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Cavi sottomarini. Minaccia Houthi remota, serve diversificare le rotte?

Secondo le informazioni disponibili, gli Houthi non hanno capacità di colpire da soli i cavi sottomarini e, probabilmente, l’Iran non ha intenzione di aggravare l’escalation. Tuttavia, quanto accade rende urgenti progetti come Blue Raman, Teas o Imec, legati alle attuali discussioni indo-mediterranee

Parlando durante un evento della conferenza West 2024 di San Diego, il comandante della U.S. Navy Intelligence, il retro-ammiraglio Michael Brookes, ha detto che “non è realistico” pensare che gli Houthi possano tagliare un reticolo di cavi sottomarini nella regione del Mar Rosso (dove potrebbero mettere a repentaglio anche le comunicazioni e i dati finanziari). Ossia, mentre con le armi che hanno a disposizione possono continuare a portare avanti la minaccia di superficie al traffico marittimo, per quanto riguarda l’asse sottomarino difficilmente riusciranno a compiere attacchi di successo (almeno per ora, almeno da soli).

Qualche settimana fa, la minaccia ai cavi sottomarini è diventata mainstream, frutto sia di considerazioni — se gli Houthi vogliono mantenere in crescita il livello di escalation, devono passare ad attaccare quelle connessioni — sia dell’analisi di certa propaganda specifica diffusa anche da altri gruppi della galassia collegata ai Pasdaran e diffusa nella regione. “Valuto che è un bluff, a meno che non si tratti di un attacco a un terminal”, ha detto alla BBC l’ex comandante sommergibilista della Royal Navy John Gower. “Avrebbero bisogno di un alleato con tale capacità, [qualcuno con] un sommergibile più la capacità di localizzare [i cavi]”.

Gli Houthi sono collegati a vario livello con l’Iran. Fanno parte del network noto come “Asse della Resistenza”, attivatosi in diversi quadranti mediorientali per portare avanti i propri interessi, approfittando del caos regionale prodotto dall’invasione israeliana della Striscia di Gaza. Ci sono prove (diffuse anche recentemente dalla Defense Intelligence Agency statunitense) che gli yemeniti hanno usato armi iraniane per la destabilizzazione prodotta nell’Indo Mediterraneo, ma Teheran è in grado di fornire tecnologia per i colpire i cavi sottomarini? In realtà, nell’ordine di battaglia iraniano non ci sono mezzi adeguati, nemmeno tra quelli subacquei migliori. L’OrBat è lo strumento usato per listare i mezzi a disposizione di una forza armate. Teheran potrebbe nascondere qualcosa? Improbabile, visto come le intelligence occidentali monitorano la Repubblica islamica.

Va anche considerato che tagliare i cavi di comunicazione globale sarebbe una grande escalation che potrebbe persino portare ad attacchi di ritorsione contro l’Iran stesso. Teheran era scettico anche sull’apertura di un barrage costante contro le rotte commerciali indo-mediterranee, perché temeva ritorsioni dirette già in quel caso (ritorsioni evitate finora per non infiammare ulteriormente la situazione). Tuttavia, gli Houthi hanno sorpreso già per capacità di azione e organizzativa.

Diversificare come de-risking

Mentre la preoccupazione resta, ciò che emerge per il dominio underwater è del tutto simile alle necessità per le rotte marittime di superficie: servono alternative. Lungo il corridoio Suez-Bab el Mandeb passano i gradi cavi che connettono Europa e Asia, qualcosa come il 17% (fino al 30%) delle connessioni Internet globali. Una concentrazione eccessiva, come rivela anche uno dei più recente assesment sui rischi collegati prodotto dal Pentagono, in cui si valuta come le connessioni nelle profondità marine siano già oggetto di competizione tra potenze (coinvolgendo anche la Cina), e dunque tutto serve meno che un attore non statuale, ibrido come gli Houthi, che crei ulteriori problemi.

Per l’analisi pubblicata dal dipartimento della Difesa statunitense, nelle profondità del mondo sottomarino, il palcoscenico “è pronto per una battaglia di supremacy digitale” e il modo in cui le nazioni risponderanno a questa sfida “modellerà il futuro delle reti di informazione globali e l’equilibrio di potere nell’era digitale”. Ed è in quest’ottica che va considerato l’impegno attivato da tempo lungo il collegamento che connetto la regione del Golfo Persico e l’Oceano Indiano occidentale, dunque il Subcontinente.

Ci sono progetti di collegamento indo-mediterraneo che già deviano dalle rotte del Mar Rosso. Un esempio è “Blue Raman”, in cui è coinvolta l’Italia Sparkle (da leggere sul tema l’intervista di Gabriele Carrer all’ad dell’azienda, Enrico Maria Bagnasco). Un altro esempio è il Teas (Trans Europe Asia System) che collegherà Marsiglia a Mumbai, con lo snodo mediorientale che a settembre scorso ha visto nascere una partnership geopoliticamente interessantissima tra la “Du” emiratina (Emirates Integrated Telecommunications Company) e Cinturion (azienda nuova arrivata del settore, sostenuto da un importante fondo di investimento infrastrutturale israeliano, Keystone). Teas, con la stazione terrestre emiratina, si muove lungo l’asse culturale, politico ed economico del costrutto indo-abramitico che connette gli interessi del Mediterraneo allargato a quelli dell’Indo Pacifico.

Secondo una fonte mediorientale, del progetto se ne è parlato informalmente anche durante la visita del primo ministro indiano, Narendra Modi, ad Abu Dhabi di questi giorni (momento in cui tra l’altro quel costrutto indo-abramitico è stato particolarmente vivace con l’inaugurazione del tempio induista di Abu Dhabi). Non a caso il tragitto del Teas segue quello del India-Europe Middle East Corridor, noto con l’acronimo Imec, progetto infrastrutturale di collegamento tra quelle tre regioni di mondo. Imec è stato lanciato a settembre durante il G20 di New Delhi ed è considerato uno dei sistemi di connettività (marittima, terrestre, aerea, digitale, politica e culturale) dal maggiore valore strategico in questo momento. Ma è stato complicato dall’attentato di Hamas del 7 ottobre e dal caos mediorientale che ha seguito la reazione israeliana.

Il problema sta nella normalizzazione tra Israele e il mondo arabo, su tutto l’Arabia Saudita, che davanti alle pressioni contro i civili palestinesi Riad dice di poter ultimare il processo soltanto dopo il raggiungimento della cosiddetta “soluzione a due Stati”. Questa normalizzazione è fondamentale per Imec, perché i porti mediterranei di Israele faranno da ponte da e per l’Europa al Medio Oriente e all’India. Ma dietro queste posture saudite, necessarie anche per evitare disordini interni tra una popolazione che sposa la causa dei “fratelli” palestinesi a livello ideale, le dinamiche del nuovo corridoio sembrano procedere. E l’attuale fase di rinnovato interessamento, molto dettato alla centralità che il tema avrà ai Raisina Dialogue della prossima settimana, sembra confermarlo. Anche perché è la destabilizzazione stessa del Mar Rosso a rendere più urgenti i progetti di connettività diversificata. Connettività che è tra le priorità della Vision 2030 saudita.

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