Il sistema pensionistico italiano resta fragile e dipende dal mantenimento dell’aggancio automatico dei requisiti all’aspettativa di vita. Il congelamento introdotto nel 2019 ha prodotto costi rilevanti, mentre la manovra 2025 ripristina il meccanismo, pur senza aumenti immediati. Sindacati, opposizioni e parte della maggioranza osteggiano la norma, nonostante il suo ruolo cruciale nella sostenibilità futura. Ocse, Banca d’Italia e Ragioneria ribadiscono che l’allungamento della vita lavorativa è indispensabile per contenere la spesa e riequilibrare il rapporto tra generazioni. L’analisi di Cazzola
Per garantire una relativa stabilità (sarebbe meglio parlare di una instabilità governabile) del sistema pensionistico italiano c’è una linea del Piave da difendere a oltranza (o il Piave o tutti accoppati).
Si tratta dell’aggancio automatico con cadenza biennale dei requisiti anagrafici e contributi del pensionamento all’incremento dell’attesa di vita.
La norma era finita sotto la mannaia del dl.n.4 del 2019, che insieme all’introduzione sperimentale per un triennio (2019-2021) di quota 100 (la possibilità di andare in quiescenza facendo valere un requisito anagrafico di 62 anni ed uno contributivo di 38 anni) aveva disposto un congelamento a 42 anni e 10 mesi di anzianità per gli uomini e un anno in meno per le donne del pensionamento anticipato a prescindere dall’età anagrafica fino a tutto il 2026.
Questa via d’uscita è risultata spesso la più conveniente perché ha consentito a tanti baby boomers, in possesso di una vita attiva precoce, lunga e continuativa di arrivare alla pensione ad una età anagrafica inferiore a quella prevista per quota 100. Sono noti gli effetti determinati sull’andamento della spesa pensionistica e sulla riduzione dei risparmi previsti a regime dell’operazione di cui al decreto citato.
Tuttavia, l’evoluzione dei processi politici ha determinato che la benefica in coerenza rispetto alle enunciazioni contenute nei programmi elettori delle forze politiche che compongono l’attuale maggioranza a sostegno del governo abbia assistito ad una eterogenesi dei fini che hanno indotto misure atte a disincentivare quel pensionamento anticipato (che il Decreto n.4/2019 voleva favorire) proseguendo nella linea già adottata dal governo Draghi.
In quest’ambito, già nella legge di bilancio per il 2025 è stata prevista la cessazione anticipata del congelamento ed è tornata operativo il meccanismo dell’aggancio automatico anche se nel biennio 2025-2026 non si sono riscontrate le variazioni dell’attesa di vita che avrebbero determinato un incremento dei requisiti che per legge non possono essere maggiori di tre mesi; così l’adeguamento è rinviato al biennio successivo, come sappiamo, in modo graduale e scaglionato.
Ma la tenuta della norma è a rischio perché – comportando un incremento dei requisiti nel contesto del sistema misto – incontra l’ostilità delle organizzazioni sindacali, delle opposizioni e di un pezzo della stessa maggioranza, nonostante che sia certificato il suo ruolo essenziale nelle prospettive di sostenibilità del sistema.
Considerazioni ribadite in tutte le sedi e da tutte le autorità preposte: dalla Ragioneria generale dello Stato (2), alla Corte dei Conti e alla Banca d’Italia che nell’ audizione alle Commissioni bilancio riunite sulla manovra per il 2026 ha ribadito quanto segue:
“Il meccanismo di indicizzazione dell’età di pensionamento alla longevità fu introdotto per riequilibrare tra le generazioni il rapporto tra il tempo della vita trascorso al lavoro e quello trascorso in pensione; contribuirà nei prossimi anni a limitare la crescita della spesa pensionistica determinata dall’invecchiamento della popolazione. In base alle previsioni della Commissione europea la normativa in vigore consentirebbe di fermare la crescita dell’incidenza della spesa sul PIL nel 2036, quando raggiungerebbe un picco del 17,3 per cento, per poi ridursi e stabilizzarsi intorno al 13,7 nel 2070, ultimo anno per cui sono disponibili stime.’’
L’Ocse , che già nel “Pensions at a Glance 2019”, all’indomani del deragliamento del modello della riforma Fornero del 2011 aveva sostenuto che, sulle pensioni si sarebbe dovuto “dare priorità all’aumento dell’effettiva età di ritiro”, è ritornata sul tema, nei giorni scorsi nel ‘’Pensions at a Glance 2025’’, aggiornando e approfondendo, per quanto riguarda l’Italia, un complesso di problematiche tra loro interdipendenti nella prospettiva del sistema pensionistico.
L’indicazione rimane quella di prolungare la durata della vita lavorativa. Una misura necessaria non solo a “sbloccare risorse di manodopera”, ma soprattutto ad alleggerire l’onere delle pensioni che grava sulle generazioni più giovani, che devono affrontare le sfide economiche dell’invecchiamento demografico mentre, appunto, sperimentano un rallentamento nella crescita del proprio reddito.















