Tra tensioni con Hezbollah, ritorni di fiamma bellici e paura di un nuovo conflitto civile, la visita del pontefice apre uno spiraglio per ricostruire lo Stato libanese, riscoprire il bene comune e trasformare la convivialità islamo-cristiana in progetto politico
Milletrecento giornalisti accreditati a Beirut per seguire la visita di papa Leone XIV. La grande attenzione del mondo, e probabilmente del mondo arabo in particolare, per questa visita premia non solo la nota attenzione del Vaticano per il “piccolo” Libano tanto che Beirut è la prima metropoli del mondo nella quale si reca in visita pastorale, per tre giorni, ma anche per il messaggio che porta a una regione messa sottosopra da anni di guerra: questo messaggio è in poche parole “una pace disarmata e disarmante”. Perché lo manderà a tutti da Beirut?
Il Libano è il solo Paese arabo dove i cristiani oltre ad avere una presenza numerosa hanno anche un peso politico molto rilevante. E così questo peso politico è il fardello che quelle comunità portano sulle spalle. Da una parte questa consapevolezza, dall’altra l’eterno timore di un ridimensionamento, che porta alcuni a chiudersi, a temere, e non raramente a confermarlo emigrando. Qui emerge un nodo strutturale tutto libanese: hanno ancora partiti che ricalcano in pieno la “forma politica” degli anni terribili della guerra civile, quando molti miliziani cristiani baciavano le decalcomanie dei santi sui calci dei fucili prima di aprire il fuoco, subivano ma effettuavano anche stragi terribili, come è noto visto che furono gli esecutori materiali del massacro di Sabra e Shatila. Poi sono stati anche loro a consentire a Hezbollah, milizia khomeinista che per statuto risponde agli ordini della guida suprema della rivoluzione iraniana e non agli interessi del popolo libanese, di restare in armi dopo il 2000: Hezbollah era emersa come forza di resistenza all’occupazione israeliana cominciata negli anni Ottanta, ma per quale motivo doveva restare in armi dopo il ritiro del nemico?
Mistero che si spiega solo con le pressione siriane e iraniane, che molti in Libano hanno usato per il loro interesse, ingraziarsi i potenti ed avere più potere. Così il Libano ha perso il diritto ad una propria politica nazionale difesa e il leader che ha suggellato tutto questo è stato un cristiano, l’ex Presidente Michel Aoun. Il suo accordo con Hezbollah ha prodotto il governo che nel 2019 ha dichiarato default per sfidare l’Fmi e portare così nel giro di pochi mesi la divisa libanese da un cambio a 1500 contro il dollaro a quello ancora vigente, circa 100mila. Un disastro che sta soffocando il Paesi dei Cedri. Poco dopo è sopraggiunto addirittura il congelamento dei conti correnti in valuta pregiata, tuttora in vigore. Hezbollah poi ha perseguito fino in fondo e in totale autonomia la sua strategia bellica in nome dei calcoli iraniani fino alla guerra devastante del 2024.
L’arrivo del nuovo Presidente, Joseph Aoun, non basta ad aprire un’epoca nuova, anche se l’attuale governo da lui designato è oggettivamente un forte segnale di discontinuità. Ma riuscire ad imporre a Hezbollah il disarmo che questo stesso partito aveva accettato appena un anno fa, per consentire il varo del cessate il fuoco in cambio del ritiro israeliano dal Libano, non sarà facile. Anzi, ha già fatto marcia indietro, e secondo fonti diverse l’Iran lo starebbe riarmando. Ecco perché molti prevedono che per il secondo tempo della guerra con Israele il conto alla rovescia comincerà dopo che il ripartirà. Per impedirlo occorre un esercito forte che sappia far capire che il disarmo è un impegno preso con il mondo per far rispettare a Israele quello del ritiro completo, pur sapendo che il rischio è una nuova guerra civile o qualcosa di terribilmente simile, ma servirebbe anche un progetto-Paese da offrire alla popolazione. Davanti a sfide del genere sarebbe un passo indispensabile.
Hezbollah non è solo una milizia, è un partito che in un progetto imperialista iraniano offre un modello totale alla sua comunità provata, impoverita, con un suo welfare confessionale, con una televisione confessionale, con un sistema finanziario confessionale, con una lottizzazione confessionale. Questo modello-totale ha fatto scuola, e gli altri partiti sembrano proprio seguire. Ma così lo Stato muore, diviene una scatola vuota. È chiaro che in questo contesto la popolazione si adegua: la sua resilienza la riversa nel privato, nella fatica di sopravvivere a tante difficoltà, ma questa resilienza sembra aver perso di vista il bene comune. È questo il punto centrale di questa visita, la prova che determinerà il successo o l’insuccesso del viaggio di papa Leone.
