L’intervento statunitense in Venezuela e nel Mar Rosso segnala il ritorno di Washington come attore egemone, deciso a ridisegnare gli equilibri energetici e di sicurezza globali colpendo Cina e alleati regionali. Dal Medio Oriente all’Indo-Pacifico, la strategia di Trump mette sotto pressione partner come l’Arabia Saudita e riduce gli spazi per ambiguità e neutralità. L’opinione di Vas Shenoy
Dopo quasi due decenni di stasi nello scenario geopolitico globale, gli Stati Uniti hanno riaffermato il proprio ruolo di egemone mondiale. Che questo ritorno venga giudicato imperfetto o tardivo, resta il fatto che la geopolitica era rimasta sostanzialmente congelata a partire dalla Primavera araba, un processo concepito e attuato in modo disastroso durante l’era Obama, le cui conseguenze il mondo continua ancora oggi a pagare.
Il crollo del regime di Assad e la fuga di Bashar al-Assad e della sua famiglia dalla Siria hanno riattivato un déjà-vu inquietante: la famigerata “linea rossa nella sabbia” di Obama, continuamente spostata fino a perdere ogni credibilità. In quel momento, gli Stati Uniti lasciarono il cosiddetto mondo libero privo di una guida, cedendo l’iniziativa a dittatori, milizie e attori opportunisti. Una deriva che ha contribuito, attraverso una catena di eventi, a creare il contesto che ha portato al brutale attacco del 7 ottobre contro Israele.
Nel 2023 avevo scritto dell’asse del male emergente di Xi Jinping, individuando nel Venezuela un nodo strategico con implicazioni dirette per le democrazie occidentali. Alleato di Pechino, il Venezuela è diventato un facilitatore centrale del traffico di fentanyl e dell’immigrazione illegale di massa verso gli Stati Uniti. Sotto Chávez e poi Maduro, il Paese ha inoltre offerto rifugio a reti estremiste islamiste, riciclando capitali e garantendo all’Iran una profondità strategica senza precedenti nell’emisfero occidentale. Hezbollah risultava più a suo agio a Caracas che a Beirut, mentre Maduro, Assad e Nasrallah hanno gestito uno dei più redditizi ecosistemi di traffico di droga e armi dell’ultimo decennio, sostenuto dall’Iran e protetto dalla copertura politica di Cina e Russia.
Alla fine del 2025, il presidente Trump ha tentato di mettere in sicurezza lo stretto di Bab el-Mandeb, inviando un segnale indiretto ma inequivocabile al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Pur essendo il sovrano di fatto dell’Arabia Saudita, MbS non è ancora stato incoronato re e, in un Paese che non perdona facilmente gli errori, i suoi fallimenti si stanno accumulando. Dall’omicidio di Jamal Khashoggi alla guerra nello Yemen mai risolta, il principe non è riuscito a trasformare l’enorme superiorità saudita in termini di risorse finanziarie, intelligence, armamenti e sostegno occidentale, nonché l’appoggio di eserciti arabi e del Pakistan, in risultati decisivi contro gli Houthi. Persino un presunto colpo di palazzo mal concepito in Giordania si è rivelato un clamoroso fallimento.
Il Mar Rosso è oggi in una situazione di caos quasi totale. L’influenza turca si estende fino al Golfo di Aden; Turchia e Qatar esercitano un controllo significativo sulla Somalia; gli Houthi colpiscono regolarmente il traffico marittimo che attraversa Bab el-Mandeb; e il Sudan è precipitato in una nuova guerra civile. L’Arabia Saudita, teoricamente la potenza più stabile della regione del Mar Rosso, non è riuscita a contenere frammentazione politica, guerre civili e attività terroristiche in Sudan, Yemen e Somalia. Questo fallimento pesa direttamente su MbS, la cui ascesa al potere è stata il risultato di una brutale epurazione interna. Il suo predecessore, il rispettato Mohammed bin Nayef, resta emarginato, probabilmente agli arresti domiciliari, mentre MbS è ora in aperto attrito con il suo ex mentore, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti. Al di là di una macchina di comunicazione estremamente efficace che lo presenta come riformatore progressista, MbS è chiamato a dimostrare leadership morale e capacità di garantire sicurezza. Su entrambi i fronti, la prova è stata negativa.
Soprattutto, MbS non è riuscito a realizzare il progetto simbolo della presidenza Trump in Medio Oriente: gli Accordi di Abramo. L’Arabia Saudita ha continuato a rinviare la normalizzazione dei rapporti con Israele, appellandosi alla causa palestinese e minando quello che l’attuale amministrazione statunitense considera l’accordo del secolo e l’eredità politica di Trump.
