Si può costruire un “servizio europeo” che affianchi — o completi — i servizi nazionali? Per Antonio Teti, esperto di intelligence, cybersecurity e intelligenza artificiale, docente dell’Università “G.d’Annunzio” di Chieti-Pescara, più che di un “James Bond” europeo, tecnicamente e politicamente non realizzabile, l’Europa, soprattutto in questo momento storico, necessita di un grande cervello comune, non di un braccio operativo unico
L’ipotesi, avanzata dalla Commissione Europea, di dar vita a una capacità di intelligence sovranazionale capace di integrare raccolta, analisi e coordinamento informativo, ha riaperto un dibattito che in Europa si trascina da anni: si può costruire un “servizio europeo” che affianchi — o completi — i servizi nazionali? Ne abbiamo parlato con Antonio Teti, esperto di intelligence, cybersecurity e intelligenza artificiale, docente dell’Università “G.d’Annunzio” di Chieti-Pescara e autore di diversi saggi sul tema.
Professore, perché oggi in Europa torna l’idea di un’intelligence sovranazionale?
Perché le minacce sono cambiate più velocemente della politica. L’Europa vive un’epoca di iper-interconnessione delle vulnerabilità: cyber-attacchi condotti da Stati ostili, operazioni ibride che sfruttano energia, migrazioni, reti digitali e infrastrutture satellitari, interferenze elettorali tramite deepfake e piattaforme social, terrorismo con una forte componente tecnologica e finanziaria, oltre allo spionaggio economico e scientifico che coinvolge IA, semiconduttori, biotech e spazio. Gli Stati membri dispongono di servizi efficienti, ma il livello della minaccia non è più nazionale: è sistemico, distribuito, algoritmico. In questo senso, la Commissione si rende conto che senza un coordinamento strategico avanzato l’Europa rischia di essere cieca di fronte alle trasformazioni più profonde della geopolitica digitale.
Un “007 europeo” appare però una formula provocatoria. È realisticamente possibile?
Se per “007 europeo” intendiamo un servizio clandestino dotato di Humint operativa, capacità di penetrazione e azioni coperte sul terreno, la risposta è: no, non oggi. Nessuno Stato — né Francia, né Germania, né Italia, né Polonia — cederebbe la sovranità sulle proprie informazioni più sensibili. Ma questa non è la vera questione. La domanda che dovremmo porci è: può l’Europa costruire un centro di fusione analitica ad alta intensità tecnologica? Ovvero una struttura che assuma la connotazione di una “fusion cell”? E qui la risposta è sì. Parliamo di un sistema che integri dati cyber provenienti dai Cert europei, sensori distribuiti su reti energetiche e trasporti, satelliti e asset spaziali dell’Ue, Osint avanzata e monitoraggio delle campagne informative, indicatori e segnali tecnici da Paesi terzi, e non ultimo per importanza, una piattaforma di analisi basata su intelligenza artificiale. In altri termini, più che di un “James Bond” europeo, tecnicamente e politicamente non realizzabile, l’Europa, soprattutto in questo momento storico, necessita di un grande cervello comune, non di un braccio operativo unico.
Che ruolo avrebbero i servizi segreti nazionali in questa architettura?
Ovviamente rimarrebbero centrali per i governi sul piano della sicurezza nazionale e della tutela degli interessi del Paese di riferimento. A mio modesto parere, una intelligence europea potrebbe assumere una funzione metastrategica: non sostituire, ma integrare. Sarebbe una sorta di amplificatore del quadro informativo, non un duplicatore. Ad esempio, le attività che potrebbe svolgere sarebbero: offrire analisi predittive e scenaristiche su minacce transfrontaliere, consolidare il contributo dei servizi nazionali con dati tecnici e cyber, fornire alert in tempo reale su attacchi APT, manipolazioni algoritmiche, guerre cognitive, garantire interoperabilità e rapidità decisionale al Consiglio europeo.
È indispensabile comprendere che l’intelligence non si basa più solo sulla raccolta dati e informazioni sul campo: è soprattutto gestione strategica delle informazioni in un mondo in cui la velocità dell’allerta determina la sopravvivenza delle infrastrutture critiche e di conseguenza della stessa sopravvivenza del Paese.
Entriamo nel dettaglio. Secondo lei quali sono le minacce che richiedono davvero un intelligence europeo?