Il suo ovviamente sarà un discorso di pace, e di pace regionale, parlando a tutta la regione, da Gaza all’Iraq. Ma la pace alla quale bisogna trovare il modo di contribuire ciascuno con quel che può, porrà il Libano davanti alla prova di capire cosa possa offrire per la pace di questa regione. Il suo talento, la sua risorsa, è la convivialità islamo-cristiana, inesistente in molti altri Paesi. In questo il Libano, da quando è nato nel 1943, è un’eccezione araba: Paese non confessionale, ma multiculturale, plurale, a base islamo-cristiana. Questa convivialità dopo la guerra civile ha subito sfide tremende, attacchi frontali, ma ha resistito. Oggi per molti libanesi va riproposta come vera ricetta per superare la crisi. E per riuscirci occorre riscoprire il bene comune, lo Stato, la resilienza libanese, al di là di quella individuale.
Per molti intellettuali di punta che vivono a Beirut e impegnati da protagonisti nel confronto odierno, questo non è un discorso che si può fare da soli, un Paese piccolo e fragile ha bisogno di relazioni. E la visita di papa Leone XIV offre un’occasione epocale, non solo in termini di visibilità. Al suo arrivo, domenica mattina, Leone troverà i cinque patriarchi di Antiochia ad attenderlo. Antiochia fu nell’antichità una grande città dove fiorì il cristianesimo e i patriarchi d’Oriente si basarono qui e ad Alessandria d’Egitto. Oggi la giurisdizione ecclesiale di Antiochia non contempla più Gerusalemme e Istanbul-Costantinopoli, ma per quasi tutti Antiochia vuol dire competenza su Libano, Siria e Iraq. Ma da moltissimo tempo nessuno dei patriarchi d’Antiochia risiede più ad Antiochia, piccola cittadina turca oggi pure distrutta dal terremoto. Dunque nel Medio Oriente che si avvia verso una trasformazione da definire, la visita di Leone XIV fa di Beirut la nuova Antiochia. E’ Beirut la sola città di questa parte di mondo dove il cristianesimo sia ancora importante. Dunque da qui deve riprendere a parlare a tutto questo mondo, superando la visione settaria, angusta, di chi ancora oggi non pensa allargando, ma restringendo il proprio orizzonte, pensando a cantonalizzare il Libano. Un cantone cristiano, uno sunnita, uno druso, uno sciita. La fine del Libano, ma soprattutto una scelta che impedirebbe di avere qualcosa da dire.
Questo ragionamento prosegue osservando che i rancori, gli orrori del passato che hanno diviso o contrapposto nel sangue Libano, Siria e Iraq non sono iscritti nelle leggi eterne, possono essere trasformati in nuova amicizia, come accadde in Europa dopo la II guerra mondiale. Avviare questo processo di riavvicinamento è insito nella natura comune e larga delle Chiese di Antiochia e darebbe una prospettiva politica, culturale al cristianesimo della nuova Antiochia, che ne potrebbe essere il volano.
Si vedrebbe così la Chiesa in uscita di cui parlava Francesco o quella missionaria di cui parla Leone: una Chiesa non timorosa, ma innovatrice, che dando una prospettiva di chiarezza, amicizia e pace rafforzerebbe le istituzioni di un Paese che dubita di sé. La convivialità islamo-cristiana così indicherebbe un rinnovamento dello Stato, magari la formazione di partiti non più angusti come gli attuali, ma interconfessionali e quindi capaci di parlare a tutti i cittadini, non solo ad alcuni di essi. Questo cristianesimo intenderebbe rivitalizzare terre di antico insediamento cristiano, renderle interlocutrici dell’Europa che stenta a ritrovare una politica mediterranea: una prospettiva che passa dalla ricostruzione del porto di Beirut. Il più grande scalo del Levante, distrutto dall’esplosione del 2020, sarà al centro della visita del papa. Prima della grande messa finale pregherà proprio lì. È da lì, osservano quelli che ragionano così sulla sua visita, che il suo sguardo potrà guardare a una pace “disarmata e disarmante” che qui andrebbe dalla Mesopotamia all’Europa, aprendo prospettive commerciali e culturali per tutti i protagonisti. Molti a Beirut dicono che sia questa la prospettiva che può spiegare perché voltare le spalle al passato.
















