Pechino ha prodotto una pressione psico-sociale sui cittadini che si fidano poco di viaggiare in Giappone, solitamente meta ambita durante le vacanze del Capodanno Lunare. Ma c’è anche una ragione economica: solo le fasce più prospere se lo possono permettere

“Probabilmente aumenterà di circa dieci volte rispetto (allo stesso periodo) dell’anno scorso, tuttavia, sarà ancora solo circa il 50% o il 60% dei numeri del 2019”. Sono le parole di Kotaro Toriumi, analista che si occupa di traffico aereo e viaggi, che ha commentato con il Japan Times la continuazione del sostanziale calo delle visite di cinesi in Giappone.

Durante le vacanze del Capodanno Lunare, che inizieranno questo sabato, è attesa una presenza significativa di turisti provenienti dalla Cina verso appunto il Giappone, ma è improbabile che il numero raggiunga i livelli pre-pandemici, nonostante sia il primo anno nuovo dall’abolizione del divieto di Pechino sui viaggi di gruppo in Giappone.

Nel 2019, i 9,5 milioni di visitatori provenienti dalla Cina costituivano la maggior parte dei turisti inbound. Nel 2023 il numero era ridotto 2,5 milioni, significativamente più basso rispetto a quelli provenienti da altre parti dell’Asia orientale come la Corea del Sud e Taiwan.

Il basso afflusso era solo parzialmente dovuto al divieto cinese sui viaggi di gruppo in Giappone, perché anche dopo la sua revoca — nell’agosto dello scorso anno — il recupero è stato lento, mantenendo il numero di turisti cinesi ai minimi degli ultimi anni. A dicembre c’erano solo circa il 40% dei turisti cinesi in Giappone rispetto allo stesso mese del 2019. Anche con l’avvicinarsi del Capodanno Lunare si conferma che i voli da e per la Cina rimangono bassi (quel 60%) e per le compagnie aeree giapponesi che operano su tali rotte la cifra è ancora più bassa, intorno alla metà.

Gli accordi di esenzione dal visto recentemente stipulati tra la Cina e Paesi come Singapore, Malaysia e Thailandia potrebbero essere un fattore, ma sull’assenza dei cinesi in Giappone potrebbe pesare qualcosa di più. La recente gestione in mare delle acque reflue trattate dalla centrale nucleare danneggiata di Fukushima è per esempio un elemento nelle decisioni di viaggio dei cittadini cinesi: Pechino ha infatti usato lo sversamento come proxy propagandistico contro Tokyo nei mesi passati, creando preoccupazione a proposito della scarsa sicurezza del Paese.

A proposito di propaganda: oltre all’effetto psico-sociale dei lockdown severissimi e ultra prolungati che potrebbe aver prodotto minore fiducia nell’aprirsi all’estero da parte dei cittadini cinesi, un altro fattore di contrazione potrebbe riguardare la narrazione nazionalista del Partito/Stato, che sta sempre più  attecchendo in profondità. Narrazione in cui il Giappone è via via descritto come un rivale.

Dalle analisi dei flussi turistici, inoltre, le persone che arrivano dalla Cina in questi giorni sono quelle che già conoscono il Giappone e tendono ad appartenere a fasce di reddito più alte. Questo inverte una tendenza precedente al 2019, quando i viaggi di gruppo erano più comuni. È possibile che quanto accade sia anche un riflesso della condizione economica interna, dove la prosperità della fascia a medio reddito è in una fase di involuzione, legata a un depauperamento delle condizioni economiche interne. 

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