Ne evidenzio almeno cinque, che considero strutturali. Il Cyber-espionage e attacchi alle infrastrutture critiche: dalla rete elettrica alle piattaforme sanitarie, dai porti ai cavi sottomarini: gli attacchi APT sono costanti, e spesso coordinati da Stati ostili e organizzazioni terroristiche. Nessuna infrastruttura nazionale può resistere da sola e contrastare l’inarrestabile incremento di cyber attacchi che utilizzano in maniera crescente piattaforme di intelligenza artificiale. La guerra dell’informazione e deepfake geopolitici: le campagne di influenza basate anche queste su IA generativa — peraltro sempre più autonome — rappresentano una minaccia strategica assoluta. Tra gli obiettivi più appetibili vi sono le elezioni politiche, le opinioni pubbliche, i mercati finanziari, commerciali e industriali. Lo spionaggio industriale e scientifico: IA, semiconduttori, biotech, spazio, quantum computing sono solo alcuni dei settori in cui la competizione tecnologica ha assunto la forma di conflitto. L’Europa, va sottolineato, rappresenta uno dei bersagli principali. Le reti terroristiche ibride e finanziamento digitale: com’è noto, il terrorismo sfrutta abbondantemente le app di pagamento, le criptovalute, i marketplace nel dark web per finanziare le proprie cellule a livello mondiale. Un coordinamento immediato in ambito Ue, su questi temi specifici, si rivela improcrastinabile. Le minacce transfrontaliere in aree grigie: sono le operazioni sotto soglia, i sabotaggi, la pressione energetica e la destabilizzazione regionale a imporre la definizione di un coordinamento sul piano europeo per generare una visione strategica comune.
Quanto sarà determinante l’intelligenza artificiale?
Sono convinto che assumerà la connotazione della “spina dorsale” dell’intelligence. A livello mondiale, i servizi segreti hanno ben compreso che l’IA può assumere la connotazione di un ecosistema algoritmico di particolare utilità per il lavoro che svolgono, poiché è in grado di ridurre soprattutto le inefficienze dei processi burocratici e la lentezza derivante dai tempi di ricerca, acquisizione e analisi dei dati, oltre alla possibilità di disporre in tempi rapidi di analisi di scenario utilissime per i vertici decisionali. In altri termini, l’IA consente di correlare miliardi di dati eterogenei, di individuare schemi di attacco invisibili all’analisi umana, di anticipare escalation militari o cyber, di riconoscere campagne coordinate di disinformazione, di gestire in tempo reale flussi informativi critici. Parliamo di IA predittiva, non solo analitica: modelli in grado di anticipare possibili minacce basandosi su dati storici, indicatori comportamentali, anomalie di rete e segnali deboli.
Ma l’IA è anche un rischio. In che modo?
L’IA introduce nuove vulnerabilità e rischi di diverso tipo. Ci sono almeno quattro rischi principali: l’automazione eccessiva del processo analitico, ovvero la tendenza ad affidarsi a modelli black-box che possono generare illusione di oggettività e ignorare la complessità geopolitica. Altro rischio noto è quello dei bias algoritmici e distorsioni nei dataset: una previsione errata può influire sulle decisioni politiche in modo pericoloso. Meritano un discorso a parte gli attacchi adversarial AI, ovvero quelli in grado di manipolare l’intelligenza artificiale creando input falsati capaci di ingannare i modelli di IA generativa. Anche la dipendenza tecnologica extra-UE rappresenta un enorme problema. Se l’Europa costruisce la propria intelligence algoritmica su modelli e infrastrutture non europee, rischia una forma di vulnerabilità strategica indiretta.
Qual è il principale vantaggio geopolitico per l’Europa?
La sovranità informativa e strategica. Per troppo tempo l’Europa ha delegato l’analisi strategica alle alleanze internazionali — che certamente restano fondamentali — è ciò ha prodotto una incapacità nella costruzione di una propria autonomia. Una struttura di coordinamento e condivisione delle attività di intelligence, anche limitate ad aspetti riconducibili alla protezione dei paesi UE, fornirebbe ad esempio l’indipendenza analitica su Russia, Cina, Balcani, Sahel, una maggiore efficienza nella valutazione degli attacchi cyber-militari, un rafforzamento della sicurezza delle catene del valore critiche, ed in particolare nella protezione tecnologica nel settore IA-quantum-energia. Chiariamo un aspetto: non si tratta di sfidare gli alleati atlantici, ma semplicemente di rafforzare e condividere la componente strategica che oggi l’Europa non ha.
E i rischi politici?
Sono certamente molto elevati. Parliamoci chiaro: il più grande è la mancanza di fiducia reciproca tra Stati membri. Alcuni Paesi temono di perdere controllo sulle informazioni; altri temono che Bruxelles diventi un centro troppo potente. Il secondo rischio, non certo minore, riguarda la governance dell’accesso alle informazioni: chi decide cosa viene condiviso? Quale livello di classificazione adottare? Il terzo rischio è la fuga in avanti tecnologica senza adeguata regolazione etica: un’intelligence europea deve rispettare standard democratici ancora più elevati dei singoli Stati. Se l’idea, accarezzata da tempo a Bruxelles, della realizzazione di un’agenzia di intelligence europea resta un progetto da conseguire, le difficoltà realizzative e l’ostruzionismo, nemmeno troppo mascherato, generato dai diversi interessi degli paesi europei, lasciano ben poco da sperare.







