Proveniamo da decenni in cui la cultura si interpretava come una componente extra-economica. Convinzione che il tempo ha mostrato come sbagliata, e che ha in ogni caso segnato molte delle esperienze di chi oggi si trova ad assumere decisioni. Il commento di Stefano Monti

Repubblica, 2 febbraio 2024, La città scommette sulla cultura e apre nuovi spazi. Una settimana prima, il 27 gennaio 2024, Associated Press titolava Mexico confirms some Mayan ruin sites are unreachable because of gang violence and land conflicts (il Messico conferma che l’accesso ad alcuni siti Maya è bloccato a causa dell’incremento della violenza tra gang e conflitti per la conquista del territorio).

Vicende che, per quanto lontane, raccontano una battaglia simile: la lotta tra potenze legali e potenze criminali per la conquista del territorio. Negli ultimi anni, a questa battaglia, sono stati dati nomi coerenti con il secolo economico che stiamo vivendo: rigenerazione urbana, sviluppo culturale, nei casi più dotti si è parlato di New Reinassance – (nuovo rinascimento), ma in fondo non è altro che una battaglia per riconquistare quelle porzioni di territorio, prevalentemente urbano, che fenomeni come povertà, degrado e microcriminalità, singolarmente o in modo congiunto, avevano in qualche modo sottratto alla cittadinanza.

Si tratta di una battaglia globale, i cui scontri hanno coinvolto e modificato i territori dei centri urbani statunitensi – come il centro delle città della cosiddetta rust-belt, le città un tempo famose per la produzione siderurgica e che con la crisi globale di tale settore hanno dovuto fare i conti con una separazione sempre più netta tra ricchi e poveri – così come ha modificate le aree portuali cinesi, le periferie delle città dell’Europa continentale e alcuni centri storici del nostro Paese.

Tutti episodi che, in qualche modo, hanno coinvolto in modo attivo la cultura. Talvolta come reale elemento di sviluppo, talaltra come cortina tornasole per proporre una parvenza sociale a fenomeni di natura prettamente immobiliare. Arma o vessillo, in ogni caso, la cultura è presente nel rione sanità di Napoli, nelle esperienze palermitane richiamate da Repubblica nell’articolo citato all’inizio di questa riflessione, nei waterfront di Shangai, o nei tentativi di rigenerazione di Accra in Ghana.

Troppo diffusa perché si possa semplicemente pensare ad una coincidenza, soprattutto se si guardano gli effetti potenziali, sociali ed economici, che la cultura può generare all’interno di un territorio. È d’obbligo, a questo punto, schivare facili retoriche e ingenuità: molte delle battaglie che sono state condotte, sia quelle vinte che quelle perse, non hanno affatto sottratto i territori alla criminalità. Hanno però ottenuto un processo evolutivo che ha reso la criminalità meno invasiva, meno violenta, meno degradante.

Ed in un certo qual modo è proprio questa l’arma in fondo più importante: questi progetti hanno dimostrato alla criminalità che per “lucrare” da un territorio non è necessario costringerlo ad uno stato di abbrutimento. Si può anche lucrare, e tanto, attraverso interessi più strutturali, come lo sviluppo turistico, lo sviluppo immobiliare, i fondi di natura finanziaria. Ciò apre sicuramente a dilemmi e riflessioni di natura etica, che tuttavia non competono questa riflessione, anche perché di certo non si può attribuire alla cultura la responsabilità di sconfiggere tutti i mali del mondo.

Ciò che compete questa riflessione sono invece i motivi per cui tra le tante armi a disposizione, sia stata proprio la cultura ad affermarsi come l’ariete della riconquista del territorio. I motivi sono tantissimi, e coprono una serie di esperienze così variegata che è impossibili identificarli tutti. Soprattutto se si tiene in considerazione che alle volte la cultura è usata in modo pianificato (i famosi progetti di rigenerazione urbana), e talvolta è invece un rigurgito atavico del territorio, e vale a dire l’esigenza degli abitanti di opporsi alla bruttezza, alla noia, e al senso di immodificabilità che agiscono come veri e propri confini, schiacciando le persone all’interno di percorsi prestabiliti. Si dà a quest’ultima categoria la definizione di progetti dal basso, ma questa terminologia spesso poco riflette quella carica emotiva e personale che realmente li contraddistingue.

A rendere così peculiare la cultura, però, non è soltanto l’aspetto più prettamente contenutistico, ma anche l’insieme di processi che la cultura è in grado di innescare. Così, in alcuni casi cultura vuol dire coinvolgere i cittadini nelle attività di pulizia del quartiere, che ricordano alle persone che quel posto è loro, in altri invece sono iniziative volte a far entrare gli altri abitanti della città all’interno di territori spesso evitati dagli itinerari abituali, con l’obiettivo di far scoprire bellezze che altrimenti resterebbero mute, ma anche con l’obiettivo di introdurre all’interno del territorio altre possibilità di guadagno. Ancora, e questo vale più per i progetti istituzionali, la cultura è il luogo in cui “il progresso” si avvicina alle persone: la ricreazione di interi quartieri va così a trovare una legittimazione sociale nell’auditorium, nella sala espositiva, nelle troppe e troppo spesse vuote sale polifunzionali.

In ognuna di queste circostanze, la cultura può favorire il dialogo tra i cittadini, siano essi residenti del quartiere, sia tra i residenti e gli “stranieri” urbani; può favorire la nascita di nuove idee, attraverso le quali aprire nuovi spazi, nuove opportunità, e così stimolare le persone a cercare alternative e assumere un ruolo proattivo; la cultura può creare occupazione, perché ogni centro aperto va pur sempre gestito e manutenuto, e questo coinvolge tanto persone di contenuto (chi eroga le attività) quanto le persone di attività (la manutenzione ordinaria, le pulizie).

