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Biberon, carrozzine, povertà. Con “Giovani madri” il neorealismo viene dal Belgio

Con “Giovani madri” (Jeunes Mères, 2025) i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne ci portano nelle sacche povere dell’agiato Belgio, nel piccolo mondo delle ragazze-madri, tra dolore, perdono e resurrezione

Un centro, ossia una casa-famiglia per ragazze madri senza lavoro, minorenni con un neonato da crescere, ce lo aspetteremmo in un Paese relativamente povero o con aree depresse dell’Europa “unita”, come la Slovacchia, la Bulgaria, la Romania o l’Italia. Non nel mediamente ricco Belgio. Questo dato sociale che lo spettatore scopre in sala, assistendo a Giovani madri (Jeunes Méres, 2025) di Jean-Pierre e Luc Dardenne (dopo Rosetta e Il ragazzo con la bicicletta, tutti gli assetati di cinema d’autore attendono i loro film) è quasi sconvolgente. Ti dice che l’Europa è ancora disunita (non solo perché priva di un esercito di autodifesa) nel garantire il vivere quotidiano delle fasce più deboli: ossia i giovani senza lavoro e gli anziani con pensioni quasi ridicole.

Nel “centro per giovani madri” (cui la titolazione del luogo di assistenza statale aggiunge l’aggettivo “povere”) i fratelli Dardenne fiondano la loro cinepresa. Cinque ragazze Perla (Lucie Laurelle, doppiata da Sara Labidi), Jessica (Babette Verbeek, superlativa, doppiata da Vittoria Bartolomei), Julia (Elsa Houben, doppiata da Ludovica Bebi), Ariane (Janina Halloy Fokan, doppiata da Beatrice Maruffa) e Naïma (Samia Hilmi), tutte con un neonato da accudire o in arrivo, imparano ad essere madri, con l’aiuto delle assistenti sociali e delle psicologhe. Tutte, con genitori assenti, sono state lasciate dal loro ragazzo-padre, tranne una che riuscirà a costruire, superando delle prove, una famiglia.  Quella famiglia desiderata intensamente da Perla (ragazza di colore) insieme a Robin (bianco), che va ad attendere, con la carrozzina e il neonato, fuori della prigione (il fidanzato ha scontato una pena per spaccio): ma Robin è freddo con lei (“neanche una carezza” si lamenta Perla) e non guarda chi c’è dentro la carrozzina, considerandola un semplice oggetto insieme al suo contenuto.

Lucidamente drammatica la storia di Jessica (sedici anni), pancia di nove mesi, il cui Primo Piano nervosamente mobile, a una fermata di autobus, che si guarda intorno a scatti, angosciato, ci trafigge a pochi secondi dall’inizio del film. I saettanti “sospiri dei suoi occhi” (G. Ungaretti) cercano qualcuno: si tratta del primo appuntamento con una donna sconosciuta, sua madre, colei che la diede in adozione appena nata. Che non verrà. Quando poi, un giorno, riuscirà parlarle per la prima volta, dopo averla seguita in strada, lei (Morgane, è India Hair, dura come un goniometro) le dirà bruscamente: “Non fatti vedere più! Non mi rovinare la vita.  Ora va via!” Poco dopo una auto si accosta a Morgane, sentiamo solo il rumore e poi la voce di un uomo in over: “Che voleva quella?” /“Niente, una tossica”. Le parole arrivano alle orecchie di Jessica, presa di spalle, mentre sta scendendo la scalinata (simbolica via crucis), salita per in-seguire la madre.  I Dardenne non inquadrano il volto dell’adolescente, dobbiamo immaginarlo noi: una ellissi (viene da The Kid, 1921, di C. Chaplin) qui fortemente estremizzata, un colpo d’ascia da mozzare il respiro dello spettatore.

Per le cinque ragazze e i loro piccoli il destino (o la Provvidenza) offrirà (inattese) soluzioni diverse. Naïma, la ragazza musulmana, è la prima (e unica!) ad aver trovato comprensione presso la sua famiglia. Ariane, rifiuta l’ “aiuto” di una madre alcolizzata (vorrebbe crescere la piccola dopo aver abbandonato, anni fa, la figlia, in una sorta di compensazione affettiva), che non è in grado di separarsi da un uomo violento (Ariane: “Mi  picchiato” /la madre: “Ha picchiato anche me” /Ariane: “Ma a te piace farti picchiare!”), e deciderà di dare la bambina in affidamento a una educata giovane coppia.  Jessica (“Mamma abbracciami”) troverà infine l’accoglienza della madre, dentro un abbraccio che umetta perdono, dopo anni di vuoto. Per Perla, una stanza presso la sorella maggiore con cui il rapporto si è ricucito (ancora un abbraccio, forse irrigato di lacrime). Julia riesce a liberarsi dalla droga grazie all’amore del suo ragazzo, si sposeranno.

