La cultura è tantissime cose, ma tra le tantissime altre sfumature, senza dubbio c’è anche questo: la capacità di competere sui mercati internazionali agendo su dimensioni che, entro certi limiti, possono anche superare la “forza del prezzo”. La riflessione di Stefano Monti
Da circa un decennio, ormai, si è soliti affrontare riflessioni che indagano il ruolo economico della cultura, e dell’importanza che la cultura ha per la comunità, sia nella dimensione sociale, sia con riferimento ai potenziali impatti economici che tale settore può avere nella vita delle persone.
Nella sostanza, si tratta di una questione estremamente articolata, anche perché, volendola semplificare, non è mica così semplice identificarne il perimetro di indagine: di per sé, la cultura ha innumerevoli sfumature, che vanno poi ad essere analizzate, caso per caso, su quello che si intende “effetto economico”.
In primo luogo va prima chiarito quale sia il perimetro della cultura, e già qui si aprono abissi definitori che nessun umano potrà mai immaginare. Dove inizia e finisce la produzione culturale? Un’opera d’arte è sicuramente cultura. Così come un libro è sicuramente cultura. Fin qui tutto semplice. Ma un contenuto sponsorizzato su TikTok è cultura? Non è affatto una questione “concettuale”: si tratta di capire “quali codici Ateco”, vale a dire i codici attraverso i quali vengono raggruppate le differenti attività che le imprese conducono a livello internazionale, far rientrare tra i produttori di cultura o meno. Ma c’è ancora di più: se è semplice affermare che la produzione cinematografica è senza dubbio una produzione culturale, non è altrettanto semplice affermare che la produzione di film per adulti lo sia. E di nuovo non è concettuale, perché tanto la produzione di film d’autore quanto quella di film per adulti sono realizzate da imprese che operano all’interno del medesimo codice Ateco: Attività di distribuzione cinematografica, di video e di programmi televisivi.
Ipotizziamo che chi debba valutare l’impatto economico della cultura operi una scelta ponderata, e che si sviluppi quindi un perimetro essenziale di imprese. Che cosa si intende per impatto economico? È il livello di commercio che viene sviluppato? Le ricadute che tale commercio può generare all’interno del territorio di riferimento? L’impatto economico del Colosseo per il nostro Paese è dato dai biglietti venduti e dalla spesa in ristoranti e alberghi? L’impatto di una galleria d’arte in un territorio che prima non c’era è dato dall’incremento del commercio d’arte? E quello di un Museo è dato dall’incremento del valore degli immobili che lo circondano?
Lo sviluppo di altre industrie culturali a seguito dell’apertura della prima sede della galleria è da far rientrare all’interno degli impatti economici indirettamente collegati alla galleria stessa? Se dopo aver visitato quella galleria un ragazzo di 15 anni decide di intraprendere la carriera d’artista, si trasferisce a New York dove diventa un artista affermato, il suo fatturato annuo è in qualche modo da associare agli impatti economici che quella galleria ha generato? E se con i soldi guadagnati l’artista decide di aprire una fondazione nel suo Comune di origine, e quella fondazione sviluppa altri artisti, tutti con successo internazionale, quella galleria d’arte iniziale si può considerare come “compartecipe” di tutti questi successi monetari?
Ecco. Questo è il livello di complessità che si riscontra ogni volta che si parla di economia e di cultura.
Non sempre, però, la questione deve necessariamente essere così complicata. Alle volte la riflessione, pur se non scientificamente dimostrabile, è però molto più comprensibile. Soprattutto se ci si ricorda, cosa che avviene molto raramente all’interno dei confronti accademici, che l’economia non è affatto una scienza esatta, ma una scienza sociale, e per questo suscettibile a leggi un poco differenti.
Come risponderanno i consumi americani a seguito dei dazi su alcuni dei nostri prodotti rappresenta probabilmente uno degli esempi che con maggior efficacia può mostrare quanto la cultura italiana, e il ruolo che tale cultura ha nel posizionamento internazionale del nostro Paese.
Secondo molti economisti, infatti, l’effetto che i dazi hanno sul mercato estero sono molto variabili a seconda della tipologia di prodotti che vengono scambiati. È naturale che, in casi di prodotti equipollenti, da rintracciare sul mercato estero quanto su quello domestico, l’effetto dei dazi tenda ad essere più visibile: se la componente principale di differenza tra diversi prodotti equivalenti o molto simili è il prezzo, allora l’aumento del costo di importazione di un prodotto dall’estero tenderà a far privilegiare il prodotto domestico. Ciò perché spesso l’effetto dei dazi si sviluppa soprattutto per il consumatore: l’importatore, a fronte dell’incremento del prezzo del prodotto importato, tenderà ad incrementare il prezzo al pubblico dello stesso differenziale. Ciò significa che ai consumatori verrà chiesto di scegliere tra due prodotti equivalenti, in cui il prezzo del prodotto estero, per effetto dei dazi, sarà più alto di quello domestico, e questo spingerà la domanda verso il prodotto domestico.
