Un cambiamento così repentino nelle relazioni internazionali non è cosa di tutti i giorni. Esso rileva quindi qualcosa di più profondo che è compito di tutti indagare: soprattutto tentare di capire. Perché l’America di Trump non è più quella che siamo abituati a conoscere. La riflessione di Gianfranco Polillo
L’attesa non è stata poi così lunga. Dalle prime dichiarazioni in tema di dazi è passato meno di un mese. All’inizio si pensava che tutto ciò facesse solo parte di una schermaglia infinita: tesa ad ottenere concessioni varie. La tecnica usata nei confronti del Messico. Nel Canada, invece, il risultato era stato quello di accelerare il passaggio del testimone da un leader come Justin Trudeau a favore di Mark Carney. Uomo di finanza: Goldman Sachs, Bank of Canada e lo sfizio di aver potuto gestire per sette anni la Bank of England. Mai successo prima (dal 1694) che ad un suddito del Commonwealth fosse concesso un così alto incarico.
Alla fine, quindi, la speranza che quelle di Donald Trump fossero solo parole è andata delusa. La decisione di imporre a tutti i produttori di automobili un dazio pari al 25 per cento, che bissa quello sull’acciaio e sull’alluminio, ha prodotto un piccolo disastro. Piccolo perché più contenuto rispetto a quello che ci si potesse aspettare. A piangere sono, infatti, quei titoli più direttamente colpiti dalle nuove misure del tycoon, secondo due distinti parametri: la quota relativa di vendita sul mercato americano, come prodotto d’esportazione e la dimensione non elitaria delle proprie produzioni. I modelli più “popolar”, dove maggiore è la concorrenza, sono anche quelli più colpiti. Mentre il lusso o l’extra lusso – non solo Ferrari o Lamborghini, ma il top della Mercedes o della stessa Bmw, per non parlare di Porche – possono tranquillamente trasferire sull’acquirente il “pizzo” da pagare alla nuova amministrazione.
E che un sistema di dazi così generalizzato rappresenti qualcosa di anomalo è dimostrato dalle giustificazioni indicate da quegli economisti – pochi in verità – che si sono schierati con Trump. Dovrebbero contribuire al reshoring, vale a dire a far ritornare sul suolo americano produzioni, in precedenza, delocalizzate all’estero. Come se la scelta precedente non fosse stata conseguenza di precise logiche di mercato. È un po’ come voler rimettere nel tubo il dentifricio che è appena uscito. La riprova di tutto ciò è nei guai in cui sono incorse due case produttrici, come la General Motor e la Ford, che hanno passato brillantemente l’esame del sangue, cui sono state sottoposte. Risultando essere più americane della McDonald. Ma le perdite in borsa, per causa dei dazi, sono state più ampie di quelle relative ai concorrenti esteri.
Semplice la spiegazione: sono americane, ma producono in Messico ed in Canada, dove la mano d’opera costa molto meno e forse il livello di produttività è maggiore. Se non saranno previste deroghe, sarà quanto mai difficile impiantare negli States un’organizzazione che, all’estero, aveva trovato una sua collocazione ottimale. Il che dovrebbe far riflettere sulla portata più generale del problema. La globalizzazione, di cui oggi i sovranisti americani dicono peste e corna, non fu altro che l’espediente trovato dai grandi operatori di quel Paese, industrie e banche d’affari, per fare più soldi. Delocalizzarono, in Cina o nel Sud est asiatico, produzioni di beni rivolti al mercato interno americano, sfruttando i minor costi di quella mano d’opera, per aumentare i relativi livello di profitto. Il processo andava, in qualche modo controllato, ed invece l’ingordigia, oltre ad una certa incapacità, ha fatto il resto. Ma accusare l’Europa, che ha altre responsabilità, di aver “fregato” l’America, come dice lo stesso Trump, è solo una colossale sciocchezza.
