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Gli Usa lanciano i B-2 contro gli Houthi. Messaggio strategico

Gli USA intensificano l’offensiva contro gli Houthi: B-2 in azione sullo Yemen anche per mandare un messaggio ai nemici strategici e agli alleati. Chiamato in causa l’Iran, forse con un doppio valore della minaccia

Il messaggio non è tanto diretto ai guerriglieri yemeniti, quanto all’Iran e ai rivali del gruppo CRINK, che comprende Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Gli Stati Uniti hanno confermato l’avvio di operazioni militari di vasta portata contro i ribelli Houthi nello Yemen già nelle scorse settimana, ma, utilizzando i sofisticati bombardieri stealth B-2 Spirit (tecnicamente equipaggiati per soddisfare le capacità d’attacco nucleare) alzano il livello della narrazione strategica attorno al dossier. Perché è anche a questo che serve la guerra, e nel caso specifico la campagna nell’Indo-Mediterraneo.

È il dipartimento della Difesa statunitense a raccontare che i B-2 hanno condotto attacchi mirati contro postazioni Houthi, nell’ambito di un’operazione che vede coinvolte anche una portaerei – a cui in massimo dieci giorni se ne aggiungerà un’altra – e altre risorse militari strategiche nel Medio Oriente.

La nuova offensiva americana contro gli Houthi, gruppo ribelle yemenita sostenuto anche dall’Iran, è iniziata il 15 marzo 2025, come risposta agli attacchi contro navi militari e commerciali occidentali nel Mar Rosso. Il caos lungo la più importante rotta euro-asiatica è invece iniziato oltre un anno e mezzo fa, formalmente come rappresaglia contro Israele a sostegno di Hamas, ma soprattutto come dimostrazione di forza e capacità per esercitare pressione al tavolo bloccato della risoluzione della guerra civile yemenita – che gli Houthi hanno provocato dieci anni fa e che la coalizione filo-governativa guidata dai sauditi non è riuscita a risolvere, anche se tecnicamente possiede equipaggiamenti superiori a livello tecnologico,

In questo duplice, già complicato schema si inserisce anche al volontà dei dante causa degli Houthi: innanzitutto l’Iran, che finanzia militarmente il gruppo e spinge perché esso proceda con attività di destabilizzazione a proprio vantaggio – ossia anti-occidentali. Qui emerge anche il ruolo russo e cinese: mentre Pechino non partecipa alla sicurezza collettiva regionale, nonostante gli evidenti interessi nel tener libera e sicura la principale rotta di connessione Europa-Asia, e anzi forse fornisce materiale dual-use da usare nelle modificazioni che gli yemeniti fanno alle armi iraniane per adattarle meglio alle loro esigenze, la Russia potrebbe aver fatto qualcosa in più. In seguito ai risultati delle analisi forensi della blockchain, le autorità statunitensi hanno sanzionato vari portafogli crypto in Garantex, che avrebbero spostato quasi un miliardo di dollari di fondi alle operazioni degli Houthi. Da notare che già in passato si era parlato di certi collegamenti, e pure di aiuto russo nel targeting degli yemeniti.

È per questo che il gruppo da battaglia della Harry Truman già posizionato nel Mar Rosso, sta conducendo operazioni di attacco da 21 giorni consecutivi. Una campagna che impegna centinaia di milioni di dollari in munizioni, tra cui missili da crociera a lungo raggio Jassm, bombe a guida gps Jsow e missili Tomahawk. Costi che Trump deve giustificare al suo elettorato, ideologizzato dall’America First. Per farlo, la dimensione strategica di contrasto ai nemici degli Stati Uniti più o meno allineati, può essere un elemento utile – per quanto il mondo “Maga” non apprezzi comunque spese per interventi extra-territoriali.

Anche a questo servono i B-2. Anche perché a supporto della Truman, sta arrivando la Carl Vinson: il 4 aprile la portaerei, con i cacciatorpedinieri e le fregate che la accompagnano, ha doppiato lo Stretto di Singapore diretta verso la regione del Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom). Secondo le stime, dovrebbe raggiungere l’area operativa in 5-7 giorni, consentendo una sovrapposizione delle due postazioni di proiezione militare nella regione. È certamente un segnale della determinazione americana a mantenere una presenza militare significativa – ancora: quanto questa presenza sia apprezzata dagli elettori statunitensi non è chiaro, e ne erano consapevoli i notabili dell’amministrazione che commentavano l’avvio della campagna nell’ormai nota e non più segreta chat di Signal.

I B-2 diventano elemento chiave di questa operazione, come accennato. Sono velivoli che costano sopra i due miliardi di dollari l’uno, con circa 150mila dollari per ora di volo, che rappresentano il distillato più puro della tecnologia di guerra aerea, noti per la loro capacità totale di colpire obiettivi strategici con precisione e senza essere rilevati dai radar nemici. Sono un simbolo della capacità bellica americana. I B-2 impegnati sullo Yemen sono quelli che, accompagnati da sei aerei cisterna KC-135 Stratotanker, sono stati trasferiti di recente alla Naval Support Facility di Diego Garcia. E questo è un elemento di complessità ulteriore. Il coinvolgimento della base americana nell’Oceano Indiano dimostra la capacità degli Stati Uniti di raggiungere qualsiasi obiettivo, indipendentemente dalla sua posizione o protezione, in tempi rapidi e con i migliori assetti militari del mondo.

La base si dimostra un punto strategico determinante per operazioni che servono anche all’India, e che sono certamente un messaggio di forza davanti ai rivali dell’America. Allo stesso tempo, però, l’azione dei B-2 da Diego Garcia serve anche come disinnesco di una serie di insinuazioni problematiche: l’arrivo dei bombardieri sembrava essere una minaccia diretta all’Iran – che Trump aveva più volte denunciato come responsabile della situazione. L’impiego di un bombardiere di quel livello tecnologico potrebbe non essere necessario nel dossier yemenita. Coinvolgerli però serve in qualche modo a rassicurare Teheran che non saranno usato contro gli impianti atomici iraniani. Almeno non per ora (usarli serve anche a dire infatti che potrebbero essere lanciati sulla Repubblica islamica in futuro). Con l’Iran, non è escluso che il presidente statunitense cerchi forme di dialogo per un accordo sul nucleare – che piacerebbe a Israele e Arabia Saudita, due grandi alleati americani che sono anche tra le ragioni per cui la Casa Bianca ha accettato un maggiore coinvolgimento contro gli Houthi.

(Foto: Northrop Grunman)


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