Cosa aspettarsi dopo l’attenzione mediatica che ha seguito l’attacco americano in Iraq? “Sembra che Washington sia disposto ad accettare il rischio politico che Baghdad diventi sempre meno tollerante, almeno nello spazio pubblico, di una presenza militare degli Stati Uniti, rispetto al rischio di una più ampia escalation regionale prendendo di mira direttamente l’Iran”. Conversazione con l’analista esperto di Medio Oriente Francesco Salesio Schiavi

Wisam al Saadi, tra i leader operativi della Kataib Hezbollah, milizia irachena connessa con i Pasdaran, era seguito da tempo: piani per la sua eliminazione erano già studiati, e quando mercoledì si è presentata l’occasione, gli Stati Uniti hanno agito. Un missile ha colpito l’auto in cui viaggiava con il collega Arkan al Allawi (addetto all’intelligence dell’organizzazione) a Baghdad. Attacco chirurgico, zero danni collaterali, approvato direttamente dal commander-in-chief Joe Biden. È una parte della retaliation dopo le tre vittime subite alla Tower 22, la postazione in Giordania colpita – con successo – tra i 170 obiettivi che la Kataib Hezbollah (anche KH) e altre milizie hanno compiuto dal 7 ottobre a oggi. Si fanno chiamare “Resistenza islamica in Iraq”, dicono di agire contro il sostegno americano a Israele, che sta approfondendo l’invasione della Striscia di Gaza dopo aver subito l’attentato di Hamas. Ma in realtà questo genere di attacchi procedono da molto tempo in Iraq e in Siria.

Anni di scontri e resilienza

I raid americani durano da anni, passati anche dall’uccisione, sempre a Baghdad (il 3 gennaio 2020), del generale epico dei Pasdaran Qassem Soleimani, la mente che ha costruito il sistema di milizie regionali connesse all’Iran. Seppur plateale nella sua esecuzione, quello di mercoledì rientra tra i pochi raid chirurgici americani. Normalmente gli Stati Uniti non attaccano in area urbanizzate del Paese, ma si limitano a colpire in zone desertiche o scarsamente popolate del territorio siriano o a cavallo dei confini tra i due Stati, dove cioè le violazioni degli spazi aerei fanno meno scalpore e hanno un minore impatto sulla popolazione. Invece questa volta il raid ha generato una reazione dura da parte delle autorità irachene, che hanno addirittura ventilato l’interruzione della cooperazione militare con gli Stati Uniti, percependo quanto accaduto come violazione della sovranità, anche sotto la spinta delle posizioni politiche che sostengono il governo e sono vicine alle istanze delle milizie.

Per Francesco Salesio Schiavi, analista esperto di Medio Oriente, l’uccisione del comandante di KH potrebbe aver segnato il sorpasso di una nuova linea rossa rispetto all’insofferenza nei confronti della presenza americana nel Paese, la quale a sua volta già serpeggiava da anni (in particolare in seno alle milizie filo-iraniane), contribuendo non poco a complicare le relazioni con Baghdad. “Dal canto suo, negli scorsi mesi il primo ministro iracheno, Mohammed al Sudani, ha cercato di mantenere un precario e complesso equilibrio tra un vicino eternamente presente (l’Iran) e un indispensabile ma ingombrante partner internazionale (gli Usa) per evitare un’escalation che potrebbe trasformare il Paese nuovamente in un campo di battaglia”, spiega a Formiche.net.

La situazione, resa ancora più complessa considerando che lo stesso premier è comunque espressione delle forze politiche sciite vicine a Teheran, ha infine spinto al-Sudani a certi annunci, ma ci sarà un seguito? Gli Usa lasceranno il Paese? “Nonostante queste gravi avvisaglie, risulta comunque difficile pensare che il fragile Iraq, intrappolato tra l’incudine e il martello, sia realmente pronta a vedere gli Stati Uniti o i loro partner della coalizione andarsene”, risponde l’analista. Baghdad ospita infatti il coordinamento della Colazione internazionale che ha obliterato la statualità dell’organizzazione califfale baghdadista negli anni scorsi, forze rimaste sul terreno per continuare a inseguire le cellule spurie e gestire potenziali nuove insorgenze, ma anche con fine strategico.

Per Salesio Schiavi, spingendo i restanti 2.500 soldati americani fuori dal Paese sotto la pressione iraniana, l’Iraq perderebbe inevitabilmente qualsiasi buona volontà che gli sia rimasta nei confronti di Washington, addentrandosi in un potenziale isolamento economico e diplomatico che la sua fragilità non gli permetterebbe di sostenere. “Oltre a ciò, i leader iracheni non sciiti capiscono che, se cedono alle richieste dei gruppi filo-iraniani e spingono gli americani fuori, non è chiaro chi sarà il loro prossimo obiettivo. I partiti curdi e arabi sunniti pensano infatti di essere i prossimi nel mirino: nel corso degli ultimi anni, le milizie leali a Teheran non hanno preso di mira solo le basi Usa nel Kurdistan iracheno infatti, ma hanno anche attentati contro le sedi degli uffici dei leader curdi e sunniti”.

