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Un testa a testa tra fiele e miele. Il voto in Sardegna letto da D’Anna

La vittoria sul filo di lana di Alessandra Todde, che diventa la prima presidente donna della Regione Sardegna, lascia prevedere l’avvio di una valanga politica destinata a ripercuotersi sulla maggioranza di governo e sullo stesso esecutivo. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Lezione sarda ed effetti politici. Unu pagu fele amargurat meda mele, un pò di fiele fa amaro il miele, dice un proverbio sardo che s’attaglia al risultato elettorale bifronte della Sardegna, in bilico ora dell’uno ora dell’altra dei due principali candidati: Paolo Truzzu per il centrodestra e Alessandra Todde per l’alleanza Cinque Stelle-Pd. Un testa a testa conclusosi al fotofinish con la vittoria di Todde. Gli scenari sono in continua evoluzione, ma il quadro degli stress test dei protagonisti è già delineato.

Per Giorgia Meloni, la lezione sarda prescinde dal voto disgiunto che ha tradito il candidato Paolo Truzzu imposto dalla premier ed evidenzia l’urgenza della svolta politica da imprimere a Fratelli d’Italia e al governo. Una svolta centrista per liberarsi dal ricatto leghista e catalizzare l’intera area moderata e liberal democratica che dalla destra arriva a lambire la sinistra. L’area storicamente presidiata dalla Democrazia Cristiana e dai partiti laici. Una metamorfosi già concretizzata a livello europeo e internazionale dalla premier, schieratasi da subito e con convinzione e coerenza accanto alle democrazie euroatlantiche e alla Nato. Non una sterzata, ma un allineamento della politica nazionale alla linea internazionale portata avanti con determinazione da Giorgia Meloni, che riscuote il pieno consenso e l’appoggio dell’Occidente, dell’India e di numerosi Paesi africani. Rappresenterebbe un grave errore di valutazione sull’evoluzione del contesto politico in atto evidenziato dalla lezione politica del risultato delle elezioni sarde, perse per una manciata di voti ma perse, soffermarsi solo sulla pregiudicata opposizione interna alla maggioranza da parte di Matteo Salvini e della Lega e sul voto disgiunto che ha pugnalato alle spalle Truzzu per colpire la premier. Voto disgiunto provato dalla costatazione che mentre i partiti che lo appoggiavano hanno ottenuto il 49% dei voti, lui si è fermato al 45%. “Quando perdi, non perdere la lezione”, diceva il Mahatma Gandhi. E la lezione è che bisogna voltare pagina, superare la concezione partitica del dopoguerra e puntare sulla leadership e sull’aggregazione del consenso politico che Giorgia Meloni ha dimostrato di interpretare.

È un momento cruciale per Matteo Salvini. L’avvitamento del risultato delle regionali sarde presenta una molteplice connotazione negativa: il “boicottaggio” di Truzzu potrebbe incrinare la maggioranza di governo, isola il segretario leghista all’interno del governo e non ha evitato alla Lega di precipitare a meno del 4% e di essere superata e quasi doppiata da Forza Italia. Sotto esame critico da parte dei big della Lega, Salvini si gioca il tutto per tutto alle europee, alle quali arriverà sulla difensiva su tutti i fronti. Da quello interno di via Bellerio, alla candidatura debordante del generale Roberto Vannacci che rischia di diventare il nuovo punto di riferimento della Lega, ai buchi nell’acqua delle nomine, del ponte sullo Stretto e dell’autonomia regionale che passeranno sulla sua testa e saranno nella migliore delle ipotesi “rimandati” a settembre per effetto del dente avvelenato post Sardegna di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. Per Salvini il countdown politico è già iniziato: gli restano solo quattro mesi per invertire la tendenza.

Anche se per il rotto della cuffia, il successo della neo presidente della Regione Sardegna la 5 Stelle, Alessandra Todde rilancia la stella politica di Giuseppe Conte. Dopo aver superato l’edipica metamorfosi, attraverso la quale si è affrancato da Beppe Grillo e dai suoi “vaffa” fondativi, l’ex presidente del Consiglio ha riorganizzato il movimento e lo ha posizionato sulla trincea di un’opposizione frontale, alternata però a disinvolte e spregiudicate trattative sottotraccia con la maggioranza per ottenere nomine Rai e incarichi di sottogoverno. Il successo cagliaritano del cosiddetto campo largo col Pd lo rafforza notevolmente in vista del nuovo tira e molla col Nazareno per le eventuali liste comuni nelle altre regioni e probabilmente anche alle europee. Ma rispetto al Pd, non è sfuggito l’esito del confronto della percentuale dei voti, nettamente sbilanciata a favore dei democratici. Voti ai quali bisogna aggiungere anche la cospicua percentuale raggiunta dal Pd non ortodosso Renato Soru. Voti destinati prima o poi a rientrare alla base. In prospettiva il successo della Sardegna renderà comunque difficile a Conte di sottrarsi all’alleanza del campo largo anche alle politiche.

Sardegna felix per Elly Schlein, che ottimizza politicamente al massimo l’esito delle regionali dell’isola. La segretaria del Pd si libera in un solo colpo della morsa asfissiante delle correnti interne e dimostra che è possibile realizzare le cose in cui si crede realmente. I venti di guerra, le problematiche sociali e lavorative avevano messo a dura prova la sua capacità di scegliere una linea politica immediata, chiara e definitiva e decidere da che parte stare.

Troppo forte la sindrome della perdita del potere e le divisioni interne che scuotono le due anime del partito, cattolica e comunista, mai coagulatesi.

Tuttavia, come avvenuto negli ultimi anni, e come si è materializzato in Sardegna, le difficoltà degli altri partiti o gli eventi della situazione complessiva, per esempio la reazione dell’opinione pubblica sulle manganellate agli studenti di Pisa, potrebbero offrire al Partito Democratico l’opportunità se non addirittura di rientrare nell’area di governo nel nome dell’unità nazionale per salvaguardare il Paese, comunque di presentare esponenti di spicco della società civile alle europee ed ottenere risultati elettoralmente in crescita, con o senza l’alleanza con i 5 Stelle.

Come accadeva nella Dc di Aldo Moro ed Amintore Fanfani, di Cossiga, De Mita e Andreotti, l’unione farebbe la forza. Le divisioni e le correnti democristiane, che rappresentavano dei veri e propri partiti in guerra fra di loro, raccoglievano infatti una valanga di consensi e coprivano tutte le aree del Paese di allora: cattocomunisti e anticomunisti, progressisti, conservatori, reazionari e spesso anche i golpisti. Il fallimento del tentativo di fusione degli eredi della Dc e del Pci è attestato dal fatto che invece di sviluppare l’attitudine all’unità si è accentuata l’inclinazione scissionista, caratteristica della sinistra marxista leninista.

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