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Alta tensione nell’IndoMed. Trump minaccia Houthi e Iran

La guerra agli Houthi complica lo sviluppo strategico di Trump, trascinato in Medio Oriente per proteggere l’IndoMed, con l’Europa che sta sulla difensiva e la Cina che incassa un risultato (per quanto momentaneo)

Il 12 gennaio del 2024, Donald Trump criticava l’amministrazione Biden perché “stiamo lanciando bombe in tutto il Medio Oriente”, diceva “AGAIN” scritto in maiuscolo per attirare l’attenzione della platea Maga, la quale detesta gli impegni internazionali, che siano in Medio Oriente o in Europa, perché li considera “guerra senza fine”. A quei tempi Trump era il principale candidato repubblicano, da lì a poco avrebbe stravinto le primarie e poi le presidenziali. A distanza di un anno e qualche mese probabilmente il suo modo di vedere le cose non è cambiato troppo, lo dimostra il tenore della chat su Signal raccontata dall’Atlantic. E però, come quella chat stessa dimostra, gli Usa hanno anche una necessità e una responsabilità: davanti a un impegno europeo di livello difensivo, con una Cina pronta a sfruttare l’opportunità piuttosto che curare la sicurezza collettiva, e con alleati come Israele e Arabia Saudita che hanno interessi a cancellare o quanto meno contenere gli Houthi – per sicurezza nazionale e commerciale – allora Washington è chiamata all’intervento.

Trump in guerra in Medio Oriente

Esattamente come fatto da Joe Biden, che lanciò le prime operazioni di attacco agli Houthi di questa attuale fase proprio il 12 gennaio dell’anno scorso, rispondendo alla destabilizzazione dell’Indo-Mediterraneo che il gruppo yemenita sta portando avanti (per solidarietà con Hamas e per dimostrazioni di forza nella partita per il futuro della loro fetta di Paese), Trump adesso autorizza attacchi in Yemen. Da due settimane, ogni giorno, le forze armate del Pentagono hanno colpito obiettivi degli Houthi. È una campagna ancora non profondissima, non stiamo parlando di operazioni “a tappeto”, simili a quello che abbiamo visto tra il 2014 e il 2015 contro lo Stato islamico. Ma l’intensità dei bombardamenti che navi e aerei americani stanno portando avanti è cresciuta in modo esponenziale: da un raid a settimana (anche meno) a sortite giornaliere.

E contemporaneamente, non poteva non esserlo, è cresciuta anche la retorica. Prima di andare avanti: per un presidente che sta spingendo fortissimo la cantieristica navale Made in Usa, perché ormai (da tempo) l’America si è resa conto della disparità che potrebbe soffrire nel settore rispetto alla Cina, difendere la sicurezza marittima e la libera navigazione diventa cruciale a livello di narrazione. E così ieri, con un messaggio pubblicato su Truth Social, il presidente degli Stati Uniti ha sancito un netto cambio di passo nella risposta americana alla minaccia posta dagli Houthi. Nel post ha rivendicato due settimane di attacchi intensi contro il gruppo armato yemenita, sostenendo che le capacità operative degli Houthi sarebbero in rapido deterioramento. Ma il punto più significativo è arrivato nella parte finale del messaggio: l’avvertimento che “il vero dolore” per gli Houthi deve ancora arrivare, concludendo che sorte simile potrebbe toccare anche l’Iran – che finanzia militarmente gli interessi dell’organizzazione, ed è considerato un dante causa degli yemeniti.

Il Trump effect regionale

Il messaggio ha fatto immediatamente il giro delle capitali regionali, suscitando una reazione articolata da parte iraniana. A meno di un’ora di distanza, un consigliere della Guida Suprema iraniana ha avvertito che eventuali attacchi diretti contro l’Iran potrebbero spingere Teheran a sviluppare un’arma nucleare. Una linea già tracciata alcune ore prima da dichiarazioni ufficiali che avevano escluso la possibilità di un’aggressione esterna, ma ammonito che un errore americano avrebbe portato a una dura risposta. Un comandante delle forze aerospaziali ha poi indicato le basi statunitensi nella regione, che ospitano circa 50.000 soldati, come strutture vulnerabili, paragonandole a “una stanza di vetro”.

