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A che punto è la transizione nella nuova Siria

Di fatto il governo siriano si sta facendo largo nelle aree controllate dai curdi mentre Washington esorta alla moderazione e la Turchia preme per restare player decisivo. Ma accanto al ritorno delle riserve energetiche nazionali sotto il controllo del governo occorre un pari impegno alla voce infrastrutture, dopo che gli anni di guerra hanno fiaccato il panorama esistente. Spazio che si apre per i grandi soggetti stranieri che potranno essere di aiuto al presidente Ahmed al-Sharaa

L’esercito siriano sta avanzando verso il centro di Hasakeh dopo l’accordo con lo YPG. La Turchia è un importante sostenitore della Siria post-Assad e considera le Forze democratiche siriane SDF/YPG una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Ma non sono sufficienti l’attivismo di Ankara da un lato e la spinta del nuovo esecutivo di Damasco dall’altro per decrittare il futuro della Siria, bensì vanno valutati alcuni aspetti salienti come il ruolo degli Usa, le tensioni nella macro regione e il coinvolgimento del dossier energetico.

Partiamo da quest’ultimo dopo che il governo siriano ha inglobato importanti giacimenti di petrolio e gas dalle Forze democratiche siriane (SDF) guidate dai curdi nel nord-est del Paese ha suscitato così un certo ottimismo circa una forma di stabilizzazione, anche commerciale, della situazione in loco. Infatti le forze governative hanno preso il controllo di diversi giacimenti petroliferi, tra cui quello di al-Omar, il più grande della Siria, e il complesso di gas Conoco. Adesso accanto al ritorno delle riserve energetiche nazionali sotto il controllo del governo occorre un pari impegno alla voce infrastrutture, dopo che gli anni di guerra hanno fiaccato il panorama esistente. Spazio che si apre per i grandi soggetti stranieri che potranno essere di aiuto al presidente Ahmed al-Sharaa.

Di pari passo si muove la questione legata all’accordo di 14 punti siglato domenica scorsa, che prevede il ritiro delle SDF dalle province di Raqqa e Deir al-Zour e la loro successiva integrazione nelle istituzioni statali: così si dovrebbe mettere fine ai combattimenti che si sono succeduti negli ultimi 15 giorni. Il governo e le SDF hanno concordato un cessate il fuoco immediato su tutti i fronti del Paese, che il presidente ha salutato come una “vittoria per tutti i siriani”. L’accordo impegna inoltre le SDF a espellere tutti i membri non siriani del PKK e sottolinea la partecipazione della Siria alla coalizione guidata dagli Stati Uniti contro l’IS, passaggio ripreso anche dall’inviato speciale degli Stati Uniti Tom Barrack secondo cui l’accordo è “un punto di svolta cruciale, in cui gli ex avversari preferiscono la collaborazione alla divisione”. Di fatto il governo siriano si sta facendo largo nelle aree controllate dai curdi mentre Washington esorta alla moderazione e la Turchia preme per restare player decisivo.

Quale a questo punto il ruolo turco? Ankara tramite una dichiarazione del Centro per la lotta alla disinformazione ha respinto le accuse secondo cui i terroristi di Daesh sarebbero stati rilasciati dall’esercito siriano con l’aiuto del governo di Erdogan, sostenendo che la Turchia è riconosciuta a livello internazionale per aver guidato alcuni degli sforzi più ingenti contro Daesh. La Turchia resta accanto alla Siria in occasione di questi scontri e ha offerto il suo appoggio in qualità di principale sostenitore militare del nuovo governo siriano. “Spero che non si arrivi a questo punto ma quando i problemi non vengono risolti attraverso il dialogo, purtroppo, vedo che anche l’uso della forza è un’opzione per il governo siriano”, ha detto il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan.

Sul campo la situazione resta fortemente tesa, dal momento che le forze curde pensano alla guerriglia come risposta all’avanzata dell’esercito siriano. Al momento ciò che manca all’intero puzzle siriano per provare a vedere una forma semi-definitiva è un piano di ricostruzione, che faccia da cronoprogramma (per il paese e per gli alleati della regione).


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