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L’attacco a Kyiv è al cuore d’Europa, ma la solidarietà non basta più. Parla Sensi

Questo bombardamento, che ha preso di mira anche sedi diplomatiche, è un messaggio diretto all’Europa e ai Paesi che sostengono Kyiv. L’Italia deve comportarsi da Paese leader, non da spettatore. Abbiamo fatto bene a essere a Washington con i partner europei e americani, ma ora bisogna alzare il livello: richiamare l’ambasciatore russo, parlare con gli altri capi di governo, accelerare le iniziative. È questo che mostra la leadership, non le dichiarazioni di circostanza. Colloquio con il senatore del Pd, Filippo Sensi

Non è un attacco a Kyiv. È una coltellata al cuore dell’Europa. Il bombardamento della capitale ucraina – con la sede diplomatica europea e il British Council colpiti – non è solo un atto di guerra: è un messaggio inequivocabile ai volenterosi d’Occidente. Dietro l’orrore si cela una sfida: l’Europa sa essere – o vuole restare – un avamposto, o si limiterà alla solidarietà senza poi agire? La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen ha immediatamente sentito il presidente ucraino Zelensky e ha avuto un colloquio anche con l’inquilino della Casa Bianca. La premier Giorgia Meloni esprime solidarietà. Ma, nella sua intervista a Formiche.net, Filippo Sensi (Pd) entra nel cuore del dibattito politico con un monito chiaro: “Non basta la solidarietà”.

Senatore Sensi, che lettura dà di questo bombardamento massiccio su Kyiv che ha colpito non solo civili ma anche simboli europei, come la sede diplomatica e il British Council?

La Russia continua a colpire l’Ucraina ogni giorno. Questo bombardamento, che ha preso di mira anche sedi diplomatiche, è un messaggio diretto all’Europa e ai Paesi che sostengono Kyiv. Dentro la tragedia c’è un segnale preciso ai cosiddetti volenterosi: un atto che punta a dividere, a intimidire.

Eppure lei dice che l’Europa “ha saputo trovare una sua unità”. Qual è la percezione a Kyiv?

Gli ucraini, di fronte a quest’ennesima strage, ci chiedono di insistere per un cessate il fuoco. La realtà, però, è che la Russia a parole si dice disponibile, ma poi non ci sta davvero. La priorità diplomatica europea deve restare questa, lavorare per il cessate il fuoco, senza illusioni sul peso della parola di Putin, che oggi vale zero.

Lei insiste sul tema della difesa aerea. È davvero l’urgenza numero uno?

Sì. Gli ucraini da più di dieci anni vivono con città completamente esposte, senza una copertura aerea sufficiente. Ci chiedono di chiudere il cielo, di proteggerli dai bombardamenti. Non è una richiesta astratta: è la differenza tra la vita e la morte per milioni di civili.

Dentro l’Unione però ci sono “crepe notevoli”, penso a Ungheria e Slovacchia. Quanto pesano queste divisioni?

Pesano molto. La solidarietà europea non basta più, perché quando una parte del continente fa da zavorra il rischio è di paralizzare l’azione comune. Ma non possiamo permettercelo: l’Europa è il primo fronte dopo quello ucraino. Se Kyiv cade, la linea del fuoco arriva direttamente da noi.

Cosa significa, allora, passare dalla solidarietà ai fatti?

Può voler dire tante cose. Ad esempio vuol dire colpire dal punto di vista diplomatico e civile, rafforzare le sanzioni, sostenere militarmente l’Ucraina. Vuol dire non accontentarsi delle parole ma assumere il peso delle decisioni, perché ciò che sta accadendo sta accadendo a noi, in Europa.

Lei invita a non limitarsi a commentare su Twitter. Che ruolo dovrebbe giocare l’Italia oggi?

L’Italia deve comportarsi da Paese leader, non da spettatore. Abbiamo fatto bene a essere a Washington con i partner europei e americani, ma ora bisogna alzare il livello: richiamare l’ambasciatore russo, parlare con gli altri leader, accelerare le iniziative. È questo che mostra la leadership, non le dichiarazioni di circostanza.

Gli Stati Uniti restano un attore imprescindibile. Come possiamo “tenerli ingaggiati”, come dice lei?

Con atti concreti. Non basta sperare che restino sulla scena. Bisogna dare segnali chiari, essere pronti a mettere in campo ulteriori armamenti per l’Ucraina, costruire un asse con i volenterosi, fare telefonate, condividere piani. Mostrare che non siamo gregari, ma attori protagonisti.

C’è il rischio che la politica italiana si divida su questo tema, come spesso accade?

Non mi interessa fare polemica con la maggioranza. Sull’Ucraina i governi che si sono succeduti hanno avuto una linea molto chiara e questo dovrebbe darci forza. Il problema è che questa forza non la vedo esercitata fino in fondo. E rischiamo, non agendo anche solo sul piano diplomatico, di perdere un’occasione di leadership.

In sintesi, qual è oggi la pista da seguire?

Una sola: sostenere militarmente l’Ucraina e rafforzare la difesa europea. La guerra è già in territorio europeo, e l’Italia deve farsi trovare in prima fila, non in retrovia.


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