Il nuovo rapporto Istat sul benessere equo e sostenibile mostra un’Italia più resiliente di quanto percepito. Molti indicatori migliorano, altri restano stabili; tuttavia emergono criticità strutturali su istruzione, competenze, lavoro, istituzioni e sicurezza. Il confronto europeo rivela un divario ancora significativo, soprattutto nei settori chiave per la crescita futura
Gli italiani, come altri popoli, sono soliti lamentarsi delle loro condizioni di vita e dei mali del loro Paese. Le opportunità di lavoro sono ritenute insufficienti, i salari e le pensioni inadeguati, le disuguaglianze di reddito notevoli, l’accesso e il costo del credito troppo onerosi, l’assistenza sanitaria carente, la sicurezza sempre precaria, i servizi pubblici e le istituzioni inefficienti. I confronti con le condizioni di vita degli abitanti dei maggiori paesi europei tendono a rafforzare queste opinioni nei ceti sociali più ampi. Si direbbe che il grado di benessere generale avvertito dagli italiani li lasci insoddisfatti e costantemente desiderosi di grandi miglioramenti. A chiarire come stia andando effettivamente il loro benessere è intervenuta recentemente l’Istat con la sua periodica analisi dell’evoluzione delle condizioni di benessere della società.
È una valutazione fondata su 137 indicatori utilizzati per misurare il grado di benessere “equo e sostenibile” delle persone nel corso degli anni. Il metodo di misurazione è conforme alle linee guida elaborate da una task force di esperti internazionali e permette confronti tra anni per evidenziare le tendenze di breve e lungo periodo. In una visione d’insieme, nell’ultimo anno più di un terzo degli indicatori migliora (34,3%), superando quelli che peggiorano (26,3%), mentre la maggioranza risulta stabile (39,4%). Su un orizzonte più lungo, il panorama appare più favorevole: il 55% degli indicatori è in miglioramento e il 12,5% in peggioramento. Si direbbe che in questa metà di decennio caratterizzata da bassa crescita economica e da crisi globali ricorrenti, il benessere degli italiani abbia mostrato resilienza e perfino un graduale avanzamento.
Nel confronto interannuale tra l’ultimo anno e la tendenza di lungo periodo, i peggioramenti più marcati si rilevano nel comparto degli indicatori di sicurezza e in quelli relativi a politica e istituzioni, seguiti – con minore intensità – da quelli sul lavoro, sulla conciliazione dei tempi di vita e sulla qualità dei servizi pubblici. In progressione positiva, invece, gli indicatori di benessere soggettivo e di benessere economico, che coprono aspetti differenti. Il primo si fonda sulle valutazioni personali della soddisfazione per la propria vita e per il tempo libero, insieme ai giudizi sulle prospettive future. Per il benessere economico si fa riferimento a dati oggettivi relativi al reddito disponibile pro capite, alle retribuzioni, alle pensioni, al patrimonio e alle difficoltà nel rimborso dei prestiti alle famiglie. A questo crescente senso di benessere si contrappone il graduale peggioramento dell’indice della salute, misurato sulla base della mortalità per varie cause, della speranza di vita alla nascita, della rinuncia alla sanità pubblica e dell’emigrazione ospedaliera. Nel gruppo “Istruzione e Formazione” si assottiglia l’incidenza dei miglioramenti rispetto all’avanzata dei peggioramenti, benché i primi prevalgano nettamente.
Nell’ambito del benessere economico, lo scorso anno si è ridotto lievemente l’indice di disuguaglianza dei redditi e rimane stabile, attorno al 9,7%, l’indice di povertà assoluta dopo il peggioramento registrato nel decennio precedente al 2022. Nel complesso degli indicatori economici la tendenza prevalente è verso il miglioramento.
I dati sulla povertà vanno letti con attenzione rispetto alle sue caratteristiche e alle sue cause. Il primo elemento riguarda la cittadinanza, poiché tra gli stranieri si concentra la maggiore incidenza. La quota delle famiglie straniere in povertà assoluta raggiunge il 30,4% (tra quelle residenti in Italia), con punte del 35,2% per le famiglie composte esclusivamente da stranieri, mentre tra quelle composte da soli italiani si ferma al 6,2%, pur rappresentando queste ultime il 67% del totale degli indigenti. Un divario che resta profondo anche se lo si declina in base alla numerosità dei minori, alla cittadinanza del soggetto di riferimento in cerca di occupazione, all’area geografica, al livello di istruzione e alla condizione lavorativa. Questi dati testimoniano le difficoltà che un terzo degli stranieri incontra nell’integrarsi nel mondo del lavoro e nel tessuto sociale. I fattori chiamano in causa la scarsa conoscenza della lingua, le carenze di competenze, le differenze nei modelli di vita e le precarie condizioni abitative.
