Se l’amicizia storica tra Giorgia Meloni e Viktor Orban può risultare utile nella mediazione di corridoio, a Bruxelles le “leve” e i veti ungheresi sono sempre utili soprattutto al Paese danubiano, e molto meno per coloro, come l’Italia, che tentano di costruire ed ampliare lo schieramento conservatore, in ambito di materie particolarmente controverse (come le strategie di sicurezza europea e le politiche migratorie). L’analisi di Andrea Carteny, docente di Relazioni internazionali alla Sapienza di Roma

Sarà anche un “elefante nella stanza” (così viene descritto Viktor Orban nei consigli europei), isolato dagli altri, ma la strategia del “leverage” ha dato indubbi frutti all’Ungheria.

Le questioni in campo – su cui ormai da mesi si svolge il braccio di ferro con l’Ungheria in partenza “critica – sono note: l’allargamento della Nato, l’adesione dell’Ucraina all’Ue, le forniture di armamenti a Kyiv (il tutto da posizioni definibili “dialoganti” se non amichevoli con la Russia di Putin). Nel mezzo ci sono i fondi (a fine 2023 calcolati per un totale di circa 30 miliardi di euro) congelati, da sbloccare, da erogare nel tempo sicuramente vitali per il budget del Paese danubiano.

Il Parlamento europeo gioca il ruolo dell’ala “oltranzista” nell’evidenziare il gap che ancora caratterizza le politiche ungheresi dalle richieste di Bruxelles (per il rispetto dello stato di diritto, autonomia della magistratura, rispetto delle minoranze di genere, libertà dei media), la Commissione di Ursula von der Leyen la posizione critica (ma pragmatica), poi Paesi membri in asse o “ponte” per le posizioni magiare, come la Slovacchia di Robert Fico (con posizioni “filo-russe” simili a quelle di Budapest) e l’Italia di Giorgia Meloni, amica personale di Viktor Orban. Sullo sfondo la minaccia di una presidenza ungherese al Consiglio europeo, prospettatasi con l’annuncio della candidatura di Charles Michel alle elezioni europee e della conseguente dimissione dell’attuale presidente, che lascerebbe in anticipo al primo ministro ungherese una delle poltrone chiave dell’Unione.

Budapest è sempre pronta a dialogare: attraverso l’Italia con Ursula von der Leyen (sfruttando il nuovo asse “al femminile” di Roma con la Commissione), mantenendo aperto il dialogo con Kyiv (purché sulle condizioni della minoranza ungherese in Ucraina si torni alle autonomie di un decennio fa), in ambito Nato (ribadendo “l’opportunità” di una visita dei vertici svedesi nel Paese danubiano). E dopo lo sblocco da parte della Commissione delle rate dei 10 miliardi di fondi avvenuta in dicembre, l’uscita dalla stanza all’ultimo vertice europeo – forse suggerita proprio attraverso la mediazione della presidente del Consiglio italiana – permetteva di approvare l’atteso fondo di 50 miliardi per gli armamenti a Kyiv.

Un asse, quello tra Roma e Budapest, che nelle ultime settimane ha ventilato l’ipotesi di un rafforzamento del gruppo Ecr, dei Conservatori e riformisti europei – che raccoglie l’eredità dei conservatori britannici di Margaret Thatcher e mantiene l’ispirazione del Gop americano di Ronald Reagan e ora di Donald Trump – dove Fratelli d’Italia condivide la propria politica europea con il Pis polacco e Vox spagnola: la dozzina di eurodeputati ungheresi del Fidesz, infatti, che sono ancora indipendenti dal marzo 2021, permetterebbe all’Ecr di passare da 68 a 80 deputati, con l’ingresso della seconda pattuglia più numerosa, dopo i polacchi del Pis (e prima di Fratelli d’Italia).

D’altronde il Fidesz di Viktor Orban, dopo il ventennale passato insieme ai popolari europei (dopo l’entrata, da forza di governo, nel maggior gruppo dell’Europarlamento nel 2000, e dopo la polemica uscita alla vigilia dell’espulsione nel marzo del 2021), negli ultimi anni ha lasciato in secondo piano l’attività parlamentare per concentrarsi sulle strategie di “veto” in ambito di Consiglio europeo.

Negli ultimi giorni è esploso anche il caso dell’italiana Ilaria Salis in carcere a Budapest con gravi accuse: le condizioni di carcerazione, particolarmente dure, hanno in qualche modo messo in una condizione scomoda il governo italiano, impegnato – una volta emerso il caso – nel chiedere il rispetto di sostenibili condizioni carcerarie, dall’altro molto attento a non suscitare reazioni di chiusura “nazionalista” da parte ungherese. Se l’amicizia storica tra Giorgia Meloni e Viktor Orban, spesso scavalcata nell’afflato con il leader magiaro da Matteo Salvini, può risultare utile nella mediazione di corridoio, a Bruxelles le “leve” e i veti ungheresi sono sempre utili soprattutto al Paese danubiano, e molto meno per coloro, come l’Italia, che tentano di costruire ed ampliare lo schieramento conservatore, in ambito di materie particolarmente controverse (come le strategie di sicurezza europea e le politiche migratorie).

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