Anche Washington vuole rimanere

Gli Stati Uniti, d’altra parte, non sembrano inclini a voler lasciare l’Iraq in questo momento critico. Se dovessero ritirare le loro truppe, lo farebbero solo in totale accordo con la potenza ospitante – secondo lo stesso principio che garantisce la legittimità della loro presenza sul suolo iracheno – e, soprattutto, secondo termini e tempi prestabiliti e non sotto la pressione delle armi avversarie. Per Washington, la presenza militare e di sicurezza americana in Iraq è infatti di grande importanza strategica, non solo per combattere lo Stato Islamico e tenere sotto controllo l’espansione iraniana, ma anche per fornire supporto alle sue basi in Siria. “Se costretti a lasciare in fretta l’Iraq, come avvenuto nel 2021 in Afghanistan, gli Stati Uniti sarebbero con tutta probabilità incapaci a tornare per anni, se non decenni, creando così un vuoto di potere che nessun’altra potenza occidentale potrebbe colmare”, spiega l’analista.

Dal punto di vista di Washington, tale partenza, che avrebbe un inevitabile ritorno negativo d’immagine per il suo ruolo globale, non avverrebbe in modo amichevole e l’Iraq potrebbe non sfuggire alle eventuali conseguenze negative. Anche i partner della Coalizione internazionale, europei compresi, hanno notevoli interessi in Iraq, avendo investito collettivamente nella stabilità e nell’integrità del Paese per anni sia in termini economici che di vite umane. Ciò nonostante, il loro sostegno all’Iraq è stato reso possibile solo perché le forze statunitensi sono in grado di fornire l’ombrello di sicurezza e l’infrastruttura militare necessarie. In un simile scenario, un’eventuale partenza americana condurrebbe inevitabilmente anche alla loro uscita?

“I partner della coalizione (come l’Italia, che ricopre un ruolo strategico sia come parte della coalizione globale anti-Daesh che nella missione Nato in Iraq) ritengono comunque di essersi guadagnati un proprio posto nel Paese, sia nel crescente partenariato con Baghdad sia nella possibilità che le loro preoccupazioni non vengano ignorate. Lo stesso governo iracheno sembra poco incline a sbarazzarsi definitivamente della presenza occidentale nel Paese: nel suo incontro con il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, a Davos il mese scorso, il premier iracheno ha infatti annunciato che Baghdad si sta muovendo verso un rafforzamento delle relazioni bilaterali e di cooperazione con le nazioni della Coalizione per garantire ciò di cui il paese e le sue forze di sicurezza possano aver bisogno, anche nel caso in cui la prossima fase di lotta all’Is in Iraq non dovesse richiedere la presenza di una vasta coalizione internazionale”, risponde Salesio Schiavi.

Cosa aspettarsi (anche pensando a Usa2024)

I principali sostenitori del governo – membri del Quadro di coordinamento sciita, un blocco ombrello dei partiti sciiti filoiraniani iracheni – rendono più difficile per al-Sudani avviare una credibile roadmap per il ritiro degli Stati Uniti. “Pur ufficialmente sostenendo di appoggiare l’approccio del governo, questi partiti nel contempo alimentano una campagna populista anti-coalizione e difendono le azioni illegali delle milizie”, analizza l’esperto. “Allo stesso tempo, la presenza statunitense è sempre più vincolata alla spirale di escalation intrapresa dalle milizie sostenute da Teheran. Oggi più che mai, l’Iran percepisce infatti le vulnerabilità nell’attuale amministrazione statunitense, soprattutto perché quest’ultimo è concentrato su altre priorità come le guerre in Ucraina e Gaza, e ha inevitabilmente un occhio rivolto alle elezioni di quest’anno”.

Teheran sa anche che gli Stati Uniti continuano a sperare in un accordo di compromesso su una serie di questioni di sicurezza regionali. Questa finestra di opportunità potrebbe chiudersi nel caso di una rielezione di Donald Trump alla presidenza a novembre, pertanto, l’Iran è sempre più convinto a giocare duro e esercitare massima pressione sugli Stati Uniti in Medio Oriente. “I leader iraniani – continua Salesio Schiavi – credono che gli Stati Uniti siano, come sono sempre stati in Iraq, inclini alla pressione e desiderosi di evitare l’escalation. In ogni caso, l’amministrazione Biden sembra aver scelto una strategia che non attribuisce a Teheran la responsabilità (diretta) delle azioni intraprese dai suoi gruppi militanti della regione. Piuttosto, l’approccio per colpire gli obiettivi in Iraq sembra cercare un equilibrio tra le azioni di disturbo tanto verso i suoi partner quanto i suoi avversari. Sembra infatti che Washington sia disposto ad accettare il rischio politico che Baghdad diventi sempre meno tollerante, almeno nello spazio pubblico, di una presenza militare degli Stati Uniti, rispetto al rischio di una più ampia escalation regionale prendendo di mira direttamente l’Iran”.

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