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Cina-Uk, la terza via di Starmer è un rischio ben calcolato?

Il Dragone punta tutto sulle falle di Londra. “Minaccia e al contempo opportunità” è la tesi che circola a Downing street e che si materializza in un difficile equilibrio che Starmer dovrà cercare alla luce delle esigenze economico-commerciali della sua amministrazione. Quindi prendendosi un grosso rischio geopolitico. Per questa ragione potrebbe non voler scegliere apertamente tra Washington e Pechino, al netto della storica postura britannica all’interno dell’alveo di alleanze euroatlantiche, ma con la conseguenza di aumentare le perplessità di Trump

Il bivio di Londra, che guarda a Pechino, è anche geopolitico oltre che meramente commerciale. Ovvero se il Regno Unito ha un peso specifico alla voce Taiwan e diritti umani (su tutti il caso di Jimmy Lai) o se, alla luce della situazione economica attuale, non è nelle condizioni di governare autonomamente le proprie relazioni commerciali con la Cina, sempre scaltra a incunearsi nelle difficoltà dei propri interlocutori (e quindi scontrarsi ancora con Washington). Il primo ministro Keir Starmer visita la Cina per la prima volta da otto anni a questa parte. Prima di lui c’era stata Theresa May nel 2018. In questo lasso di tempo le crescenti preoccupazioni per la sicurezza e la geopolitica si sono mescolate ad una profonda interdipendenza economica, che tocca anche i futuri equilibri europei.

LE FINANZE BRITANNICHE

La Gran Bretagna è uno di quei Paesi in oggettivo ritardo nella disinflazione, come previsto mesi fa dal Fondo Monetario Internazionale. I dati di dicembre 2025 hanno manifestato un ulteriore indebolimento del mercato del lavoro e un calo della crescita economica. Un deficit commerciale di 7,2 miliardi di sterline è stato registrato a ottobre 2025, rispetto ai 7,4 miliardi di sterline nei tre mesi fino a luglio 2025. I mercati obbligazionari internazionali osservano Londra con preoccupazione per via di una congiuntura fatta di tasse elevate, bassa crescita e debito crescente. Proprio le finanze pubbliche restano sotto pressione poiché il Regno Unito detiene il sesto debito più alto e il quinto deficit più alto tra le 36 economie avanzate, per cui è verosimile ipotizzare per il 2027 un inasprimento fiscale. Elementi, questi, che non consentono a Starmer di poter fare a meno della Cina o quantomeno stemperare la penetrazione del Dragone nel sistema commerciale britannico.

LE TENSIONI

Al primo posto c’è lo spionaggio: nonostante i profondi legami commerciali e le catene di approvvigionamento in piedi, il caso della nuova ambasciata cinese con decine di stanze sotterranee dedicate alla raccolta di informazioni rappresenta il nocciolo delle intenzioni di Pechino a Londra. II 20.000 metri quadrati vicino alla Torre di Londra sono stati realizzati nonostante le voci contrarie di chi ritiene che la mega ambasciata renderà più facile per la Cina condurre attività di spionaggio. “Minaccia e al contempo opportunità” è la tesi che circola a Downing street e che si materializza in un difficile equilibrio che Starmer dovrà cercare, gioco forza, alla luce delle esigenze economico-commerciali che la sua amministrazione ha. Quindi prendendosi un grosso rischio geopolitico. Per questa ragione potrebbe non voler scegliere apertamente tra Washington e Pechino, al netto della storica postura britannica all’interno dell’alveo di alleanze euroatlantiche, ma con la conseguenza di aumentare le perplessità di Donald Trump. Dalle colonne di Bloomberg, Starmer ha affermato che il Regno Unito manterrà “stretti legami” con gli Stati Uniti in materia di affari, sicurezza e difesa, aggiungendo al contempo che “nascondere la testa sotto la sabbia e ignorare la Cina non sarebbe sensato”.

SCENARI

Fino a sabato Starmer incontrerà il presidente Xi Jinping, il premier Li Qiang e il massimo rappresentante del parlamento cinese, Zhao Leji, con una delegazione composta da oltre 50 aziende in settori chiave come finanza e sanità (ovvero banche, ospedali, industrie del farmaco). Di fatto Starmer spera in una spinta economica per la Gran Bretagna, ma rischia l’ira dei falchi anti-cinesi in patria e del presidente degli Stati Uniti, dopo che da Cameron in poi tutti i primi ministri inglesi avevano sempre scoraggiato forti investimenti cinesi in infrastrutture e telecomunicazioni. Fino a ieri. Londra si candida a diventare nuovo cavallo di troia della Cina in Ue?


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