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Dove può portare l’alchimia tra Trump e Putin. L’analisi di Sisci

Siamo alla vigilia di elezioni cruciali in Iran (il 1° marzo), dell’apertura dell’assemblea nazionale del popolo in Cina (il 5 marzo), delle presidenziali in Russia (15 marzo) e della prossima tornata di primarie repubblicane. Da tutti questi appuntamenti la posizione di Trump potrebbe essere rafforzata con un impatto importante sulle guerre in Ucraina, Gaza e in Yemen, anche con ricadute italiane. L’analisi di Francesco Sisci

C’è una geometria perversa (o virtuosa, a seconda dei punti di vista) in azione – quella tra l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il presidente russo Vladimir Putin, l’ultradestra dell’Ue e la politica asiatica.

Le dichiarazioni di Trump, che corre per la nomina a candidato repubblicano al voto alla presidenza Usa di novembre, sono un sasso nello stagno delle guerre in corso. Un segnale fortissimo sono le sue affermazioni sulla Nato. Darebbe Paesi membri in pasto alla Russia se non pagano le spese per la difesa. Oppure quelle sul dissidente Navalny, ucciso in una prigione russa – Trump suggerisce che gli Usa siano peggio della Russia. Tali posizioni incoraggiano Putin nella sua guerra in Ucraina e nel suo sostegno all’Iran, grande sponsor sia dei terroristi di Hamas sia degli Houthi in Yemen, che stanno danneggiando il commercio globale.

Putin, forte di questo sostegno, può continuare a foraggiare e aiutare l’ultradestra europea che spinge per la spaccatura della Ue, additata come origine di tutti i mali. Ma una Ue divisa apre le porte a una maggiore influenza russa nel continente. L’accordo per il mercato unico e l’Unione europea, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fu sostenuto dall’America proprio come barriera all’avanzata russa. Oggi a fronte della guerra in Ucraina, una spaccatura europea significa lasciare l’Ucraina e Paesi est europei più soli e quindi regalare una vittoria politica a Putin.

Le affermazioni di Trump non paiono del resto vaghe, ma rivelano un disegno profondo e certo anche legittimo da parte di alcuni in America. Ci sono evidentemente due visioni contrastanti di Europa, una è di una Europa che contrasta la Russia. Un’altra è di una Russia a cui gli Usa appaltano la gestione dell’Europa. Certo, entrambi i percorsi hanno rischi per l’America. Una Ue più unita e con un suo programma più indipendente può aprire incognite per gli Usa, specie in questo momento di grande confusione generale. Del resto però appaltare, anche solo in parte, l’Europa alla Russia è un salto nel vuoto che contraddice 80 anni di politica americana.

In questa seconda visione, date le enormi differenze e tensioni, è facile arrivare non solo a una spaccatura della Ue ma anche a una frantumazione dell’Italia unita politicamente fino a Trento e Trieste da appena un secolo. In questo periodo le differenze tra sud e nord non sono diminuite, anzi sono aumentate.

Facile immaginare quindi un’Italia più divisa. La Sicilia potrebbe essere di fatto o anche de jure data all’amministrazione americana, per il suo peso strategico nel Mediterraneo, e il resto lasciato all’influenza russa più o meno diretta. Questa era del resto l’Italia fino al 1860, con gli inglesi al posto degli americani, e gli austriaci e russi al posto di Putin. Potrebbe essere giusto così. L’Italia è stata per millenni solo una definizione geografica e forse è opportuno che oggi torni a essere tale. Dobbiamo solo essere coscienti delle conseguenze delle nostre azioni.

L’ex premier italiano Mario Draghi recentemente ha proposto un rafforzamento politico della Ue. Tale proposta consoliderebbe l’Europa e anche l’unione politica italiana. Naturalmente una Ue politicamente più stabile dovrebbe negoziare nuovi accordi e garanzie con gli Usa. Un Putin vincente in Europa, rafforzerebbe in Medio Oriente l’Iran degli ayatollah. Essi potrebbero dichiarare la vittoria politica al di là di ogni risultato sul campo per Hamas a Gaza o a casa propria. In Iran oltre il 70% della popolazione potrebbe non recarsi alle urne alle prossime elezioni parlamentari, votando quindi con i piedi contro il regime.

Il grande scambio tra America e Russia dovrebbe, in questo disegno, convincere Mosca a schierarsi contro la Cina, grande avversario strategico degli Usa oggi. Dovrebbe essere la proposta al contrario dell’accordo di Nixon con Mao nel 1972, quando la Cina appoggiò gli Usa contro la Russia nella guerra fredda. Ma le condizioni sono molto diverse e il risultato è incerto. Una Russia rafforzata in Europa diventa un interlocutore diverso in tutta l’Asia. L’India, storico amico di Mosca che oggi pencola verso Washington, potrebbe tornare ai suoi vecchi amori. Lo stesso vale per il Vietnam. Inoltre con la Cina i rapporti sono oggi molto stretti per la guerra. Putin potrebbe applicare con Pechino e Washington una politica dei due forni che logora entrambi. Queste sono oggi ipotesi ma l’alchimia del rapporto a distanza Trump-Putin ha cominciato a fare muovere con proprie gambe queste tendenze. Naturalmente Trump una volta eletto potrebbe cambiare posizione, e c’è l’eventualità, non remota, che Joseph Biden sia rieletto e che tali teorie vengano consegnate ai romanzi di ucronie. Ma oggi tutto è confuso.

Siamo alla vigilia di elezioni cruciali in Iran (il 1° marzo), dell’apertura dell’assemblea nazionale del popolo in Cina (il 5 marzo), delle presidenziali in Russia (15 marzo) e della prossima tornata di primarie repubblicane. Da tutti questi appuntamenti la posizione di Trump potrebbe essere rafforzata con un impatto importante sulle guerre in Ucraina, Gaza e in Yemen, anche con ricadute italiane.

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