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La Chiesa tra ricerca della pace e realtà delle guerre. La riflessione di Jean

Soprattutto in riferimento al conflitto in Ucraina, la Santa Sede sembra aver messo da parte la sua tradizionale dottrina della guerra giusta, affermando che tutte le guerre sono ingiuste e dando così una spiacevole sensazione di equidistanza fra aggressore e aggredito. Da pacifica sembra essere diventata pacifista radicale

Tutte le religioni sono pacifiche. Mirano all’amore e alla solidarietà fra gli uomini e i popoli. Talune – in particolare l’Islam, ma più in generale quelle monoteiste – lo fanno a modo loro. Pensano di possedere la verità a cui debbono convertire gli altri popoli. Nel Cristianesimo ciò è particolarmente vero per l’Ortodossia, almeno nella versione che le dà il Patriarca di Mosca Kirill. Ha definito “sacra” l’aggressione all’Ucraina, di certo preoccupato non solo per la ricostituzione della “Patria Russa”, ma anche per l’erosione dell’autorità canonica del Patriarcato di Mosca a vantaggio di quello di Costantinopoli a cui fanno sempre più capo gli ortodossi ucraini.

La ricerca della pace da parte delle Chiese – in particolare da parte di quella cattolica – ha dovuto fare i conti con la realtà della guerra, fenomeno ricorrente da quando – nel paleolitico superiore – gli uomini si sono raggruppati in nuclei organizzati e ai cacciatori si sono affiancati gli agricoltori e gli allevatori, prede dei primi. Ci si è resi conto che la speranza di pace non poteva essere realizzata con la semplice maledizione della guerra. La conciliazione fra aspirazioni e realtà fu realizzata con la “dottrina della guerra giusta”. Perfezionata nei secoli, la sua iniziale formulazione agostiniano-tomistica, è sostanzialmente corrispondente non solo al diritto internazionale dello jus ad bellum e dello jus in bello (o diritto umanitario bellico), ma anche – come efficacemente dimostrato da un gesuita docente alla Georgetown University – alla teoria clausewitziana della “guerra limitata”. Tale dottrina – passata dalla categoria della “Carità” a quella della “Giustizia” solo nel primo secolo delle conquiste coloniali della Spagna e del Portogallo – è sostanzialmente ripresa nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1985, redatto sotto la supervisione dell’allora cardinale Ratzinger. In particolare, legittima il ricorso alle armi per l’auto-difesa individuale e collettiva.

Nello stesso filone logico, si muove anche la lettera inviata nel giugno 1982 da papa Giovanni Paolo II alla Sessione speciale sul Disarmo dell’Assemblea Generale dell’Onu, circa la liceità morale della dissuasione nucleare, allora posta sotto accusa negli Usa dalla “Lettera dei Vescovi americani”, ma che continuava ad essere il pilastro su cui si basava la pace della guerra fredda. Per inciso, essa fu basata in quel periodo sull’esistenza di un’enorme capacità distruttiva e di quantità di armamenti da parte di entrambi i blocchi contrapposti, confermando un fatto antico come il mondo, che cioè la pace nel mondo reale è sempre fondata sull’equilibrio delle forze contrapposte o sulla supremazia degli Stati favorevoli allo “status quo”, indipendentemente dal fatto che esso sia giudicato giusto o ingiusto. Il ricorso alle armi – che si aggiunge, ma non sostituisce l’uso degli altri mezzi della politica – cioè la guerra – tende sempre a costruire anche con le armi una nuova pace o ad impedire il mutamento di quella esistente.

Soprattutto in riferimento al conflitto in Ucraina, la Santa Sede sembra aver messo da parte la sua tradizionale dottrina della guerra giusta, affermando che tutte le guerre sono ingiuste e dando così una spiacevole sensazione di equidistanza fra aggressore e aggredito. Da pacifica sembra essere diventata pacifista radicale. Le critiche al riarmo dell’Occidente il cui disarmo di fatto smentisce il suo “abbaiare” alle frontiere della Russia udito dal Sommo Pontefice, e la dura condanna al commercio delle armi, sembrano funzionali a creare solo dissensi e dubbi a chi sostiene l’aggredito, cioè ai governi delle democrazie occidentali. Lo si è avvertito chiaramente nel dibattito televisivo a cui hanno partecipato Massimo Franco e Andrea Riccardi.

A parer mio, l’atteggiamento del Vaticano sul conflitto in Ucraina, pur contribuendo ad alimentare le divisioni nell’Occidente, ad ostacolare il sostegno all’Ucraina aggredita e ad allontanare da Roma gli ucraini uniati, non avranno conseguenze importanti per la Chiesa. Qualora però Mosca riuscisse a travolgere le difese di Kyiv e attaccasse qualche altro Stato europeo, almeno parte la responsabilità del disastro geopolitico dell’Occidente, verrebbe attribuita al Vaticano. Nessuno pretende che, come il Patriarca Kirill, papa Francesco dichiari “santa” questa la resistenza dell’Ucraina, ma una maggiore cautela geopolitica sarebbe opportuna per evitare che, con l’Europa, non venga travolta anche la Chiesa Cattolica.

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