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La Russia di Putin non marcia con il vento in poppa. Polillo spiega perché

Avallare la tesi di una totale inefficacia delle sanzioni è solo prestare il fianco ad una propaganda che non ha alcun aggancio effettivo con quanto sta realmente avvenendo. L’Occidente ha naturalmente i suoi problemi. Ma la Russia di Putin è messa meno bene di quanto si crede. Nonostante i toni trionfalistici dei suoi pochi estimatori

Per il Fatto quotidiano le recenti previsioni del Fondo monetario internazionale sulle sorti dell’economia mondiale sono state come il cacio sui maccaroni. Piccoli brindisi e tante felicitazioni dovute alla circostanza, evidenziata nel titolo, che mentre è stata “ridotta la stima del Pil europeo, raddoppia invece la crescita della Russia (+ 2,6%)”. Ipotesi che avrebbe dovuto far rabbrividire tutti coloro che non hanno particolare nostalgia per vecchie e nuove autocrazie, ma che, nel caso del principale giornale che si ispira a Putin, si rovesciano, invece, nel loro contrario. Come se l’eterogenesi dei fini, in passato, non si fosse già abbondantemente manifestata. Ma per chi odia soprattutto l’Occidente non c’è evidenza storica che possa contribuire al necessario revisionismo. In questo caso, poi, un giudizio così netto rischia, fortunatamente, di celebrare una vera e propria vittoria di Pirro.

Le argomentazioni: “La forte revisione al rialzo delle previsioni di crescita economica della Russia è il dato che più colpisce nelle nuove stime diffuse dal Fondo monetario internazionale. Il Pil di Mosca dovrebbe crescere nel 2024 del 2,6%, contro il + 1,1% stimato solo lo scorso ottobre. La performance russa si confronta con il deludente andamento dell’economia europea, le cui stime sono state invece ridimensionate. Il Pil dell’area euro di quest’anno è visto ora in aumento dello 0,9% (+ 1,2% la stima di ottobre)”. I grassetti sono tutti nel testo: a sottolineare l’enfasi partecipativa alla grande festa.

“Il Fondo spiega che il forte rialzo della stima sulla Russia dipende da un 2023 chiusosi meglio delle attese grazie alla spesa militare e al buon andamento dei consumi privati, sostenuti dall’aumento delle retribuzioni in un mercato del lavoro a bassa disoccupazione. Emerge anche come, per ora, le ricadute delle sanzioni occidentali continuino a penalizzare più i paesi europei che hanno rinunciato a gran parte dei beni energetici russi a basso costo, piuttosto che la Russia che è riuscita a trovare in Asia nuovi mercati in grado di assorbire le sue esportazioni”.

Cominciamo dall’analisi appena riportata, dove si registra, fin dall’inizio, una forte sottovalutazione del dato relativo all’Eurozona. Nelle tabelle predisposte dal Fmi, infatti, la relativa previsione di crescita passa da una caduta dello 0,3% (October 2023 Weo ) allo 0,9 per cento indicato. Di quello 1,2 per cento, citato dal giornale, invece non abbiamo trovato traccia. Una revisione al rialzo dell’1,2 per cento non è molto, ma sempre meglio del presunto ridimensionamento di cui si parla nell’articolo de Il Fatto. Si deve solo aggiungere che in generale il FMI ha rivisto al rialzo tutte le sue precedenti previsioni.

A livello globale l’upgrating ha visto il passaggio da una precedente previsione di crescita pari allo 0,2 per cento al 3,1 percento. Salto che è ancora maggiore (dallo 0,1 al 4,1 per cento) per le economie emergenti di cui la Russia fa parte. Ma dove l’euforia mostra il suo punto più debole è sulle previsioni di più lungo periodo. Sempre secondo il Fmi nel 2025 la crescita della Russia sarà pari ad appena l’1,1 per cento: la più bassa in assoluto rispetto ai principali 30 Paesi considerati. Insomma la guerra, nel medio periodo, non sembra proprio essere un buon affare.

L’indubbia crescita dell’anno appena trascorso si deve principalmente a due fattori: si è trattato innanzitutto di un rimbalzo, dopo la forte caduta del 2022 (-2,1 per cento) del tutto anomala sia rispetto agli andamenti dell’economia mondiale (+ 3,5 per cento) sia a quella delle economie emergenti (+ 4,1 per cento). A ciò si aggiunga – questo il secondo elemento – la crescente militarizzazione dell’economia. Come indicato da Federico Fubini, nella sua rubrica su Il Corriere della sera, di qualche giorno fa, la crescita dell’economia russa è stata trainata dalla spesa militare.