La cultura crea poi flussi di persone. E flussi di persone significano anche potenziali incrementi di ricavi per gli esercizi di prossimità, così come per gli affitti (e qui il mito di Soho è ancora vivo nei sogni di tanti proprietari immobiliari).  La cultura crea poi formazione. E la formazione crea possibili impieghi al di là del recinto del quartiere. Si tratta di processi che per molti saranno ovvi, ma che invece vale la pena ricordare, perché in questo momento storico, la cultura è stata completamente assoggettata al turismo.

Si tratta di un binomio importantissimo, di cui concretamente teniamo conto ogni qualvolta stiliamo un Piano Economico e Finanziario per l’avvio di progetti culturali, ma che va interpretato in modo completamente differente.

Il turismo è uno strumento per la cultura. Non viceversa. Ed è tutt’altro che un’affermazione retorica: nel valutare la sostenibilità di un progetto di riqualificazione di uno spazio, la presenza di flussi turistici cittadini va considerata come una potenziale fonte di entrata, attraverso la quale condurre azioni culturali in modo continuativo, dipendendo il meno possibile dai sempre più teorici finanziamenti pubblici rivolti al settore. Parallelamente, l’afflusso di turisti può generare anche maggiore curiosità da parte dei cittadini. Chiunque abbia concretamente lavorato nei territori riconosce subito quella curiosità, un po’ strafottente, un po’ timida, di chi si avvicina chiedendo “cosa state facendo qui”. Ed è una domanda e un atteggiamento che compare in tutti gli accenti del nostro Paese. Ed è evidente che quello è un contatto, un’apertura, il segno che qualcosa si inizia a muovere.

È in quel momento che la cultura diviene arma per entrare nei territori, e aprire tali territori all’esterno e verso l’esterno. Restituire a queste vicende il nome che avevano prima di divenire cool, significa restituire una dimensione di autenticità senza la quale l’intera battaglia diviene sterile chiacchiericcio da amministratori delegati improvvisati. Non è “rigenerazione urbana”, ma è conciliazione di un’area con il resto della città. Non è “produzione dal basso” ma è “voglia di riscatto e convinzione che qualcosa possa cambiare”. Non è “turismo”, è voglia di raccontare una storia diversa del proprio quartiere.

Reinterpretare secondo il loro significato autentico questi processi ha un valore economico cruciale. Ristabilire, con fermezza che è la cultura, e non il turismo a ridare slancio ai territori, significa rivendicare per la cultura un primato che da anni le viene negato. Bisogna investire in cultura, e bisogna fare in modo che i flussi turistici possano generare economie per gli investimenti in cultura. In questo modo la cultura può creare degli effetti di medio termine che possono portare all’affermazione di nuove prospettive.

Interpretare la cultura come agente economico, e non come incentivo al turismo, ha delle implicazioni anche sotto il profilo della pianificazione degli interventi, e anche all’interno dei piani di sviluppo immobiliare, che non potranno limitarsi a costruire una bella sala vuota dedicata alle associazioni del territorio, ma dovranno identificare, anche in associazione con le istituzioni (che hanno pur sempre un ruolo, nonostante tutto), delle modalità attraverso le quali favorire lo sviluppo della cultura.

Questo è un punto che va chiarito. Proveniamo da decenni in cui la cultura si interpretava come una componente extra-economica. Convinzione che il tempo ha mostrato come sbagliata, e che ha in ogni caso segnato molte delle esperienze di chi oggi si trova ad assumere decisioni. Cambiare lessico, adottando il linguaggio tipico delle operazioni finanziarie, pare però aver affermato un errore opposto, interpretando la cultura come un elemento di investimento a breve termine.

Non è esatto. La cultura è un investimento molto particolare, che se ben congegnato può generare dei benefici anche nel breve termine, ma i cui effetti reali si apprezzano soltanto nel medio periodo. Sempre per restare attaccati alla realtà: un investimento in cultura può generare, nel breve termine, dei ritorni monetari legati, ad esempio, alla vendita di biglietti, alla vendita di servizi di assistenza alla visita (le visite guidate, le videoguide), alla vendita di prodotti (i libri, le cartoline, ecc.), alla vendita di eventi (concerti, spettacoli), alla presenza di servizi ausiliari (i bar, i ristoranti), e all’incremento delle vendite dei negozi di prossimità.

Un risultato interessante, ma che è del tutto minimo se si pensa invece a come queste attività, costanti nel tempo, possano invece generare migliori rendite da locazione con incremento dei prezzi, incremento dell’attenzione dell’Amministrazione Pubblica alla zona, con la manutenzione dei lampioni, delle strade, delle panchine, degli spazi verdi, aumento delle relazioni sociali interne al quartiere, sviluppo di competenze distintive, maggiore attenzione ai temi della formazione e dell’istruzione, capacità di attrarre interessi che, per il quartiere, sono “esteri”: la catena di negozi che vuole comprare un locale commerciale, o la grande catena di librerie che vuole aprire una sede. Sono processi che hanno un valore economico aggregato enorme, del quale possono beneficiare tutti.

Ripartiamo quindi dalla battaglia per il territorio, perché il turismo da solo non cambia il territorio.

È la cultura a creare cambiamento, e con il cambiamento a creare ricchezza.

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