Si tratta, ovviamente, di una semplificazione, e sono molto numerose le variabili da tenere in considerazione: potrebbe capitare che il produttore estero possa decidere di assorbire una parte del valore del dazio (e quindi abbassare il prezzo all’importatore), di modo che l’effetto dei dazi venga dimezzato sul consumatore finale; o può capitare che l’importatore, per mantenere una relazione commerciale privilegiata, decida di annullare il proprio guadagno su un prodotto, riducendo le proprie marginalità ma non il proprio fatturato.
A tali eccezioni, che nascono da strategie imprenditoriali, vanno aggiunte altre tipologie di eccezioni, tra le quali rivestono particolare rilevanza quelle eccezioni che si basano su fattori differenti dal prezzo.
La dinamica dei dazi, ad esempio, agisce esclusivamente sulla dinamica del fattore prezzo, ma non è il prezzo l’unico elemento che si tiene in considerazione al momento dell’acquisto: probabilmente ciascuno di noi decide, nella propria vita quotidiana, di acquistare un prodotto che costa di più rispetto ad un altro, anche se, nella loro funzionalità potrebbero essere equivalenti.
Un caso che tocca l’Italia particolarmente da vicino è, ad esempio, la produzione casearia e la produzione vinicola: negli Stati Uniti sono presenti numerosi prodotti che “sostituiscono” i nostri formaggi da grattugiare. Ciononostante, coloro che amano i formaggi prodotti nel nostro Paese sono disposti a spendere di più per poter acquistare quel prodotto. Così come sono molteplici i prodotti “no-brand” che equivalgono i tantissimi prodotti “brandizzati” disponibili sul mercato: eppure molti di noi scelgono di acquistare i prodotti di un determinato “brand” per un valore immateriale quale la fiducia, o il riconoscimento di status, o ancora mille altre possibili motivazioni.
Chi negli Usa vorrà organizzare una cena italiana, probabilmente continuerà a comprare il vino italiano a prescindere dal rincaro del prezzo. Così come avverrà con chi vuole organizzare una cena francese.
Ciò detto, è chiaro che anche per i prodotti italiani ci saranno delle ripercussioni dei dazi, così come è chiaro che anche questa, al pari della precedente, è una semplificazione, ma è una semplificazione che punta a sottolineare uno specifico e puntuale effetto che la cultura può avere su una specifica e puntuale dimensione economica.
In questo senso, è chiaro che i nostri vini hanno una grande valenza intrinseca, ma è anche lo stile di vita italiano che ha contribuito a determinarne la desiderabilità sociale a livello internazionale. Così come lo stile di vita italiano ha avuto degli impatti positivi sulla nostra moda, sul nostro design.
Così come è chiaro che anche noi italiani abbiamo nel tempo subito il fascino di mode e di influenze culturali provenienti dall’estero, come accade anche oggi: il numero di italiani che si spostano verso il Giappone è aumentato considerevolmente negli ultimi anni, e questo per un insieme piuttosto armonico di fattori, tra i quali rientrano l’estensione della presenza gastronomica giapponese nelle nostre città, l’influenza che anime e manga oggi rivestono all’interno delle scelte editoriali di molte fasce di popolazione.
Il tutto, nei riguardi di un Paese che, fino a 20 o 30 anni fa, era percepito dagli italiani prevalentemente attraverso l’immagine stereotipata dei turisti giapponesi che venivano in Italia, spesso presi in giro per il loro entusiasmo e per l’attitudine ad immortalare con le loro macchinette fotografiche anche le cose più banali del nostro Paese.
Certo, la cultura è anche tantissime altre cose, ma tra le tantissime altre sfumature, senza dubbio c’è anche questo: la capacità di competere sui mercati internazionali agendo su dimensioni che, entro certi limiti, possono anche superare la “forza del prezzo”. Si tratta, probabilmente, di uno degli effetti più “piccoli” che la cultura può generare. Eppure, in un periodo in cui il timore dei dazi ha un peso importante nella vita di gran parte delle nostre imprese, rappresenta un effetto tutt’altro che “intangibile”.