La seconda economia del pianeta batte la fiacca e all’orizzonte c’è da finanziare Intelligenza Artificiale e tecnologia quantistica. E allora Pechino gioca la carta fiscale, spremendo ancora le grandi piattaforme del commercio elettronico
In Cina il 2025 si è chiuso all’insegna dei dubbi e delle incognite circa la salute dell’economia. Tra consumi a rilento, domanda flebile e mattone in perenne stato comatoso, per il Dragone in 2026 parte già in salita. Se poi si aggiunge una possibile crisi petrolifera cinese, visto che il Venezuela è il primo fornitore di greggio della Cina, allora c’è da allacciarsi le cinture. Nel dubbio, Pechino rispolvera una suo vecchio cavallo di battaglia: tassare il colossi dell’hi-tech, o meglio dell’e-commerce.
La verità è che in attesa di tempi migliori al Dragone servono soldi. Da qualche settimana, per espressa richiesta di Pechino, le principali piattaforme di e-commerce, tra cui Alibaba, Amazon e Schein, hanno cominciato a inviare alle autorità i dati relativi ai propri fatturati in Cina, comprensivi di ordini e volumi di spedizione. L’obiettivo è tarare la pressione fiscale sui colossi della tecnologia e del commercio online, al fine di aumentare se possibile il prelievo. D’altronde, come ha spiegato pochi giorni fa Lian Qifeng, direttore fiscale dell’Amministrazione fiscale statale, già entro la fine del terzo trimestre 2025 più di 7 mila piattaforme di e-commerce avevano comunicato informazioni fiscali alle autorità centrali.
Ciò ha contribuito a un aumento del 12,7% delle entrate fiscali derivanti dalle piattaforme. Secondo i dati dell’ufficio nazionale di statistica, nel 2025 le vendite online di beni fisici ammontavano a 12,8 trilioni di yuan (1,8 trilioni di dollari), quasi il 27% delle vendite al dettaglio totali in Cina, ma a Pechino sono convinti che si possa ancora alzare la posta. Tradotto, il gettito fiscale dei giganti del commercio elettronico è spesso inferiore. “La tassazione basata sui dati è diventata l’arma definitiva a disposizione delle autorità”, ha affermato Quan Kaiming, partner di Allbright Law Offices. “Questo ci ucciderà, tutti quanti. Prima non pagavamo tasse e questo è il vantaggio principale della vendita online”, ha invece ammonito un dirigente di Amazon con sede a Quanzhou.
Domanda, a cosa serviranno questi soldi? A compensare il rallentamento all’economia? O magari a finanziare la prossima tornato da sussidi? Intelligenza artificiale, energia, idrogeno, comunicazioni 6G, quantistica. Ben presto, come raccontato da questo giornale, queste industrie riceveranno lo stesso trattamento preferenziale e gli stessi finanziamenti che hanno inondato l’industria automobilistica. Di sicuro per l’e-commerce cinese sono tempi duri. La scorsa primavera gli Stati Uniti hanno eliminato l’esenzione de minimis per le spedizioni cinesi di piccolo taglio e ad alta frequenza, con pacchi, dunque, dall’ingombro limitato. Una maggiorazione delle tariffe che può portare a un cambiamento nel comparto dell’ultra-fast fashion, su cui la Cina è campione mondiale. aumentando i costi operativi e sconvolgendo il suo modello di business basato su spedizioni di basso valore e ad alta frequenza. E la manovra italiana ha imposto una tassa di due euro sulle spedizioni. Dalla Cina.
















