Le dimissioni del capo dell’ufficio presidenziale ucraino, travolto da un’inchiesta sull’energia, aprono una crisi politica profonda per Kyiv proprio mentre i negoziati sembrano essere in fase di movimento
Di fronte alle crescenti pressioni, Volodymyr Zelensky ha dovuto lasciar andare il suo braccio destro. Nella serata di venerdì il presidente ucraino ha infatti annunciato che Andriy Yermak, capo dell’ufficio presidenziale e stretto alleato di Zelensky, aveva rassegnato le sue dimissioni a causa dello scandalo sulla corruzione che lo aveva visto coinvolto. Soltanto poche ore prima dell’annuncio delle dimissioni, l’abitazione di Yermak era stata perquisita dalle autorità anticorruzione, un fatto che aveva messo alle strette il politico ucraino, probabilmente spingendo lui (e il resto della compagine governativa) a prendere una decisione definitiva. Nel rendere pubblico il passo indietro del suo collaboratore, Zelensky ha dichiarato di essere “grato ad Andriy per aver sempre presentato la posizione ucraina nei negoziati esattamente come doveva essere”, riferendosi al ruolo chiave avuto da Yermak nei colloqui di pace, aggiungendo poi che l’Ucraina ha ora bisogno di “unità”, e che “non ci dovrebbe essere alcun motivo per distrarsi da altro che dalla difesa dell’Ucraina”, promettendo di “riavviare” la sua presidenza.
Parole, queste ultime, che evidenziano il tentativo di cercare una vera e propria palingenesi politica. Lo scandalo sulla corruzione ha infatti indebolito nettamente la posizione del presidente ucraino in un momento particolarmente delicato, in cui i negoziati di pace sembrano andare avanti (anche se in modo molto più favorevole a Mosca che a Kyiv, anche in virtù dell’approccio seguito dall’amministrazione statunitense che sembra favorire il dialogo con il Cremlino). Entro la fine della settimana, il segretario dell’esercito Usa Dan Driscoll dovrebbe arrivare a Kyiv prima di recarsi a Mosca, e la leadership ucraina potrebbe non arrivare a questo incontro in una posizione di solidità.
Il passo indietro di Yermak, finalizzato a proteggere per quanto possibile il leader ucraino, potrebbe non rivelarsi però abbastanza, anzi. Mykyta Porturaev, deputato del partito di Zelensky che già in precedenza aveva chiesto le dimissioni di Yermak e la formazione di un governo trasversale, ha affermato che il blitz anticorruzione aggrava la crisi politica. Una voce critica dall’interno che non è affatto isolata. “Non credevo fosse possibile che se ne sarebbe mai andato”, ha affermato a Politico un ex alto funzionario ucraino che ha chiesto di rimanere anonimo per “non essere visto come qualcuno che ballava sulla tomba di Yermak”; inoltre, un recente sondaggio ha rivelato che il 70% dell’opinione pubblica voleva che si dimettesse. I critici di Yermak avevano anche sottolineato le mosse di Zelensky della scorsa estate per limitare l’indipendenza delle agenzie anticorruzione ucraine, una misura che inizialmente aveva esacerbato i timori che il governo stesse rafforzando il proprio controllo sulle istituzioni incaricate di controllare il potere presidenziale.
Nelle ultime settimane gli investigatori hanno collegato diverse figure di spicco a un presunto scandalo di appropriazione indebita da 100 milioni di dollari (75 milioni di sterline) nel settore energetico. Hanno affermato di aver scoperto un vasto sistema di tangenti e influenze su aziende statali, tra cui la società nucleare Energoatom. Il principale artefice dello schema illecito sembra essere stato Tymur Mindich, ex socio in affari di Zelensky, ora fuggito all’estero e destinato a essere processato in contumacia. Nello scandalo sono già stati coinvolti anche due ministri, che si sono dimessi dalle loro posizioni.















