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Tra Tokyo e Tianjin, la diplomazia tattica di Modi

In un momento di tensione con gli Stati Uniti, il premier indiano cerca intese tecnologiche con il Giappone e un fragile equilibrio con la Cina. Sullo sfondo, lo stallo nella SCO, le incognite con Mosca e l’ambizione di un’India marittima

Narendra Modi si prepara a giornate di intensa diplomazia. Arrivato da poche ore a Tokyo, ha in programma la partecipazione al 15° vertice annuale India-Giappone insieme al primo ministro Shigeru Ishiba – obiettivo: rafforzare la Special Strategic and Global Partnership tra i due Paesi e rilanciare i legami economici e culturali. Sul tavolo, spiegano fonti indiane qualificate: il rafforzamento della cooperazione in settori strategici come batterie, robotica, semiconduttori, cantieristica navale ed energia nucleare, ripercorrendo il successo già ottenuto nel comparto automobilistico; la sinergia tra tecnologia e capitale umano per alimentare la rivoluzione tecnologica del XXI secolo; lo sviluppo delle energie rinnovabili come pilastro di un futuro sostenibile; infrastrutture di nuova generazione, dove l’eccellenza giapponese e la scala indiana possono generare risultati straordinari; e infine, la formazione professionale e i legami tra le persone.

Successivamente, il primo ministro di quella che a breve sarà la terza economia più importante del mondo, si recherà in Cina, a Tianjin, per il vertice della Shanghai Cooperation Organization (Sco), forum in cui l’India ha sempre svolto un ruolo attivo e costruttivo. Qui Modi incontrerà, oltre al presidente Xi Jinping, anche Vladimir Putin e altri leader, con l’obiettivo di rafforzare il dialogo su sfide comuni che coinvolgono i Paesi membri.

La tempistica accentua la portata politica della missione: le tensioni emerse con gli Stati Uniti, soprattutto sul piano commerciale, rendono gli appuntamenti di Tokyo e Tianjin un banco di prova osservato a livello globale. Da notare, che il doppio viaggio è accompagnato da un’indiscrezione delle Reuters: le importazioni di petrolio russo da parte dell’India sono destinate ad aumentare a settembre, sfidando apertamente gli Stati Uniti, cioè Nuova Delhi non rallenta su quella che per Washington è la questione più simbolica che Washington ha tirato in ballo innescando i dazi al 50% contro il mercato indiano, ossia il finanziamento alla guerra russa in Ucraina attraverso l’acquisto di petrolio.

Eppure, la narrazione che lega direttamente le difficoltà con Washington agli esiti della Sco rischia di essere fuorviante. I problemi dell’India con la Cina restano profondi, il rapporto con Mosca ha limiti strutturali, e l’appartenenza indiana all’Organizzazione è segnata da ambiguità e diffidenze. I numeri spiegano molto: nel 2024 India ha esportato beni per 88 miliardi di dollari verso gli Stati Uniti, con un surplus di circa 45 miliardi; al contrario, gli scambi con Russia e Cina hanno generato importazioni ben superiori alle esportazioni (rispettivamente 60 e 100 miliardi di surplus a favore di Mosca e Pechino). È il segno di una dipendenza strutturale che riduce i margini di manovra di Nuova Delhi.

La vulnerabilità industriale ne è un altro indicatore. Il divieto cinese all’export di magneti per il settore automobilistico indiano, la sospensione nella vendita di macchinari per i tunnel himalayani e il ritiro di ingegneri cinesi dalla produzione di iPhone in India hanno mostrato in modo netto i rischi accumulati da tre decenni di politiche industriali incomplete. Poi c’è il tema del farmaceutico: l’India intende essere la “farmacia del mondo”, spiegano fonti qualificate, “ovviamente con interessi a essere un punto di riferimento del Global South”, ma la dipendenza dai precursori cinesi è pressoché totale – una condizione che limita fortemente l’autonomia industriale indiana.

