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Meloni in Cina. Perché è necessaria coesione nel governo italiano

Per la sua posizione economica, industriale, tecnologica e geopolitica, l’Italia rimane un obiettivo per la Cina. Per questo, serve una linea politica condivisa, che si ispiri alla dichiarazione finale del G7. Il commento di Laura Harth, campaign director di Safeguard Defenders

Il cupo fronte autoritario marcia deciso per minare il cuore della nostra democrazia e i nostri valori. Lo racconta il World Peace Forum, andato in scena a Pechino, con una platea di oratori in gara per chi pone il rischio più immediato alla nostra sicurezza collettiva: dal leader russo Vladimir Putin a quello nordcoreano Kim Jong-un, e il primus inter pares, la Repubblica popolare cinese guidata da Xi Jinping.

A Pechino non basta aumentare giorno dopo giorno il rischio di un conflitto sulle sue sponde asiatiche con le aggressioni e provocazioni continue contro le Filippine, Giappone e Taiwan. E neppure l’apologia e il sostegno all’amico invasore “senza limiti”, la Russia. Pechino oggi si trova letteralmente alle porte dell’Europa, con le esercitazioni militari congiunte con la Bielorussia ai confini polacchi della Nato, raccontate ieri da Gianni Vernetti su Repubblica. Pechino che, sotto la bandiera fasulla del “miglioramento della sicurezza globale: giustizia, unità e cooperazione”, si trova già dentro l’Unione europea, con le sue forze di polizia dispiegate in Croazia e Ungheria come lo furono fino a pochi anni fa anche in Italia.

È una marcia molto decisa, veicolata non solo dalle operazioni di propaganda e disinformazione, ma anche dalle apologie di entrambi i lati dell’emiciclo politico cui possono poggiare la Repubblica popolare e i componenti del suo crescente asse del male 2.0. È uno scenario da incubo che sfrutta il tergiversare del nostro governo, preso come tutti i suoi predecessori dall’illusione di avere esso sì leva su Pechino e di poter, con la semplice aggiunta della parola “nuova” alla propaganda cinese, arrivare a una cooperazione che questa volta sì, sarà win-win. Tanti i casi: dalla cooperazione universitaria alla continua apertura alle merci provenienti dal lavoro forzato nello Xinjiang; dalle famose arance della stagione Via della Seta a quella delle macchine elettriche cinesi che mineranno il nostro tessuto industriale e ci renderanno ancor più vulnerabili alla coercizione economica; dalle indagini della Guardia di Finanza contrastate dal silenzio assordante del governo sulla criminalità organizzata cinese e sugli stretti legami con il regime comunista.

Per la sua posizione economica, industriale, tecnologica e geopolitica, l’Italia rimane un obiettivo molto ghiotto per l’avversario primario del XXI secolo. Un obiettivo che persegue con una strategia coerente e consolidata su tutti i fronti. Dal canto nostro, non vediamo minima traccia di una linea condivisa e, men che meno, coordinata. Di fronte alla tempesta in arrivo, le azioni disparate della politica nei confronti della Cina assomiglia il traffico nelle strade allagate romane durante un nubifragio. Mentre alcuni si rifugiano sotto i ponti e altri azzardano l’avanzata a passo d’uomo, qualche temerario cerca di passare a tutta velocità e finisce per inondare tutto e tutti. L’incidente è inevitabile ma non vi è vigile che tenga. Dove la confusione regna sovrana, conviene per ciascuna parte scegliere la strategia a breve termine che possa meglio garantire la propria sopravvivenza presso il ceto elettorale rappresentato dal suo dicastero. Alla faccia della sicurezza e l’interesse nazionale complessivi. È lo scenario perfetto per gli strateghi di Pechino. Il divide già approntato dall’obiettivo avversario stesso, aprendo largo le porte al suo impera.

In teoria, questo scenario dovrebbe essere contrastato dalla linea condivisa dai Paesi G7 che sui numerosi rischi e pericoli posti dalla Repubblica popolare parla molto chiaro. Ma è una linea che nella politica interna italiana sembra del tutto assente. Tale situazione non può perdurare. Non solo per l’Italia, ma per l’insieme dell’alleanza democratica.

Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, sta per recarsi in missione a Pechino. È difficile immaginare uno scenario recente dove vi era così bisogno di un’Italia portabandiera del consensus del G7 nei confronti del regime comunista. È l’unica leader di un governo G7 uscita rafforzata dalle recenti tornate elettorali. Per quanto sia una posizione invidiabile, comporta una responsabilità pesantissima. Con la presidenza del G7, non potrà tergiversare sulle mire e le strategie di Pechino e i suoi alleati del male. Non potrà anteporre un piccolo interesse a breve termine al futuro del continente europeo e l’ordine internazionale intero. Se pace e prosperità democratica è ciò che vogliamo, dovrà parlare molto chiaro dei molteplici fronti aperti con la dittatura comunista, a partire dalle sue aggressioni nel Mar meridionale cinese e il suo sostegno inequivocabile a Mosca.

La supplica a Pechino di fare una chiamata a Putin per fermare la guerra in Ucraina è tanto rituale quanto palesemente inutile. Serve rafforzare il messaggio che verranno adottato “misure contro gli attori in Cina che sostengono materialmente la macchina da guerra russa, comprese le istituzioni finanziarie, e altre entità in Cina che facilitano l’acquisizione da parte della Russia di merci per la sua base militare industriale”, come dichiarato dal G7.

E poi altro che cooperazione win-win. È quanto mai necessario sottolineare le “preoccupazioni riguardo ai persistenti obiettivi industriali della Cina e alle politiche e pratiche globali non di mercato che stanno portando a ricadute globali, distorsioni del mercato e dannosa sovraccapacità in sempre più settori, minando i nostri lavoratori, le nostre industrie, nonché la nostra resilienza e sicurezza economica”.

Inoltre, non ci si può far intimidire dalle crescenti aggressioni verso Taiwan e le minacce contro chi ne sostiene l’autonomia diplomatica. Serve “riaffermare che il mantenimento della pace e della stabilità attraverso lo Stretto di Taiwan è indispensabile per la sicurezza e la prosperità internazionale” e ribadire il sostegno alla “partecipazione significativa di Taiwan alle 11 internazionali organizzazioni, anche nelle riunioni tecniche dell’Assemblea mondiale della sanità e dell’Organizzazione mondiale della sanità, come membro dove essere uno Stato non è un prerequisito e come osservatore o ospite dove lo è”.

Insomma, vada lì non solo da presidente del Consiglio italiano, ma vada da capofila del più potente blocco economico e democratico del mondo. Tutto questo, però, non lo può fare con le spalle scoperte. Occorre un governo con una linea condivisa e lucida sui rapporti con Pechino. Una linea che la stessa Meloni dovrebbe imporre al più presto.

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