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The tariff bombshell, implicazioni geoeconomiche dei dazi di Trump

Il presidente degli Stati Uniti ha lanciato una nuova ondata di dazi, descritta dagli esperti dell’Ecfr come una “rivoluzione tariffaria” con effetti potenzialmente devastanti sull’economia globale. Colpiti Usa, Europa e Paesi in via di sviluppo, con settori strategici come l’agroalimentare e l’aerospazio sotto pressione

“Penso che la scelta degli Stati Uniti sia una scelta sbagliata”, dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, commentando in un’intervista al TG1 l’ondata di dazi generalizzati annunciata da Donald Trump. Una mossa che rischia di innescare uno shock economico globale, con effetti devastanti non solo per l’economia statunitense, ma anche per l’Europa e molti Paesi in via di sviluppo. Come sostengono due esperti dell’European Council on Foreign Relations, Agathe Demarais e Tobias Gehrke, entrambi senior policy fellow esperti di geoeconomia, la nuova politica commerciale americana sembra una “rivoluzione tariffaria” con profonde implicazioni geoeconomiche.

Un colpo all’economia americana

Secondo Demarais, “al momento è difficile dire quale sarà l’impatto dei dazi Usa, anche perché le dichiarazioni di Trump sembrano cambiare a seconda dell’umore, senza una logica apparente”. Tuttavia, aggiunge, “una cosa è chiara: questi dazi penalizzeranno severamente l’economia americana”. L’esperta ricorda che i dati sulle guerre commerciali del primo mandato di Trump dimostrano che i dazi funzionano come una tassa per le aziende importatrici, le quali trasferiscono poi l’aumento dei costi sui consumatori. “Questo alimenta l’inflazione e frena la crescita”.

La banca americana Goldman Sachs ora stima che ci sia un rischio del 35% che gli Stati Uniti entrino in recessione nei prossimi 12 mesi. Queste previsioni sono state fatte prima dell’ultima “bomba tariffaria, quindi il rischio potrebbe essere ancora più alto ora”. Demarais sottolinea che i consumatori statunitensi saranno i più colpiti: stando alle stime, da rivedere al rialzo probabilmente, “per una famiglia media americana, i costi indotti dai dazi potrebbero arrivare a circa 1.200 dollari all’anno”.

L’Europa sotto pressione

Anche l’Europa rischia forti contraccolpi, ma in misura diversa a seconda dei Paesi. Demarais osserva che “Germania, Belgio, Francia e Paesi Bassi dipendono in modo significativo dal mercato americano sia per l’export che per l’import, e potrebbero essere i più colpiti da una guerra commerciale transatlantica”. Le eventuali ritorsioni dell’Ue aggraverebbero ulteriormente il danno economico. I settori europei più vulnerabili? “Agroalimentare, farmaceutico e aeronautico: tutti fortemente dipendenti dal mercato USA”.

Ancora più diretto e allarmato è Gehrke, che definisce la mossa americana non solo un aumento dei dazi, ma come accennato una “rivoluzione tariffaria”. “Trump sta riportando gli Stati Uniti a livelli di protezionismo che non si vedevano dagli anni ’30. Pochi si aspettavano numeri così alti”, commenta.

Ma l’impatto non si ferma all’Occidente. “Ci si aspettava che l’Europa venisse colpita, ma il vero shock è il martello che si abbatte sui Paesi in via di sviluppo”, avverte Gehrke. Bangladesh, Haiti, Madagascar e perfino il Myanmar, colpito da un terremoto, si vedono imporre dazi superiori al 40%. “Insieme ai recenti tagli all’UsAid (l’agenzia per l’aiuto allo sviluppo del dipartimento di Stato statunitense, ndr), questo manda un messaggio inquietante sulle priorità della politica estera americana”.

Strumento geoeconomico di potere

Quello che pare chiaro, è che la priorità che l’amministrazione dà al contenimento della Cina è per ora alta. “La Cina in effetti resta il principale bersaglio: i dazi medi superano ora il 60%, con alcuni prodotti colpiti fino all’80%”. Secondo Gehrke, i nuovi dazi non sono solo una misura economica, ma uno “strumento di potere geoeconomico”. Il nuovo ordine firmato da Trump consente al presidente di alzare i dazi contro chi applica misure di ritorsione e di abbassarli per chi si allinea agli obiettivi economici e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

“I falchi americani — spiega — potrebbero cercare di mettere pressione sui Paesi emergenti: o siete con noi contro la Cina, o perdete l’accesso al mercato americano”. Ma, avverte, “questo tipo di coercizione potrebbe ritorcersi contro, specialmente in Asia”.

Anche sulla base di tale ragionamento, Gehrke avverte che — nonostante l’Unione Europea sia colpita da dazi per circa 100 miliardi di euro e potrebbe reagire con misure simili — serve  cautela: “L’Ue non dovrebbe affrettarsi a muoversi da sola. Con così tanti Paesi colpiti, dovrebbe guidare la costruzione di coalizioni di ritorsione per amplificare l’impatto sugli Stati Uniti e ridurre quello interno”.


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