Nel “Liberation Day” Trump ha dichiarato: “Resusciteremo l’industria della costruzione navale americana, inclusa quella commerciale e militare”, promettendo di contrastare il dominio cinese e rafforzare la produzione interna. Ecco a cosa mira la Casa Bianca
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sta spingendo per una rinascita radicale dell’industria navale americana, legando la politica industriale alle ambizioni militari globali, in particolare nelle regioni dell’Indo-Pacifico e dell’Artico. Lo sta facendo al punto che anche durante il suo discorso sulle tariffe del 2 aprile 2025 al Rose Garden, il “Liberation Day”, Trump ha dichiarato: “Resusciteremo l’industria della costruzione navale americana, inclusa quella commerciale e militare”, promettendo di contrastare il dominio cinese e rafforzare la produzione interna.
La strategia, pilastro centrale del secondo mandato del repubblicano, mira a ridurre la dipendenza dalle navi costruite all’estero, soprattutto dalla Cina, che supera gli Stati Uniti di 232 volte in capacità di costruzione navale. “Un tempo costruivamo così tante navi, ma ora non le facciamo più molto, però le faremo molto presto e molto velocemente”, aveva già detto Trump, definendo il divario con Pechino un “disastro per la sicurezza nazionale”.
Il presidente ha già annunciato in più di un’occasione la creazione di un ufficio alla Casa Bianca dedicato alla costruzione navale e incentivi fiscali speciali per riportare questa industria a casa, in America, dove appartiene”.
Il focus di Trump si estende oltre l’economia: è una mossa geopolitica per rafforzare la presenza navale americana nei punti caldi globali, dal Mar Cinese Meridionale alle rotte artiche.
Nell’Indo-Pacifico, la Marina statunitense vede nella strategia un allineamento con i suoi obiettivi di deterrenza contro la Cina. Nell’Artico, Trump punta a potenziare le capacità marittime per un’area sempre più strategica, con risorse energetiche e vie navigabili in espansione. L’amministrazione sta valutando classi di navi adatte alle operazioni artiche e possibili collaborazioni internazionali, inclusa l’Italia, per aumentare la capacità produttiva.
Tra le righe, il piano è anche un messaggio politico: ripristinare l’orgoglio industriale, tagliare le catene di approvvigionamento straniere e preparare la Marina per zone marittime contese. La U.S. Navy accoglie con cautela l’ambizione, ma avverte di ostacoli come infrastrutture obsolete, carenza di manodopera e limiti di bilancio. “Servono modernizzazione dei cantieri e investimenti realistici”, sottolineano i vertici militari, mentre Trump insiste su un riarmo a lungo termine, sostenuto da aumenti al budget della difesa e leggi ad hoc. Ci saranno, scommette il presidente.
Il successo dipenderà dal sostegno bipartisan al Congresso, dalla mobilitazione del settore privato e dalla capacità della Marina di tradurre la visione in realtà. Per Trump, la costruzione navale è una fusione di nazionalismo economico e strategia di grande potenza, un modo per ancorare l’influenza americana attraverso acciaio, lavoro e deterrenza, partendo dai cantieri navali statunitensi.