Cresce a dismisura l’economia di guerra a totale detrimento di quella civile. La bassa disoccupazione è solo conseguenza dello sforzo delle industrie belliche che sottraggono risorse a tutto il resto del Paese. Per cui i nuovi punti di equilibrio possono essere garantiti solo da un tasso d’inflazione che la stessa Banca centrale russa, ha stimato, lo scorso dicembre, nel 7,4%. Inflazione che, a sua volta, spinge al rialzo i tassi d’interesse (16% l’anno, addirittura più alti di quelli dell’Ucraina) che inibiscono tutte quelle produzioni che non sono direttamente sussidiate dallo Stato.

Non è la sola conseguenza. Contrariamente a quanto sostiene il Fatto quotidiano, i conti con l’estero sono tutt’altro che tranquillizzanti. Indubbiamente l’Occidente ha dovuto, almeno in parte, rinunciare ai vantaggi derivanti da un minor costo dei prodotti energetici, provenienti da quel quadrante. Ma si è trattato di un danno relativo. Nel 2022 il prezzo medio di un barile di petrolio (Brent) era stato di 99,13 dollari. L’anno successivo era sceso a 82,19 con una caduta pari al più del 17 per cento. Ancora maggiori i risparmi sulle importazioni di gas. Da un Ttf (Title Transfer Facility) sul mercato di Amsterdam pari a 127,8 in media, si era scesi a 40,9. Con un risparmio sulla relativa bolletta di quasi il 70%.

Gli effetti sulla bilancia dei pagamenti della Russia sono stati, invece, devastanti. Nel 2022, grazie alla manipolazione imposta sui prezzi dei prodotti energetici, l’attivo della bilancia commerciale russa aveva toccato un vero e proprio record, con un attivo pari a 297,7 miliardi di dollari: quasi tre volte il valore medio del primo ventennio di questo millennio. Lo scorso anno, invece, secondo i dati della Banca centrale, quel vantaggio è stato quasi del tutto eliminato.

La bilancia commerciale è risultata comunque in attivo, ma si è chiusa con un surplus pari a soli 85 miliardi. Un valore che è del 20 per cento inferiore alla media dell’ultimo ventennio. Sono fortemente diminuite, rispetto all’anno precedente, le esportazioni (meno 170 miliardi di dollari) ed aumentate le importazioni (27,9 miliardi). Alla luce di questi elementi è veramente difficile sostenere la tesi che la Russia sia “riuscita a neutralizzare gli effetti delle sanzioni occidentali”. Come lo stesso quotidiano aveva teorizzato in un suo precedente articolo.

Allora, si era dato credito, senza discutere, alla propaganda del vice primo ministro russo Alexander Novak, impegnato a magnificare le magnifiche sorti progressive del proprio regime. Come se sostituire i ricchi mercati occidentali, con il contributo cinese o indiano, fosse la cosa più semplice del mondo. Senza considerare poi che, nei nuovi mercati extra Ue, l’Urals oil è venduto a sconto, sia per le sue peggiori caratteristiche organolettiche, sia a causa dei meccanismi dell’oligopsonia, colà imperanti. Vale a dire la posizione dominate dei nuovi acquirenti nel determinare il prezzo di vendita del prodotto.

Fenomeni che spiegano ampiamente il forte calo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti con i suoi riflessi sugli equilibri macroeconomici e finanziari dell’intero Paese. Dalla maggiore inflazione al crescente deficit di bilancio, necessario per far fronte alle spese di guerra ed ai sussidi concessi a coloro che mettono a repentaglio la propria vita per i sogni imperiali del Cremlino. Impegni, in passato, coperti soprattutto dai proventi finanziari derivanti dal commercio con l’estero.

La controprova di quanto detto finora la si ritrova nell’andamento del cambio del rublo rispetto all’euro. Dal 2022 ai giorni nostri la svalutazione della moneta russa, su base annua, è stata pari al 35 per cento. Ed è continuata (5%) durante tutto gennaio rispetto ai valori medi dello scorso anno. Segno evidente di una debolezza e fragilità che non può far dormire sogni tranquilli agli estimatori di Vladimir Putin.

Specie se si tiene conto dei tentativi del regime di imporre misure amministrative volte a scoraggiare l’uso di monete occidentali, soprattutto del dollaro, nei pochi scambi che ancora rimangono in piedi. Avallare, quindi, la tesi di una totale inefficacia delle sanzioni è solo prestare il fianco ad una propaganda che non ha alcun aggancio effettivo con quanto sta realmente avvenendo. L’Occidente ha naturalmente i suoi problemi. Ma la Russia di Putin non marcia con il vento in poppa. Nonostante i toni trionfalistici dei suoi pochi estimatori.

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