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L’Italia c’è, gli altri forse. Trump strappa un mezzo sì alle big oil

Dall’atteso incontro alla Casa Bianca con i manager delle grandi compagnie petrolifere mondiali, che il presidente americano vorrebbe ingaggiare per rilanciare i pozzi venezuelani, esce un impegno di massima ma ancora condizionato dalla richiesta di garanzie sugli investimenti. Eni, comunque, è pronta a fare la sua parte

Più che un sì, un nì. Ma l’Italia c’è. Come da previsioni della vigilia, Donald Trump ha incontrato i manager delle compagnie petrolifere americane, per tentare di mettere su una specie di dream team formato big oil, per rilanciare l’industria petrolifere venezuelana, dal grande potenziale inespresso. Trump e i suoi principali collaboratori sono usciti da una lunga riunione alla Casa Bianca senza alcun impegno significativo da parte delle aziende petrolifere a investire miliardi di dollari in Venezuela.

Il più riluttante è apparso il ceo di ExxonMobil, Darren Woods. “Ci sono diversi quadri giuridici e commerciali che dovrebbero essere stabiliti anche solo per capire che tipo di ritorno otterremmo dall’investimento”, ha detto. “I nostri beni sono stati sequestrati due volte in questo Paese, quindi potete immaginare che per tornare una terza volta sarebbero necessari dei cambiamenti piuttosto significativi”, ha affermato ancora Woods, aggiungendo che è “impossibile investire in Venezuela” nella situazione attuale. ExxonMobil, insieme a ConocoPhillips, ha lasciato il Paese nel 2007, rifiutando le condizioni imposte dall’ex leader Hugo Chavez, che prevedevano che lo Stato diventasse l’azionista di maggioranza delle aziende operanti in Venezuela.

Unica azienda ad aver mantenuto una licenza in Venezuela, Chevron è apparsa un pò più entusiasta della sua rivale ExxonMobil. Il suo vicepresidente, Mark Nelson, ha assicurato al presidente Trump, che ama impegnarsi incondizionatamente nei suoi progetti, che la multinazionale è “molto desiderosa di aiutare il Venezuela a costruire un futuro migliore”, ma non ha fornito ulteriori dettagli concreti. Trump, però ha provato a insistere, dettando anche una linea. “Ora in Venezuela avete la sicurezza totale”, ma “saranno gli Stati Uniti a decidere quali compagnie potranno lavorare. Tratterete direttamente con noi, non avrete alcun rapporto con il Venezuela”.

Chi invece ha dato una pressoché totale disponibilità è Eni. “Siamo pronti a investire”, ha affermato l’amministratore delegato, Claudio Descalzi, presente al vertice. Poi, rivolgendosi a Trump, ha ringraziato gli Stati Uniti “per i grandi sforzi fatti e per l’efficienza della vostra azione. Siamo qui per lavorare insieme con gli Stati Uniti. Siamo anche grossi investitori negli Stati Uniti e siamo quindi pronti a investire e a lavorare con le compagnie Usa in Venezuela. Possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve e nel paese abbiamo circa 500 persone, in gran parte venezuelani”, ha aggiunto Descalzi.

“Come ha detto anche il mio collega di Repsol, copriamo oltre il 50% della produzione di elettricità del Paese: un aspetto essenziale per evitare qualunque tipo di problema sociale. Possediamo circa quattro miliardi di barili di riserve: una quantità enorme nell’Orinoco Belt, nel Venezuela centrale. Attualmente nel Paese abbiamo 500 dipendenti, in gran parte venezuelani, e siamo pronti a investire”. Oltre ad Eni e alle citate compagnie erano presenti i vertici di Continental, Shell, Hkn, Valero, Marathon, Vitol Americas, Repsol, Aspect Holdings, Tallgrass, Raisa Energy e Hilcorp e la società di fornitura di materie prime Trafigura. Ora non resta che raccogliere altre adesioni.


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