Serve un coordinamento tra i Paesi colpiti dai dazi per rispondere con un fronte unito e inviare un messaggio chiaro agli Stati Uniti: poniamo fine a questa follia dei dazi o rischiate di rimanere isolati. Allo stesso tempo, dobbiamo diversificare i nostri mercati stringendo rapporti commerciali più forti e favorevoli alle nostre imprese e ai nostri consumatori, con aree del mondo in espansione: dal Mercosur (ovviamente correggendo le reali preoccupazioni esistenti) al Messico, fino all’India. E il governo sostenga l’Ue. Colloquio con l’eurodeputato dem, Stefano Bonaccini
“Misure ingiustificate e sproporzionate, che rischiano di portare a un’escalation tariffaria con effetti negativi non solo per quanto riguarda l’export italiano ed europeo, ma anche sulla crescita economica globale e ovviamente quella degli Stati Uniti”. Stefano Bonaccini, con il proverbiale piglio pragmatico che lo caratterizza, non fa sconti e analizza i dazi imposti dall’amministrazione statunitense dalla nuova prospettiva del Parlamento europeo. Pur tratteggiando il perimetro dei rischi che corrono Ue, Italia e più in generale il blocco Occidentale, l’ex presidente della Regione Emilia-Romagna non manca di sottolineare come tra i territori italiani più a rischio a seguito delle imposizioni fiscali volute da Donald Trump, ci sia proprio la sua terra. La panoramica che offre sulle colonne di Formiche.net, passa anche da una tirata d’orecchie all’esecutivo nazionale: “La smettano di giocare il ruolo non richiesto di arbitro in questa disputa, e inizino a supportare concretamente gli sforzi dell’Unione europea a sostegno di chi sta pagando ingiustamente e a caro prezzo le scelte di Trump”.
Alla fine, dagli Usa arrivano i dazi al 20% sui prodotti Ue e 25% per l’ automotive. Quali contraccolpi prevede?
Il presidente degli Stati Uniti ha deciso di imporre il 20% dei dazi al suo principale partner, l’Unione europea perché, a suo dire, li “deruberemmo”, dimenticando i milioni di posti di lavoro creati su entrambe le sponde dell’Atlantico e i vantaggi per consumatori e imprese grazie a decenni di collaborazione. Si tratta di misure ingiustificate e sproporzionate, che rischiano di portare a un’escalation tariffaria con effetti negativi non solo per quanto riguarda l’export italiano ed europeo, ma anche sulla crescita economica globale e ovviamente quella degli Stati Uniti. E gli effetti si vedranno da subito, con i consumatori statunitensi costretti a sopportare il peso di un’inflazione già in crescita, intere filiere produttive che vedranno crollare la propria efficienza, e grande incertezza per gli investitori, come testimoniato dal crollo di tutte le borse oggi.
Quale deve essere secondo lei la risposta dell’Ue?
Davanti a un governo inerme, che confidando sull’amicizia della premier con Trump e Musk, ha sottovalutato per settimane il “Liberation Day” senza ascoltare chi tutti i giorni produce, dobbiamo fare sentire la nostra voce come Unione europea. Come ha affermato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da parte dell’Europa servirà “una risposta compatta, serena e determinata”. Penso a contromisure proporzionate, con l’obiettivo di aprire al più presto un tavolo negoziale con gli Stati Uniti, salvare milioni di posti di lavoro e di imprese, ed evitare una escalation di dazi e contro-dazi da cui usciremmo tutti sconfitti. Una cosa deve essere chiara: l’Unione europea è aperta a trattare, ma non siamo disposti a cambiare le nostre leggi in materia di sicurezza alimentare o di tutela dei consumatori online, anche se questo dispiacerà ad alcuni miliardari statunitensi.
Come si sta muovendo in questo senso la maggioranza a Bruxelles?
La nuova amministrazione statunitense rappresenta la quintessenza di una politica autarchica, protezionista, sovranista e populista. Nonostante la delusione che da ciò deriva, serve uno sforzo da parte di tutte le forze politiche che hanno a cuore il futuro del nostro continente per contrastare una visione, quella trumpiana, che disprezza la società aperta e si rifiuta di governare la globalizzazione, e per creare le condizioni per portare gli Stati Uniti al tavolo delle trattative. La porta dell’Unione europea in ogni caso rimarrà sempre aperta per trovare una soluzione, se possibile.
Il presidente de Pascale sostiene che l’Emilia-Romagna sia la regione più esposta. Quali saranno le filiere produttive che rischiano contraccolpi maggiori?
Come ha giustamente sottolineato il presidente de Pascale, l’economia dell’Emilia-Romagna è legata a doppio filo agli Stati Uniti, con un livello di export pro-capite che è il più alto d’Italia, e un’incidenza degli Stati Uniti per quasi il 13%. Che sono il secondo Paese dove collochiamo il nostro export, il primo se stiamo al comparto agroalimentare. Solo nel periodo gennaio-settembre 2024 abbiamo infatti esportato verso gli Usa 8 miliardi di euro di prodotti, grazie all’impegno di filiere produttive (dall’ agroalimentare con prodotti unici come il Parmigiano Reggiano alla farmaceutica, dalla meccanica all’automotive della Motor Valley) che non hanno rivali a livello globale.
A questo punto, secondo lei, come si ridisegnano i rapporti tra Bruxelles e Washington?
L’Unione europea rimane una convinta sostenitrice del libero commercio. Per questo serve un coordinamento tra i Paesi colpiti da queste misure – escludendo magari le isole McDonald nell’Antartico, abitate solo da pinguini ma comunque incluse nella lista di Trump con dazi al 10%… – per rispondere con un fronte unito e inviare un messaggio chiaro agli Stati Uniti: poniamo fine a questa follia dei dazi o rischiate di rimanere isolati. Allo stesso tempo, dobbiamo diversificare i nostri mercati stringendo rapporti commerciali più forti e favorevoli alle nostre imprese e ai nostri consumatori, con aree del mondo in espansione: dal Mercosur (ovviamente correggendo le reali preoccupazioni esistenti) al Messico, fino all’India.
Il ruolo dell’Italia quale deve essere in questa prospettiva?
Ricordo che Salvini e Vannacci hanno detto che i dazi sono una opportunità e che Meloni confidava nell’amicizia con il tycoon e con Musk per ottenere trattamenti di favore, mai arrivati. Di fronte alla realtà dei fatti, la smettano di giocare il ruolo non richiesto di arbitro in questa disputa, e inizino a supportare concretamente gli sforzi dell’Unione europea a sostegno di chi sta pagando ingiustamente e a caro prezzo le scelte di Trump.
Questa scelta economica del presidente Trump rischia di compromettere la solidità dell’alleanza atlantica?
È la prima volta dal dopoguerra in cui un presidente americano lavora per indebolire l’Alleanza atlantica, piuttosto che rafforzarla, indicando addirittura negli europei dei “parassiti”. Sono certo che due presidenti repubblicani quali Reagan e Bush si stiano rivoltando nella tomba. L’Unione europea deve cogliere questa occasione per fare un salto di qualità e passare dall’essere un gigante solo economico, a diventarlo anche sotto il punto di vista politico, con una vera politica comune di difesa e sicurezza. Questo non vuol dire una corsa al riarmo di ciascun paese europeo, alla quale continueremo ad opporci, ma la costruzione di una strategia comune di difesa che operi nella pur lunga e complessa direzione della difesa comune al servizio di una politica di pace, che rimetta al centro il multilateralismo e il diritto internazionale.