In netto contrasto, Mohammed bin Zayed è un veterano delle guerre del Golfo, un generale decorato e un amministratore pragmatico che ha consolidato il potere interno e l’influenza regionale degli Emirati. La postura assertiva di Abu Dhabi nei teatri di crisi riflette la priorità data ai risultati piuttosto che alla retorica. Sebbene gli Emirati non abbiano formalmente riconosciuto il Somaliland, la probabile mossa israeliana in questa direzione è difficilmente separabile dal calcolo strategico di MbZ.
Per anni, i partner internazionali della Somalia hanno sollecitato Mogadiscio a rafforzare il Somaliland, creare una guardia costiera e una marina efficaci e proteggere le rotte marittime e i diritti di pesca. I successivi presidenti somali hanno invece privilegiato simbolismo, divisioni tribali e corruzione, permettendo alla Turchia di esercitare un controllo crescente sullo Stato e ad al-Shabaab di prosperare. Gli attacchi sauditi contro asset collegati agli Emirati nello Yemen riflettono la frustrazione di MbS di fronte all’allineamento emergente tra Emirati, Israele, Etiopia e il tacito sostegno statunitense al Somaliland. Questo asse limita l’espansione turca nel Mar Rosso e costringe Mogadiscio a confrontarsi con realtà scomode.
Se la Repubblica Federale di Somalia intende restare rilevante, la sua leadership deve adottare un approccio pragmatico, iniziando da consultazioni con Etiopia e Israele e da una revisione della propria postura ostile verso gli Emirati Arabi Uniti. Allinearsi retoricamente con Egitto, Eritrea e Turchia, accompagnando il tutto con dichiarazioni vuote dell’Unione Africana, non metterà in sicurezza Bab el-Mandeb, non sconfiggerà al-Shabaab e non impedirà a una popolazione allo stremo di morire di fame, se non di terrorismo.
Le priorità del presidente degli Stati Uniti sono chiare: sicurezza delle rotte marittime, stabilità dei mercati energetici, resilienza delle catene di approvvigionamento e rilocalizzazione della produzione industriale. La Somalia deve offrire a Washington un accordo più convincente di quello rappresentato dal Somaliland, e questa discussione deve partire dalla normalizzazione diplomatica e dalla sicurezza marittima, includendo esplicitamente il riferimento agli Accordi di Abramo.
Il collasso dell’impero criminale di Maduro non è solo un fatto venezuelano: è un messaggio diretto a Mohammed bin Salman. Con il possibile ritorno del Venezuela come fornitore energetico sotto supervisione statunitense, Washington non è più strutturalmente dipendente dall’Arabia Saudita per il controllo dei prezzi del petrolio. Se MbS continuerà a sottoperformare, rischia di essere messo da parte da dinamiche interne, nonostante i suoi rapporti personali con Jared Kushner.
La strategia di Trump è evidente: colpire la Cina nei suoi punti vulnerabili. Mettere in sicurezza Bab el-Mandeb, snodo fondamentale per il transito del petrolio diretto verso Pechino, è il primo passo. Il secondo è sottrarre il Venezuela, partner energetico e geopolitico chiave, all’orbita cinese. Il terzo sarà un cambio di regime in Iran, che oggi fornisce circa il 20 per cento del petrolio importato dalla Cina e assorbe circa il 90 per cento delle esportazioni petrolifere del regime. Il quarto passo sarà un accordo commerciale e di sicurezza tra Stati Uniti e India, capace di esercitare ulteriore pressione su Pechino attraverso lo Stretto di Malacca.
L’India, già impegnata in un delicato equilibrio tra stabilità dei prezzi e importazioni di greggio russo, potrebbe sganciarsi completamente dal petrolio di Mosca se il prezzo del barile scendesse sotto i 60 dollari. Un’eventuale supervisione statunitense delle infrastrutture petrolifere venezuelane consentirebbe inoltre a Nuova Delhi di recuperare circa un miliardo di dollari bloccati nel Paese. L’India è stata uno dei maggiori importatori di greggio pesante venezuelano, con oltre 400.000 barili al giorno ai livelli di picco, prima che le sanzioni interrompessero le forniture nel 2020. ONGC Videsh Ltd opera congiuntamente il giacimento di San Cristóbal, ma i dividendi sono stati congelati dal governo Maduro e le sanzioni hanno impedito la manutenzione e l’ammodernamento degli impianti. Le quote indiane avrebbero una capacità produttiva fino a un milione di barili al giorno, mentre la raffineria privata Reliance ha un contratto quindicennale con PdVSA per la fornitura di greggio pesante, anch’esso bloccato. Attualmente l’India importa tra 1,2 e 1,8 milioni di barili al giorno di petrolio russo.
Con le proteste che ribollono in Iran e un presidente statunitense che dichiara apertamente la propria disponibilità a intervenire, il Venezuela è stato il colpo di avvertimento. Washington è pronta a ridefinire gli equilibri globali. In questo contesto, la neutralità non è più una posizione sicura né sostenibile.















