Serve mirare a ricucire lo strappo del legame dell’economia con le scienze morali, per un superamento della concezione dell’homo oeconomicus, fondata sulla presunta razionalità strumentale. Una razionalità a ben vedere paradossale visto che alla luce della dura lezione dei fatti è stata proprio l’indifferenza etica al bene comune a generare la crisi e poi la povertà. Il commento di Riccardo Pedrizzi

La terza sezione della Corte di Cassazione con l’ordinanza 34889 del 13/12 scorso ha dichiarato nullo il tasso del finanziamento calcolato in base all’indice Euribor perché è risultato che fu manipolato tra il 29 settembre 2005 e il 30 maggio 2008 da alcune tra le più importanti banche internazionali che successivamente nel 2013, furono condannate a pagare una multa di 1,7 miliardi. Quel cartello di banche, in effetti, si mise d’accordo per alterare il tasso di riferimento dei finanziamenti a tasso variabile ai danni di milioni di famiglie ed imprese europee. Furono perciò danneggiati milioni di clienti che avevano contratto mutui e prestiti a tasso variabile che solo nel nostro Paese ammontavano a circa 230 miliardi. La Cassazione ha stabilito che c’era un accordo anticoncorrenziale e quindi bisognerà ricalcolare gli interessi nel periodo della manipolazione.

Dunque chi aveva un mutuo variabile agganciato all’Euribor non ancora chiuso 10 anni fa può ancora chiedere ai giudici di ricalcolare gli interessi pagati nel periodo della manipolazione dal 2005 al 2008.

Come avveniva la manipolazione su questo tasso di riferimento? Ad alcune poche grandi banche d’investimento era affidato il compito di determinare giorno per giorno il livello del Libor. Per anni su un mercato che vale centinaia di migliaia di mld di dollari questi istituti hanno percepito competenze che non spettavano loro o che spettavano in misura minore.

Il meccanismo è che le imprese pagano un tasso fisso a lungo termine alle banche, che ripagano con tassi variabili riferiti al Libor (o Euribor). Più il Libor è tenuto basso, più le banche guadagnano.

Bastava quindi muovere impercettibilmente il Libor o l’Euribor di solo un punto base, cioè lo 0,01% per fare guadagni di miliardi di dollari.

Dopo lo scandalo scoppiato a Londra che riguardava il Libor, fu stata la volta dell’Euribor, l’equivalente del Libor per la zona euro.

L’Euribor era fissato dalle banche organizzate nella Federazione bancaria europea (Ebf). Il tasso d’interesse è essenziale perché è utilizzato per fissare il prezzo di mutui, prestiti, derivati e decine di altri strumenti finanziari.

La Commissione europea aprì una indagine contro tre banche internazionali – Crédit Agricole, Hsbc e JP Morgan – sospettate di avere partecipato alla manipolazione dell’Euribor. Alla fine del 2013, un gruppo di banche era stato già multato da Bruxelles per un totale di 1,7 miliardi di euro per manipolazione dell’Euribor: Barclays, Deutsche Bank, Rbs e Société Générale, Citigroup e RP Martin.

Eppure segnali di violazione di regole e di manipolazioni già c’erano stati anni prima, se si ricorda che non fu solo Tim Geithner a inviare, quando era alla guida della Federal Reserve di New York, nel giugno del 2008, una e-mail all’indirizzo di Threadneedle street, la banca centrale britannica, denunciando la sospetta truffa. A dare il via era stata la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) con un report del marzo 2008 che esprimeva perplessità sulla validità del tasso interbancario. Poi Scott Peng, capo dell’interest rates di Citi (Us) fece una ricerca intitolata «Is Libor broken?» che si concludeva con un «»: il Libor non è affidabile. Successivamente fu Tim Bond di Barclays Capital, esponente della banca più coinvolta nella truffa, a denunciare che «i numeri del Libor riportato dalle banche sono falsi». Infine, a giugno 2008, un sondaggio di Financial markets association svelò che l’82% dei banchieri intervistati riteneva il Libor un tasso non affidabile. A Tim Geithner, uomo della Fed New York che scrisse alle autorità britanniche, non fu data alcuna risposta. Proprio per questo nel 2012 la Commissione Tesoro del Parlamento britannico, non solo criticò Barclays e le altre banche coinvolte nella manipolazione del tasso interbancario, ma lanciò strali anche contro la Banca d’Inghilterra, definita “ingenua”, e contro la Financial Service Authority (Fsa), che aveva fallito nel suo compito di vigilanza.

Quindi almeno a partire dal 2007, due dei tassi chiave per la definizione quotidiana dei contratti sui mercati finanziari – il Libor e l’Euribor – sono stati sistematicamente manipolati, e di ciò sarebbero stati a conoscenza, come è dimostrato, anche esponenti di vertice sia della Banca d’Inghilterra che della Fed statunitense.

Del resto già anni prima, un documento pubblicato dall’americana Cftc (Commodity Futures Trading Commission) aveva raccontato che ad essere manipolato era anche, o soprattutto, il tasso Euribor, che è un mercato enorme perché interessa oltre a una montagna di mutui, oltre 200mila miliardi di derivati. «Alcuni operatori orchestravano le strategie di varie banche, con l’obiettivo di influenzare il risultato finale dell’Euribor». Chi operava in derivati e aveva necessità a seconda dei giorni che l’Euribor fosse alto o basso, si coordinava con i colleghi di altre banche per fare in modo che i vari contributi inviati a Ebf e a Thomson Reuters fossero nella direzione desiderata.

La vicenda fu l’ennesima dimostrazione di come istituti di credito e società finanziarie abbiano agito impunemente in tutti quegli anni. Per questo nel 2012 il commissario alla giustizia Viviane Reding aveva definito i banchieri dei banksters, gioco di parola tra bankers e gangsters.

Nel lungo elenco di banche ed istituti finanziari coinvolti nella manipolazione dei tassi Libor ed Euribor non ci sono banche di casa nostra. (Notizie più dettagliate si possono trovare nel capitolo IV: “Un mercato senza regole e senza etica” del mio libro: “Il Salvadanaio. Manuale di sopravvivenza economica”, Guida editori, 408 pagg., anno 2019, euro 18,00).

Scandali di questa portata, con truffe così devastanti e sanzioni, condanne e multe di grandissima entità avrebbero dovuto avere sul piano reputazionale effetti disastrosi per le singole banche coinvolte. Invece nessuna conseguenza negativa si è registrata per qualcuna di esse, anzi i loro bilanci hanno ripreso a chiudere con utili da capogiro.

Questo sta a significare: innanzitutto che l’opinione pubblica non è più reattiva e sembra essersi ormai assuefatta ad ogni scandalo ed a qualsiasi reato e che i livelli di moralità e di eticità sono ormai bassissimi anche tra la gente comune.

Questo ci porta ad una considerazione conclusiva: lo sviluppo non è di per sé garantito da forze impersonali e automatiche ma necessita di persone che lo animino e lo organizzino vivendo nelle loro coscienze il richiamo del bene comune. Un fine che il mercato come entità inanimata non ha in sé. Tanto più serve quindi un’etica a chi opera nel mercato quanto più le regolamentazioni dei governi nazionali vengono meno.

Quello che occorre pertanto è il recupero del rapporto fra etica e finanza, mirando evidentemente a ricucire lo strappo del legame dell’economia con le scienze morali, per un superamento della concezione dell’Homo oeconomicus, fondata sulla presunta razionalità strumentale. Una razionalità a ben vedere paradossale visto che alla luce della dura lezione dei fatti è stata proprio l’indifferenza etica al bene comune a generare la crisi e poi la povertà.

 

 

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