Nei giorni in cui il mondo si interroga sul destino della Groenlandia, il continente africano torna al centro delle mire del Dragone. Stavolta la posta in gioco è ancora più alta, dai porti alle terre rare. Il senso del viaggio del ministro Wang Yi è tutto qui. Ma l’Occidente non starà a guardare
Ufficialmente è un viaggio di lavoro, ma dietro strette di mano e sorrisi ci sono interessi ben precisi. La Cina, e non è un mistero, ha da tempo rimesso nel mirino l’Africa, dopo averne devastato l’economia a suon di prestiti dalle clausole a dir poco opache, quando non platealmente vessatorie.
Questo è d’altronde il secolo delle terre rare, dove chi ha più minerali critici per sostenere l’industria tecnologica e gli armamenti, vince la partita. Non è un caso che gli Stati Uniti siano direttamente scesi in campo, unitamente all’Europa per mezzo del Piano Mattei di concezione italiana, proprio per contrastare la nuova avanzata cinese.
In queste ore il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, è decollato da Pechino per iniziare una visita di una settimana nei Paesi africani. Tra le tappe del viaggio, Etiopia, Somalia, Tanzania e Lesotho. C’è un dettaglio. Durante il suo tour, come hanno raccontato ambienti vicini al governo cinese, Wang parteciperà anche alla cerimonia di lancio dell’anno degli scambi interpersonali Cina-Africa presso la sede centrale dell’Unione Africana ad Addis Abeba. Si tratta di una formalità, è vero, ma densa di significato politico ed economico.
Per esempio, quello di concentrare le attenzioni sull’accesso commerciale strategico nell’Africa orientale e meridionale, nel tentativo di assicurarsi rotte di navigazione chiave e linee di approvvigionamento di risorse. Non è un caso che Wang Yi si recherà in Etiopia, la grande economia africana in più rapida crescita. E poi la Somalia, che offre accesso alle principali rotte commerciali globali. In Tanzania, un polo logistico che collega l’Africa centrale ricca di minerali all’Oceano Indiano. E in Lesotho, una piccola economia dell’Africa meridionale, ma dalle buone prospettive di crescita.
Si prenda il caso della citata Tanzania, al centro del piano di Pechino per garantire l’accesso ai vasti giacimenti di rame africani. Le aziende cinesi stanno ristrutturando la ferrovia Tazara che attraversa il Paese fino allo Zambia. Lo stesso premier Li Qiang ha compiuto un viaggio in Zambia a novembre, la prima visita di un primo ministro cinese in 28 anni.
La ferrovia è ampiamente considerata un contrappeso al corridoio di Lobito, sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, che collega lo Zambia ai porti dell’Atlantico attraverso l’Angola e la Repubblica Democratica del Congo. Insomma, Pechino intende aumentare il grip sul continente, puntellando la Belt and Road formato Africa. L’Occidente non starà a guardare, la posta in gioco è d’altronde troppo alta.
