Comunque sia, il secondo motivo è ancora più evanescente. Imponendo i dazi, il fisco americano vorrebbe ottenere le entrate necessarie per far fronte ad un deficit di bilancio in continua crescita ed ad un debito ancor più preoccupante. Risorse tanto più necessarie per contenere prima e poi eventualmente ridurre il carico di imposte e tasse che gravano sul cittadino americano. Obiettivo condivisibile in sé, ma solo all’interno di una visione meno approssimata. Il calcolo, se così si può dire, negli esercizi (pochi) tentati funziona sulla carta. Le ipotesi sono state costruite sulle circostanze che non vi sia alcuna reazione da parte delle vittime designate. Ed allora si discetta se vi sarà o meno aumento dei prezzi, se vi sarà maggiore o minore inflazione, se il valore del dollaro tenderà a rivalutarsi o a svalutarsi.
Nessuno, in altre parole, può nemmeno ipotizzare quale potrebbe essere il punto di caduta di un’eventuale “reazione a catena”. Se cioè a brigante, gli altri Paesi dovessero rispondere: brigante e mezzo. Si avrebbe così il rischio di una vera e propria spirale dagli esiti imprevedibili. Ci si limita, invece, a trovare giustificazioni che non hanno grandi ragion d’essere. Si dice che i dazi europei sulle importazioni dagli Stati Uniti sono anche maggiori. Che al di là dell’Atlantico pratiche protezionistiche non tariffarie siano ancora più penalizzanti. Può essere, ma di tutto ciò si può discutere, come si dovrebbe discutere tra alleati che fanno parte di “una delle principali istituzioni del Mondo,” qual è appunto la Nato.
La leadership, insegnava Charles Kindleberger, un grande economista americano, con il pallino della storia, è qualcosa di profondamente diverso dal puro atteggiamento di dominio. E invece, specialmente nello staff del Presidente, si sostengono tesi vittimistiche. Come quelle secondo le quali, in Europa, l’Iva che non si paga sulle esportazioni, altro non sia che una manovra fraudolenta per esportare di più. E quindi contribuire a far crescere il deficit commerciale americano.
Nessuna riflessione seria invece sulle caratteristiche dei diversi sistemi fiscali, che, per quanto possibile, andrebbero resi più omogenei, con reciproco vantaggio. Basti pensare alle forme di evasione e di elusione che caratterizzano entrambi i Paesi, seppure con caratteristiche diverse. Anche in questo caso se ne potrebbe discutere, per trovare soluzioni adeguate. Ma almeno fino ad ora non è stato questo il registro scelto. Ci si perdoni l’accostamento: ma a volte Trump si comporta come Putin. Per fare la pace, o per migliorare le relazioni internazionali, bisogna essere in due. Altrimenti l’arma della diplomazia si trasforma nella diplomazia delle armi. Ed è questo oggi il rischio maggiore: lo è per l’Europa, lo è per l’Occidente, ma lo è anche, forse soprattutto, per gli stessi Stati Uniti.
C’è solo da aggiungere che un cambiamento così repentino nelle relazioni internazionali non è cosa di tutti i giorni. Esso rileva quindi qualcosa di più profondo che è compito di tutti indagare: soprattutto tentare di capire. L’America di Trump non è più quella che siamo abituati a conoscere, forse perché non è più quella grande corazzata ch’era in grado di dare sicurezza al mondo libero e, al tempo stesso, contrastare i suoi terribili nemici. La verità è che la leadership o, se si preferisce, l’egemonia ha un costo. Che a volte può diventare esorbitante.
Se così fosse si spiegherebbero le tante stranezze dell’amministrazione Trump, comprese quelle esternazioni muscolari, fuori da qualsiasi protocollo. Uomini sull’orlo di una crisi di nervi: verrebbe da pensare. Comportamenti che riflettono una paura incontrollata. Ed allora all’Europa non resterebbe che prenderne atto e comportarsi di conseguenza. Chiuso il grande ombrello americano, occorrerà trovare un rifugio diverso per ripararsi dai pericoli che incombono sulla situazione internazionale.