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Perché le proteste di Gaza non possono cadere nel vuoto. Il monito di Arditti

Posto che sappiamo tutti perfettamente che la prima cosa da fare sarebbe quella di sgretolare Hamas dall’interno, aiutando l’emersione di una nuova classe dirigente palestinese quantomeno in grado di interloquire con il mondo civile e desiderosa di avviare una nuova stagione di rapporti con Israele, adesso il punto è uno solo: c’è modo di evitare che queste prime voci di protesta (che avranno senz’altro già i loro sostenitori, perché a Gaza nulla accade per caso) finiscano nel nulla cosmico?

Faremmo bene (qui in Europa) ad accorgerci con una certa prontezza delle novità che presenta il drammatico scenario mediorientale, anziché tendere a ragionare con schemi spesso superati dalla realtà.

Nel sostanziale disinteresse dei media europei, martedì è successo a Gaza qualcosa di straordinario, cioè una manifestazione di popolo contro Hamas e il suo controllo feroce e violento del territorio.

Tutto ciò ha preso la forma di un vero e proprio corteo, anche se, nella sua prima uscita, non certo di dimensioni oceaniche.

Il corteo principale si è radunato nel centro di Beit Lahia, tra le macerie dei prolungati bombardamenti israeliani. Centinaia di palestinesi hanno sfilato per le vie urlando slogan contro la guerra, dopo che nelle ultime settimane l’esercito israeliano ha unilateralmente messo fine a due mesi di cessate il fuoco riprendendo la sua offensiva sulla Striscia di Gaza.

Altre proteste, meno partecipate, si sono tenute anche a Khan Yunis e Jabalia, mentre su Telegram sono circolati inviti a replicare le proteste anche nei giorni successivi. E infatti nella giornata di ieri, mercoledì 26 marzo, gruppi sparuti di persone sono nuovamente scese in strada, in particolare a Gaza City.

Io non credo che qui in Europa ci si renda conto di cosa vuol dire tutto ciò. Non abbiamo gli strumenti elementari per capire cosa significa decidere di scendere in piazza contro Hamas a Gaza mentre Israele ha ripreso a bombardare, cercando di colpire obiettivi selezionati (come i dirigenti di Hamas), ma finendo anche per generare ulteriori lutti pesantissimi nella popolazione.

Non abbiamo quegli strumenti perché nessuno di noi ha la minima consapevolezza del livello di violenza che un movimento come Hamas esercita verso qualunque tipo di opposizione, che viene schiacciata con la denigrazione pubblica (ogni contestatore viene immediatamente etichettato come spia israeliana), la vessazione economica (è ben nota la gestione criminale ed iniqua degli aiuti internazionali), quella politica (nessuno spazio è concesso all’apertura di dibattito sulle scelte dell’ala militare, responsabile del 7 di ottobre 2023 e di tutte le mosse successive), per finire con la persecuzione poliziesca (non si contano gli arresti verso ogni espressione di dissenso) e l’assassinio (decine e decine di omicidi rimasti senza colpevole: nessuno fa ovviamente indagini al riguardo).

Certo, anche nel mondo palestinese sopravvive un minimo di articolazione, spesso basata più sulla forza dei clan familiari che altro, anche perché le strutture dell’Anp di Abu Mazen nella striscia sono state spazzate via da oltre quindici anni.

Ora, la domanda è una sola.

Posto che sappiamo tutti perfettamente che la prima cosa da fare sarebbe quella di sgretolare Hamas dall’interno, aiutando l’emersione di una nuova classe dirigente palestinese quantomeno in grado di interloquire con il mondo civile e desiderosa di avviare una nuova stagione di rapporti con Israele (anche se, va detto con franchezza, a Gerusalemme e Tel Aviv nessuno crede più a questa possibilità), adesso il punto è uno solo: c’è modo di evitare che queste prime voci di protesta (che avranno senz’altro già i loro sostenitori, perché a Gaza nulla accade per caso) finiscano nel nulla cosmico? È questo avvio di protesta qualcosa di utile nel percorso degli Accordi di Abramo? Tutto si può fare, tranne che fare finta di niente.


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