Solo poche settimane fa il primo e strombazzato progetto pilota con Sberbank, per l’emissione di bond ancorati al valore dei criptoasset, anche per movimentare capitale sfuggendo alle sanzioni. Ora però qualcuno deve aver cambiato idea e dalla Bank of Russia è arrivato il niet
Fermi tutti. Falsa partenza della Russia sulle criptovalute, con la ragionevole prospettiva che si sia trattato di un bluff o poco di più. E pensare che, come raccontato da questa testata, solo pochi mesi fa sembrava che Mosca fosse intenzionata a rivedere le proprie posizioni, da sempre contrarie a ogni forma di moneta virtuale, aprendo la strada alla commercializzazione di cripto-asset.
Addirittura, il progetto pilota prevedeva il coinvolgimento niente meno che di Sberbank, la prima banca russa. Doveva essere proprio lei ad aprire le transazioni in criptomonete, anche e non solo per aggirare le sanzioni mosse contro la Russia, nel tentativo di pagare fornitori e muovere capitale senza dare troppo nell’occhio.
Invece no, qualcuno ha cambiato idea. La Banca centrale russa ha infatti deciso di introdurre normative più severe per gli istituti finanziari che operano con asset digitali. Le nuove norme, nella filosofia della vigilanza, mirano a ridurre i rischi associati alle transazioni in criptovalute per le banche. Si prevede che tali normative entreranno in vigore nel 2026, imponendo requisiti patrimoniali più severi per le banche impegnate in operazioni legate alle criptovalute. Gli istituti finanziari dovranno inoltre affrontare limitazioni sui prestiti erogati alle società operanti nel settore delle monete virtuali.
Una giravolta in piena regola. All’inizio di quest’anno, l’autorità di regolamentazione aveva infatti consentito un utilizzo limitato delle criptovalute nel commercio estero a causa delle sanzioni occidentali. E questo su esplicito pressing del governo russo. Di recente, la stessa Duma di Stato, aveva infatti esortato la Banca centrale della Federazione Russa a facilitare la creazione di una rete di exchange di criptovalute legali. Addirittura, era stata messa in cantiere un’emissione obbligazionaria in criptovalute.
Ovvero bond ancorati al prezzo delle criptovalute. Questo per permettere alla stessa Sberbank guadagni basati su due fattori principali. In primo luogo, i risparmiatori avrebbero potuto beneficiare della futura performance di Bitcoin in dollari statunitensi. In secondo, e qui c’era tutta la valenza geoeconomica dell’operazione, Mosca mirava mitigare l’impatto delle sanzioni occidentali, facilitando il commercio estero e riducendo la dipendenza dal dollaro americano. Tutto, però, dimenticato in fretta.