Né “Make in India” né il nuovo appello al “buy swadeshi” offrono, nel breve periodo, un’alternativa solida alla dipendenza da Pechino. In parallelo, anche il legame energetico con Mosca si sta trasformando da opportunità a vulnerabilità: se l’amministrazione Biden vedeva negli acquisti di petrolio russo un fattore di stabilizzazione, quella Donald Trump li utilizza come leva per forzare l’India a un progressivo disimpegno da Mosca. Durante la stesura di questo articolo, la rupia indiana ha toccato il minimo storico di 87,97 rispetto al dollaro statunitense – effetto che non può essere disconnesso dalla decisione american di raddoppiare i dazi sui prodotti indiani.

Non è un caso che solo a giugno il governo Modi abbia cominciato a muoversi con maggiore decisione sul fronte della normalizzazione con Pechino. La scelta è arrivata mentre i colloqui commerciali con Washington diventavano sempre più tesi e a Nuova Delhi cresceva l’irritazione per le dichiarazioni di Trump, che aveva rivendicato di aver mediato un cessate il fuoco tra India e Pakistan dopo quattro giorni di scontri armati a maggio. Da allora i segnali di distensione si sono moltiplicati: i voli diretti tra i due Paesi riprenderanno già dal prossimo mese, Pechino ha allentato le restrizioni sull’export di urea, e il governo indiano ha riaperto ai visti turistici per i cittadini cinesi dopo anni di limiti.

Anche i grandi conglomerati si stanno muovendo: l’Adani Group valuta un’intesa con il colosso cinese dei veicoli elettrici BYD per produrre batterie in India e rafforzare la sua spinta sulle energie pulite, mentre Reliance Industries e JSW Group hanno avviato contatti riservati con aziende cinesi. A Nuova Delhi, intanto, cresce la consapevolezza che senza investimenti cinesi nel manifatturiero sarà difficile raggiungere l’obiettivo, ancora embrionale, di portare il settore al 25% del Pil.

Con ironia, Ashley Tellis, senior fellow al Carnegie Endowment for International Peace ed ex diplomatico statunitense a Nuova Delhi, ha commentato a Bloomberg: “Trump è davvero il grande pacificatore — merita tutto il merito per aver stimolato il riavvicinamento tra Delhi e Pechino. Ci è riuscito trattando l’India come un nemico”. Ma non c’è niente per Trump che un faccia a faccia non possa risolvere: e Modi potrebbe ancora valutare un riavvicinamento tattico all’ex presidente.

Il contesto della SCO complica ulteriormente il quadro. Per Nuova Delhi, il forum resta segnato dalle ambivalenze, come detto. La protezione cinese a Islamabad impedisce prese di posizione nette sul terrorismo, mentre il rifiuto indiano della Belt and Road Initiative mantiene un solco politico con Pechino. Non mancheranno, a Tianjin, le occasioni di propaganda per il premier Shehbaz Sharif, forte del sostegno turco e azero, e della nuova dinamica diplomatica favorita dai rapporti con Pechino e Washington. Sullo sfondo, la Cina continua a occupare spazi nel Subcontinente che un tempo erano legati all’Associazione dell’Asia Meridionale per la Cooperazione Regionale (Saarc, attiva dal 1985 ma attualmente in fase di stallo), promuovendo formati trilaterali e multilaterali che la rafforzano come potenza esterna determinante.

In questo quadro, la tappa giapponese rappresenta forse il terreno più fertile. Con Tokyo l’India punta a consolidare cooperazione tecnologica, difensiva e commerciale, fondata sulla visione comune di “Indo-Pacifico”, lanciata dal “Discorso sui due mari” del compianto premier nipponico Shinzo Abe. C’è da capitalizzare sul clima di incertezza generato dalle politiche di Donald Trump, che hanno imposto tariffe e richieste onerose agli alleati nordorientali. Giappone, Corea del Sud e Taiwan, pur ancora dipendenti dall’ombrello americano, cercano nuove forme di autonomia e diversificazione. Qui l’India ha spazio per affermarsi come partner credibile, connettendo il proprio ruolo indo-pacifico a quello del Giappone e della fascia marittima asiatica.

In definitiva, se da Tianjin arriveranno dichiarazioni altisonanti su un presunto “nuovo ordine regionale”, da Tokyo potrebbero giungere risultati concreti, specie nella dimensione tecnologica e marittima. È in questo equilibrio tra diplomazia continentale, gravata da dispute irrisolte, e aperture marittime, più promettenti e pragmatiche, che si gioca la traiettoria del premier indiano.


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