Intervista al padre della legge istitutiva del 10 febbraio: “Io non sono uno storico ma conosco la storia. E so che la grande storia è fatta di tante microstorie. Ho dedicato il libro alle prossime generazioni, perché sappiano conservare nel profondo il profumo della terra dei padri e delle madri e la ricchezza dolce e magnifica della nostra lingua del sì”

“Il 10 febbraio ’47 ha segnato un grande lutto nazionale, una cesura della nostra storia ed una violenza alla nostra geografia; è soprattutto nella memoria dei giuliano dalmati la data simbolica della tragedia degli infoibati, annegati, massacrati e mai ritornati, prodromica a quella dell’esodo biblico degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia”. Così a Formiche.net il “padre” della legge istitutiva del 10 febbraio, il senatore di FdI Roberto Menia autore del volume “10 febbraio, dalle foibe all’esodo”, che racconta i 20 anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo nelle stesse ore in cui si svolgono le celebrazioni alla foiba di Basovizza alla presenza del Presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E lo fa citando storie, aneddoti, ma soprattutto auspici: “Che non vi siano più morti di serie A e morti di serie B, come qualche negazionista ancora vorrebbe”.

Sono trascorsi 20 dall’istituzione del Giorno del Ricordo: cosa accadde quel giorno in aula?

Personalmente ho il ricordo, bellissimo, di tutta l’aula parlamentare, salvo uno spicchio esiguo della sinistra estrema, che votava una legge destinata a restituire onore e memoria alla grande tragedia giuliano dalmata, alle migliaia di martiri delle foibe, ai 350.000 esuli in cerca di patria e libertà. La data in cui si celebra, il 10 febbraio, non fu scelta a caso.

Ovvero?

Intanto era una fredda e cupa giornata del 1947 quella in cui fu firmato il trattato di pace che decretò la “finis Histriae” come scrisse allora il “Grido”, il foglio clandestino che alimentava la resistenza agli yugoslavi di Tito. Il diktat di pace ci strappò Pola, Fiume, Zara, Cherso e Lussino e confinò Trieste in un assurdo “territorio libero” amministrato dagli angloamericani.

Cosa accadde a quel punto?

Ci vollero la rivolta e il sacrificio dei ragazzi di Trieste del novembre 1953 perché la città tornasse all’Italia, un anno dopo, a nove anni dalla fine della guerra. Il 10 febbraio ’47 ha segnato dunque un grande lutto nazionale, una cesura della nostra storia ed una violenza alla nostra geografia; è soprattutto nella memoria dei giuliano dalmati la data simbolica della tragedia degli infoibati, annegati, massacrati e mai ritornati, prodromica a quella dell’esodo biblico degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia.

Con quali conseguenze?

Migliaia di esuli che si sparsero in più si 100 campi profughi in Italia, da Trieste a Termini Imerese, da Altamura a Laterina, e finirono poi magari nelle lontane Americhe o nella ancor più lontana Australia. Oggi tocca ai loro figli e a tutti i connazionali di buona volontà conservare quel che loro è stato donato, ridare agli italiani, tutti gli italiani, la memoria di quella tragedia incompresa, ricucire i fili strappati della storia. Inoltre oltre l’Adriatico restano le pietre, le arene ed i leoni di San Marco a testimoniare la nostra italianità antica: 700 anni fa Dante cantava nell’Inferno “sì come a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”. Ma convenienze politiche di ordine interno e internazionale indussero a cancellare dalla coscienza e dalla conoscenza degli italiani questa grande tragedia nazionale, che non poteva restare una sorta di memoria privata confinata lassù alla frontiera orientale e nelle nostre famiglie.

La legge che vuoto sana?

L’Italia si riconcilia e riconosce nella sua compiutezza il valore della grande prova che i giuliano dalmati seppero offrire. È la vittoria della civiltà, della pietà e della verità. Anche se qualcuno, sbandato dalla storia, si ostina ancora a giustificare o negare. Ma la luce squarcia sempre il buio e racconta di mille storie commoventi di nostri connazionali trucidati. Come Silvia Peri che raccontò di aver visto uomini e donne scalzi, rotti, uno aveva addirittura gli occhi fuori dalle orbite. La loro destinazione era Cava Cise, una cava di bauxite profonda tre metri. Lì vennero buttati dentro ma non erano tutti morti, si lamentavano: la gente che passava alla curva per andare a Pisino sentiva lamenti ma pensava che fossero bestie malate, e allora non ci andava vicino. Poi però sentirono una puzza tremenda. Tutte storie che ho raccolto nel mio libro. Io non sono uno storico ma conosco la storia. E so che la grande storia è fatta di tante microstorie. Si impara e si scopre non quando è scritta in trattati malati d’ideologismo ed economicismo, ma quando la dipingono i fatti, le vicende, i gesti che toccano il cuore. Ho dedicato il libro alle prossime generazioni, perché sappiano conservare nel profondo il profumo della terra dei padri e delle madri e la ricchezza dolce e magnifica della nostra lingua del sì.

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