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Partite Iva, trattori e privatizzazioni. Promozioni e bocciature secondo Nicola Rossi

Giusto dare ai professionisti la certezza del prelievo e consentire una pianificazioni fiscale finora assente, il riassetto dell’Irpef è solo la prima pietra. Il magazzino di cartelle della riscossione è un mostro di cui non ci si deve stupire più di tanto, sui trattori si faccia attenzione all’effetto bonus. Le privatizzazioni? Lo Stato si faccia da parte a meno che non sia strettamente necessario. E chiediamoci se davvero abbiamo bisogno dell’acciaio. Intervista all’economista e docente di Tor Vergata

Non sarà facile per il governo di Giorgia Meloni trasformare una macchina troppo spesso infernale come il fisco italiano in uno strumento al servizio della crescita e dell’equità. fIl 2024 appena cominciato porterà in dote le nuove regole fiscali europee su debito e deficit e di questo non si potrà non tenere conto. Poi c’è la geopolitica a metterci il carico da novanta, con due guerre alle porte d’Europa che ne minacciano la crescita. E anche questo ha un peso.

Per questo, se si vuol portare a termine il cantiere fiscale, bisogna muoversi con giudizio e cautela, spiega a Formiche.net l’economista dell’Istituto Bruno Leoni e docente a Tor Vergata, Nicola Rossi. Dalla protesta degli agricoltori, al riassetto dell’Irpef passando al mostruoso magazzino fiscale dell’Agenzia delle Entrate. E arrivando alla sospirata riduzione dei tassi e alle privatizzazioni.

Partiamo dai lavoratori autonomi. Nelle settimane scorse abbiamo visto il governo difendere a spada tratta il concordato preventivo per le partite Iva. Al netto della componente di bandiera politica, le pare una misura sensata e in grado di scoraggiare l’evasione fiscale tra i professionisti?

Penso che sia ragionevole provare a dare certezza del prelievo e consentire alle imprese una ragionevole pianificazione fiscale. La lotta all’evasione si fa con altri metodi e in primo luogo con le tecnologie.

C’è un dato che mette i brividi ed è stato giusto ricordato pochi giorni fa dal direttore dell’Agenzia delle entrate: la riscossione oggi ha un magazzino di 1.200 miliardi, praticamente un anno e più di spesa pubblica, in termini di cartelle esattoriali, di cui 9 su 10 sono inesigibili per cessata attività o decesso del debitore. Come si è potuto arrivare a questo? E come immaginare, a questo punto, una riforma della riscossione?

Un magazzino di queste dimensioni e con queste caratteristiche è anche la conseguenza dell’approccio che nei 25 anni appena trascorsi si è voluto dare al rapporto fra il fisco ed i cittadini.

Si spieghi.

Un approccio essenzialmente punitivo. Mai capace di distinguere contribuente da contribuente. Mai inteso a creare le condizioni per un adempimento corretto dell’obbligo fiscale. Le conseguenze non devono sorprendere: da che mondo è mondo pretese eccessive e modalità di esazione proprie di un rapporto fra sovrano e suddito più che di un rapporto fra Stato e cittadino inducono quest’ultimo a trovare ogni possibile escamotage.

Rimaniamo sul fisco. Il 2024 porterà in dote il riassetto dell’Irpef, a 3 aliquote. Può essere davvero questo il primo passo per interrompere quel circolo vizioso e perverso che mette il grosso del carico fiscale sul ceto medio, che poi è la spina dorsale della nostra economia?

Direi che è certamente un passo nella giusta direzione ma dovrà non essere l’unico: è importante che il governo segnali che non vuole fermarsi a questa prima tappa.

Gli agricoltori hanno ottenuto il taglio dell’Irpef per due anni. La mossa è chiaramente strategica, per disinnescare la protesta. Quale messaggio arriva, secondo lei, al mondo produttivo?

Il messaggio è quello che purtroppo il Paese sta lanciando ormai da parecchi anni. Quello di un sistema fiscale dove ogni categoria, piccola o grande, e ogni rappresentanza di interessi trova un suo trattamento di favore. La politica dei bonus ha già fatto molti danni e sarebbe stato meglio non aggiungerne un altro.

Non c’è aria di retromarcia, però…

C’è solo da sperare che nell’esercizio della delega il governo trovi la forza per contenerne l’ampiezza. Ciò detto, va sottolineato come a favore degli agricoltori milita un argomento che gli stessi agricoltori non utilizzano. Gli agricoltori sono oggi l’unico presidio contro il rischio idrogeologico e l’unica barriera allo spopolamento dei piccoli borghi rurali. È, a mio parere, ragionevole che la collettività remuneri questo loro ruolo.

Sulla Banca centrale europea aumenta giorno dopo giorno il pressing per un taglio dei tassi, già a inizio estate. Gli stessi mercati nutrono grandi aspettative in questo senso. La reputa una tempistica corretta?

Credo sia saggio mantenere una linea molto prudente e attendere che siano visibili segnali chiari di un rientro del processo inflazionistico. I costi di un intervento intempestivo possono essere non piccoli.

Il governo sta portando avanti il suo piano di privatizzazioni, o almeno ci sta provando. La filosofia di fondo sembra essere quella di ridurre la presenza dello Stato, senza comprometterne il grip sulle imprese strategiche. Che ne pensa?

Personalmente penso che il governo dovrebbe astenersi da occupare spazi se non vi sono motivi assolutamente cogenti perché lo faccia. Per fare un esempio, prima lo Stato lascerà il comparto bancario e meglio sarà per tutti. Detto questo, non sottovaluto il potere di controllo e di contenimento che può conseguire ad una presenza di minoranza del comparto privato.

C’è l’ipotesi che lo Stato possa rientrare nell’ex Ilva in forze, per salvarla. Lei che dice?

La domanda vera non è se salvarla, ma se l’economia italiana ha bisogno di una siderurgia rilevante. Sono 100 anni che parliamo di questa storia di salvare la siderurgia italiana. Diciamo che se mettiamo insieme tutti i soldi che abbiamo speso, gli italiani forse si sentirebbero un po’ presi in giro da questa storia. In sintesi, se l’impresa non ha un mercato, facciamocene una ragione. Meglio dare quei soldi agli operai perché trovino un altro lavoro che ha una prospettiva di mercato.

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