Fonti regionali spiegano riservatamente a Formiche.net che circola una informazione: gli iraniani avrebbero pronti i piani di attacco contro Diego Garcia, la base americana nell’Oceano Indiano. C’è anche un rumor più preoccupante: Teheran potrebbe non colpire direttamente, ma lanciare missili balistici a lungo raggio in acqua vicino all’isola, inviando un messaggio dissuasivo.

Diego Garcia: il ritorno al centro della scena strategica

Nel contesto della crescente tensione tra Stati Uniti, Houthi e Iran, Diego Garcia è tornata a rivestire un ruolo centrale nelle dinamiche militari regionali. Tra il 24 e il 26 marzo 2025, gli Stati Uniti hanno dispiegato sull’isola tra i 6 e i 9 bombardieri strategici stealth B-2 Spirit, provenienti dalla base di Whiteman, Missouri. I voli, tracciati parzialmente attraverso fonti open-source, sono stati supportati da almeno quattro aerei cisterna KC-135 Stratotanker per il rifornimento in volo. Le immagini satellitari confermano anche la presenza di una decina di tanker e di più velivoli da trasporto C-17 Globemaster III, suggerendo un’operazione logistica complessa.

Situata a circa 3.200 km dall’Iran e 3.700 km dallo Yemen, la base offre una posizione ideale per proiettare potenza nel Medio Oriente restando – almeno teoricamente – fuori dalla portata dei missili balistici iraniani. Tuttavia, analisi recenti mettono in discussione questa presunta distanza di sicurezza, evidenziando che Teheran potrebbe superare i propri limiti dichiarati di gittata, sfruttando vettori come il Khorramshahr-4 o sistemi navali avanzati che potrebbero essere adattati per certi attacchi. D’altronde, l’Iran si è già addestrato nell’Indiano con Russia e Cina.

Altri rumors: l’Iran ha in mano una minaccia meno convenzionale, l’impiego di vecchi sottomarini di fabbricazione russa in operazioni suicide. Per ora speculazioni, probabilmente affascinanti fantasie.

Il quadro che emerge è quello di un’escalation che si sviluppa su più livelli: da un lato, l’aumento della pressione militare americana sugli Houthi; dall’altro, la crescente reattività iraniana, che cerca di allargare il raggio della deterrenza, non solo simbolicamente ma anche operativamente. Diego Garcia diventa così il nuovo perno di una crisi che, partita nel Mar Rosso, rischia ora di proiettarsi su scala regionale.

Movimenti logistici dalla Corea del Sud: un sostegno silenzioso al fronte mediorientale

La presenza prolungata dei B-2, supportata da un Notam che indica operazioni almeno fino al 1° maggio 2025, consolida Diego Garcia come possibile hub operativo per un’eventuale campagna aerea estesa o per mantenere una pressione costante sulla regione. Questo è un’ulteriore conferma di come le attività di sicurezza del Mediterraneo allargato e quelle che riguardano l’Indo-Pacifico sono ormai interconnesse, considerando che quell’area dell’Indiano è costantemente battuta anche dalla Difesa di New Delhi – tecnicamente partner privilegiato degli Usa, ma non nemica dell’Iran – e da Cina e Russia.

Sempre su questa scia, altre speculazioni: sebbene non esistano conferme ufficiali è plausibile che gli Stati Uniti stiano ridistribuendo assetti dalla Corea del Sud verso la regione mediorientale, con la catena logistica statunitense dell’area di responsabilità di CentCom che viene rinvigorita da est. Diversi cargo C-17 e aerei cisterna americani hanno viaggiato verso il Medio Oriente e l’Europa probabilmente portando pezzi di ricambio, sistemi d’arma o munizionamenti., contribuendo a sostenere l’operatività americana nel caso di un aggravarsi della crisi. Ossia, risorse che Trump vorrebbe schierate nell’Indo-Pacifico vengono trascinate dal corso degli eventi nell’Indo-Mediterraneo e nel Medio Oriente — con l’Europa che per evitare colpi al consenso tiene il coinvolgimento sul solo livello difensivo e la Cina che incassa una riduzione (sebbene momentanea) della capacità di dissuasione e presenza statunitense tra le “sue” acque.

(Foto: X, @CENTCOM)


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