Tra gli italiani, l’incidenza della povertà assoluta e anche di quella relativa mostra una sostanziale stabilità nell’ultimo biennio. Colpisce particolarmente le famiglie con figli minori e quelle numerose. Tende invece a diminuire con l’innalzamento del livello di istruzione e con la stabilità del rapporto di lavoro. Le sacche d’indigenza si concentrano tra le persone in cerca di lavoro e nella categoria degli operai e assimilati. La diffusione della povertà sul territorio rispecchia le differenze di sviluppo economico tra le macroaree del Paese: l’incidenza più alta si riscontra tra le famiglie nel Mezzogiorno e quella più bassa nel Centro, sempre in un contesto di sostanziale stabilità dal 2022. Singolare l’intensità dell’indigenza, misurata in termini di distanza percentuale dalla linea di povertà assoluta: non presenta differenze sostanziali tra le macroaree, ma nel Mezzogiorno è maggiore la quota di famiglie molto più povere della media.
Questo quadro viene spesso confuso con quello sul benessere degli italiani, che è il risultato di molti altri indicatori oltre alla povertà. Uno di questi è rappresentato dall’andamento del reddito disponibile pro capite delle famiglie al netto dell’inflazione, che comprende anche le prestazioni in natura elargite dai settori pubblico e privato. L’Eurostat ha appena pubblicato i dati dell’ultimo ventennio, da cui risulta che nel 2024 il livello di questo indicatore in Italia si collocava al di sotto di quello del 2004 (-3,4%). Dal 2008, anno della crisi finanziaria globale, al 2014 il reddito era diminuito anno dopo anno per poi riprendersi lentamente fino al 2024, senza tuttavia recuperare il livello del 2004. Il distacco dalla media dell’area dell’euro è di circa il 10%. Oltre all’Italia soltanto la Grecia, tra i 27 membri dell’Ue, non ha ancora recuperato il livello iniziale.
Il Mef, nella relazione sui Bes del marzo scorso, evidenzia che nel 2023 il reddito disponibile reale pro capite era in decisa ripresa e che sarebbe continuato ad aumentare nel 2024. Al tempo stesso le disparità di reddito rimanevano stabili. Inoltre, concorda con l’Istat nell’osservare la stabilità degli indici di povertà e riconosce la diminuzione nel 2023 della speranza di vita in buona salute e il peggioramento della sicurezza sul territorio. Sul quadro complessivo del benessere mostra nondimeno una lettura più positiva dei dati, giustificata dai progressi nell’istruzione e formazione, nella partecipazione degli inattivi al lavoro, nell’efficienza della giustizia civile e nel contenimento delle emissioni di gas serra.
A inquadrare meglio l’andamento del reddito disponibile pro capite contribuiscono i dati sulla ricchezza delle famiglie e sui loro redditi rilevati dalla più recente indagine della Banca d’Italia. La ricchezza continua a crescere, soprattutto nella componente finanziaria, e quanto ai redditi, la Banca ritiene contenuta la quota delle famiglie che dichiara difficoltà ad arrivare a fine mese. L’incertezza sulle prospettive economiche rimane però elevata.
Il confronto con la media dei 27 paesi europei permette di valutare meglio il benessere degli italiani rispetto agli altri cittadini dell’Ue. Secondo 16 indicatori relativi a mortalità, deprivazione, speranza di vita, emissioni inquinanti, investimenti in proprietà intellettuale e costo delle abitazioni, l’Italia si colloca in una posizione migliore della media. In termini di soddisfazione di vita, qualità del tempo libero e copertura della rete ultraveloce si posiziona attorno alla media. Sulla base di 21 altri indicatori, invece, il Paese si pone al di sotto della media: il distacco è marcato nei campi dell’istruzione, della formazione, del lavoro, delle competenze digitali, delle tecnologie ICT, del numero di laureati e diplomati, dell’intensità della ricerca e del rischio di povertà.
Tornando al quesito iniziale su come stiano gli italiani, si può sostenere che – stando alle loro dichiarazioni – non stanno male, né peggio della media europea, pur avendo attraversato ripetute crisi. La maggior parte degli indicatori è in miglioramento, ma la distanza da recuperare per avvicinarsi alla media europea resta considerevole e si concentra su fattori che costituiscono la chiave di volta per garantirsi un futuro di maggiore benessere, anziché di arretramento nella scala internazionale. È bene che i governanti prestino attenzione ai rischi dell’attuale condizione del Paese e concentrino risorse e investimenti nel correggere le debolezze evidenziate da questi dati.
















