazione delle catene del valore ha pesato maggiormente sulle prospettive economiche europee.

Altra differenza di rilievo sta nell’incidenza del declino demografico e nella debolezza della domanda proveniente dalla Cina. La crescita della popolazione americana, 0,53% solo nel 2023, supera di molto quella europea, scesa dello 0,17% nel 2023 dopo tre anni di decrementi. L’andamento delle nascite al netto dei decessi insieme ai maggiori flussi di immigrati forniscono agli americani un impulso all’espansione della produzione più intenso di quanto avviene da anni in Europa. Il mercato cinese, d’altronde, rappresenta uno sbocco per i prodotti europei più grande che per quelli americani, con un impatto più intenso sui primi rispetto ai secondi.

Le disparità di condizioni non hanno, tuttavia, un peso commisurabile a quello delle rispettive politiche economiche seguite nell’ultimo biennio. Su entrambi i piani, macroeconomico e strutturale, l’esperienza americana si è rivelata finora più efficace, pur essendo ancora in svolgimento e quindi il rischio di una svolta verso una recessione economica non può dirsi fugato. Se l’incertezza sull’andamento congiunturale non si è diradata, qualche insegnamento può trarsi.

Sul piano macroeconomico, in America l’uscita dall’eccesso di accomodamento monetario, benché non abbastanza tempestivo, è stato avviato in anticipo rispetto a quello della Bce e portato avanti con decisione fino a innalzare i tassi d’interesse guida al livello attuale di 5,25%-5,50% che è in vigore dal luglio scorso. La Bce ha abbandonato i tassi negativi più tardi, nel luglio 2022, e li ha alzati con altrettanta celerità per portarli nel settembre 2023 al livello attuale di 4%-4,50%. Entrambi i livelli, seppur differenti, sono ritenuti attualmente compatibili con una rapida discesa dell’inflazione verso l’obiettivo.

A un certo parallelismo tra le due manovra monetarie non ha corrisposto altrettanta convergenza nell’impiego delle politiche di bilancio. Il governo federale americano ha usato la spesa pubblica in disavanzo per stimolare la crescita oltre che per le politiche sociali, di fatto attenuando le spinte recessive derivanti dalla crescente restrizione monetaria. Il prezzo da pagare è consistito nella dilatazione del disavanzo federale nella misura del 23% rispetto al 2022, un aumento di 316 miliardi di dollari che amplia il disavanzo a 1,7 trilioni, ovvero al 6,3% del Pil. Di riflesso, il debito federale è salito al 124,2% del Pil, raggiungendo il livello di 33,17 trilioni.

Il grande impulso dato dalla politica di bilancio si coglie anche nelle sue destinazioni, in cui si è data priorità al rafforzare il potenziale produttivo del paese nel medio termine e la sua leadership tecnologica. In questo senso vanno gli incentivi alle imprese per lo sviluppo di nuove tecnologie, della ricerca, degli investimenti per la transizione verde e del potenziamento delle infrastrutture. A questi settori cruciali viene destinata un quota sempre più grande delle nuove spese pubbliche, anche nell’intento di indurre le società americane a investire nella produzione all’interno, piuttosto che delocalizzare verso i paesi esteri da anni ritenuti più convenienti. Nell’insieme, la strategia è diretta a combinare il freno monetario con uno sprone selettivo all’avanzamento tecnologico e al rafforzamento del potenziale produttivo e competitivo dei prossimi anni.

In Europa, un simile bilanciamento di indirizzi tra le due maggiori leve di politica economica non si è realizzato a sufficienza, complice tra l’altro il frazionamento della sua governance economica. L’accentramento delle leve monetarie nelle mani della Bce non ha un corrispondente dal lato delle leve di politica di bilancio, che sono competenza degli Stati membri e soggette a un coordinamento debole. Anche nell’area dell’euro al rigore del freno monetario si è accompagnato il temperamento attraverso una politica della spesa pubblica e dei disavanzi a sostegno dei redditi e della crescita. Si sono altresì indirizzate più risorse verso la digitalizzazione, la transizione ecologica, le nuove tecnologie e le riforme, grazie anche ai programmi del Pnrr.

L’insieme delle misure, tuttavia, non ha l’incisività vista finora in America. Nel periodo 2022-2023, l’orientamento complessivo nell’area dell’euro è andato verso un restringimento dei disavanzi e un contenimento del debito pubblico. Il disavanzo per il complesso dei Paesi dell’area è stimato dalla Commissione in riduzione dal 3,6% del Pil nel 2022 al 3,2% nel 2023 e dovrebbe contrarsi ulteriormente nell’anno corrente al 2,8%. Nelle spese discrezionali si è accordato più spazio agli incentivi agli investimenti e al rinnovamento tecnologico, potendo contare tra l’altro sui finanziamenti dei Pnrr nazionali. Il conseguente miglioramento della composizione della spesa, nondimeno, resta limitato e non altera il tono di fondo nel senso della contrazione degli impulsi di bilancio. L’effetto è visibile altresì nella lenta discesa del debito in rapporto al Pil dal 92,5% nel 2022 al 89,7% nel 2024 sullo sfondo di una prospettiva di crescita modesta. Va aggiunto che l’Europa non mostra quella adattabilità del sistema produttivo al cambiamento tipica dell’economica americana, né la stessa vitalità nell’iniziativa imprenditoriale.

In questa fase ciclica l’Europa deve anche fronteggiare il rischio di una deriva verso un prolungato smorzamento della crescita, deriva innescata dalle nuove regole del Patto di Stabilità. Questo scenario vale, in particolare, per l’Italia che cumula grandi squilibri nei conti pubblici con rigidità di sistema, che sono scalfite poco dalle riforme in programma. Pertanto, la positiva lezione americana si presenta come una strada molto difficile da percorrere in questo continente.

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