Probabilmente Cesare Zavattini, inventore della teoria del pedinamento dei personaggi (ossia, di persone appartenenti al mondo reale, alla Lamberto Maggiorani), avrebbe inscritto il cinema dei Dardenne nell’alveo del neorealismo permanente. Le attrici – segnatamente le cinque ragazze- sono delle impeccabili professionisti ma recitano superbamente come “attori presi dalla strada” (in questi anni, in Italia, Matteo Garrone è un maestro), insomma, come se continuassero la storica famiglia dei protagonisti non professionisti, iniziata da Menschen am Sonntag (Edgar G. Ulmer e Robert Siodmak, 1930), continuata con Ladri di biciclette e Umberto D (Vittorio De Sica) sino ad alcuni film di Kim ki Duk (v. Ferro 3).

La regia prosciuga la grammatica classica del récit visivo in direzione di un essenzialismo della ripresa. Per esempio, quando due personaggi stanno parlando o interagendo, i Dardenne aboliscono il campo/controcampo, specifico hollywoodiano anni Trenta, optando per un unico piano di ripresa (Primo Piano largo o Mezza Figura), con personaggi di profilo o di tre quarti (v.  il colloquio tra Perla e la educatrice, nel momento di crisi della ragazza, in M.F.). Il campo/controcampo avrebbe inserito un “in più” di finzione all’interno di uno stile caparbiamente documentaristico che, pur essendo al servizio di un film a soggetto, si appella ai codici del documento psico-sociale col fine d’offrire al terzo occhio del testimone/spettatore un fatto grezzo, poco filtrato.  E nei momenti drammaticamente intensi la camera non mostra né lacrime, né visi deformati: il volto degli attori, in movimento o fisso, deve comunicare non propagandare lo stato d’animo.

Ma i Dardenne sono noti anche per la loro estetica della stady-camera in libertà (pensate al film d’esordio, Rosetta), inanellata in piani-sequenza mobili, volutamente traballanti. Ancora, il co-autore (come avrebbe suggerito Jan Mukařovký) è lo spettatore: questi, gentilmente scaraventato in un improvviso evento, in strada, o in un interno, inizia a in-seguire l’accadimento “guidando” la camera, per cercare di capire o d’intervenire (che è la medesima azione).

E non è un caso se Giovani madri apre e chiude il racconto filmico con le due “estetiche” semanticamente lontane, eppur complementari. L’incipit mostra il primo piano mobile e zigzagante di Jessica, sopra ricordato. L’explicit, in cui prevalgono piani fissi, ci conduce nella casa della vecchia insegnante di Julia. “Perché hai scelto me come uno dei due testimoni delle vostre nozze?” chiede l’insegnante. E Julia: “Perché non ho mai dimenticato la poesia che lei ci insegnò”: e la recita. “Certo, è Apollinaire!” commenta la prof. (Guillaume Apollinaire, poeta e sceneggiatore, già citato con una poesia da Zone, in Il ragazzo con la bicicletta).

L’ ultima inquadratura è un omaggio al cinema classico, direi chapliniano: un piano d’insieme fisso, con la prof al pianoforte, e la coppia – il piccolo in braccio a suo padre-, presi dall’ascolto dell’esecuzione del Rondò alla turca di Wolfang Mozart. Il padre si muove a favore di camera e inclina il bambino in avanti verso la tastiera del piano (noi immaginiamo le mani dell’insegnante sui tasti: altra ellissi). Il bambino, dopo aver conosciuto le voci dei genitori, ora scopre la voce della musica (assente, neorealisticamente, per tutto il film): sta incontrando un altro suono della vita.

Quando c’è da trasmettere l’angoscia, il turbamento interiore, le paure del quotidiano, la camera dei Dardenne, sovente, segue il personaggio in piano-sequenza (taglio in PP o PPP), come a catturare, oltre la luce degli occhi e i micro-muscoli del viso, il battito accelerato del cuore; non appena emerge una seppur minuta oasi di pace, la camera si ferma, si accuccia, di fronte ai protagonisti (taglio in MF), ascoltando il respiro tornato normale, come la giovane famiglia incantata da Mozart.

Jeunes Mères (diverrà un cult) è un inedito inno al dolore dell’adolescenza femminile costretta a una rapida adultità forzata, in un mondo egoista, distratto e opaco, fasciato dai grigi rumori metropolitani, eppure “salvato” da samaritane (e da qualche giovane uomo) capaci d’un gesto di bontà simile a quel filo d’erba che, una volta perforata a fatica la dura crosta d’un terreno contaminato, riflette tutt’intorno luce alitando profumo.

Il trailer del film è disponibile a questo link.


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